MOSCA – Alla vigilia dei 100 giorni del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, Vladimir Putin tenta un’ultima carta per cercare di blandire il presidente statunitense, impaziente di chiudere il conflitto in Ucraina. Dopo la tregua di 30 ore in occasione della Pasqua cattolica e ortodossa del 20 aprile, il leader del Cremlino dichiara una pausa unilaterale delle ostilità di tre giorni per commemorare la fine della Seconda guerra mondiale. Dall’8 al 10 maggio. Date simboliche visto che il 9 maggio si celebra l’80° anniversario della Giornata della vittoria sovietica sul nazismo con una parata in Piazza Rossa a cui quest’anno parteciperanno circa venti leader stranieri, tra cui il cinese Xi Jinping. «Durante questo periodo, tutte le operazioni militari verranno interrotte», promette.
Anche stavolta Putin sostiene di essere mosso da «considerazioni umanitarie» nell’auspicio che la parte ucraina «segua questo esempio». Ma minaccia che, «in caso di violazione del cessate il fuoc…
MOSCA – Alla vigilia dei 100 giorni del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, Vladimir Putin tenta un’ultima carta per cercare di blandire il presidente statunitense, impaziente di chiudere il conflitto in Ucraina. Dopo la tregua di 30 ore in occasione della Pasqua cattolica e ortodossa del 20 aprile, il leader del Cremlino dichiara una pausa unilaterale delle ostilità di tre giorni per commemorare la fine della Seconda guerra mondiale. Dall’8 al 10 maggio. Date simboliche visto che il 9 maggio si celebra l’80° anniversario della Giornata della vittoria sovietica sul nazismo con una parata in Piazza Rossa a cui quest’anno parteciperanno circa venti leader stranieri, tra cui il cinese Xi Jinping. «Durante questo periodo, tutte le operazioni militari verranno interrotte», promette.
Anche stavolta Putin sostiene di essere mosso da «considerazioni umanitarie» nell’auspicio che la parte ucraina «segua questo esempio». Ma minaccia che, «in caso di violazione del cessate il fuoco da parte ucraina, le forze armate della Federazione russa forniranno una risposta adeguata ed efficace». Infine «dichiara ancora una volta la propria disponibilità a negoziati di pace senza precondizioni, volti a eliminare le cause profonde della crisi ucraina e a un’interazione costruttiva con i partner internazionali».
Se a Pasqua aveva annunciato la tregua appena due ore prima dalla sua entrata in vigore, stavolta lo fa con oltre una settimana di anticipo. Il portavoce Dmitrij Peskov e i propagandisti vendono la proposta come un altro incompreso «gesto di buona volontà». Un funzionario russo, parlando col Moscow Times dietro anonimato, la definisce invece una mera «mossa di pubbliche relazioni». Mentre l’analista militare David Sharp sostiene che una pausa di 72 ore non basterà a gettare le basi per una de-escalation militare. «Per ottenere un miglioramento significativo ci vorrebbero settimane».
Che una tregua così limitata non basti più lo dimostra anche il doppio rifiuto di Kiev e di Washington. «Perché aspettare fino all’8 maggio? Se cessiamo il fuoco ora e per 30 giorni, sarà reale e non solo un gesto per una parata», risponde il ministro degli Esteri ucraino Andriy Sybiga, assicurando che «l’Ucraina è pronta a sostenere un cessate il fuoco duraturo, affidabile e completo» per «almeno 30 giorni». Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky quello di Putin non è che un «nuovo tentativo di manipolazione». Mentre la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt commenta che Trump vuole «un cessate il fuoco permanente», non una tregua temporanea, e invita «entrambi i leader» a trattare.
Il Cremlino però continua a rilasciare dichiarazioni ambigue. Ribadisce di essere «pronto» a parlare con Kiev «senza precondizioni», ma sostiene di essere «in attesa della sua disponibilità a riprendere i negoziati diretti», vale a dire della revoca del decreto del 2022 che vieta colloqui con Putin. Ci pensa però Sergej Lavrov a ricordare che le condizioni ci sono. E Mosca non ci ha rinunciato. Il riconoscimento internazionale della sovranità russa sulla penisola di Crimea annessa nel 2014 e sulle altre quattro regioni ucraine rivendicate nel 2022 benché controllate soltanto in parte è «imperativo», dice il ministro degli Esteri russo in un’intervista al quotidiano brasiliano O Globo, insieme alla «premessa della non adesione alla Nato dell’Ucraina e del suo impegno a essere un Paese neutrale e non allineato, demilitarizzato». «Le sanzioni devono essere revocate, i mandati di arresto cancellati e gli asset russi soggetti al cosiddetto congelamento in Occidente restituiti», aggiunge inoltre sostenendo che è Kiev a «non mostrare la sua volontà di negoziare».
Washington, però, sembra avere perso la pazienza. Tanto che, al telefono con Lavrov domenica, il segretario di Stato Marco Rubio gli aveva chiesto «la fine di questa guerra insensata». Mosca, tuttavia, pensa ancora che si tratti di un’inquietudine momentanea. «Ogni settimana di questa maratona diplomatica porta con sé prima segni di progresso, poi apatia e delusione», osserva un diplomatico su Kommersant, mentre il quotidiano Izvestija è fiducioso: «Trump rimanderà la fine della crisi ucraina di altri cento giorni».