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Trump, i dazi e le deportazioni: i primi cento giorni contro tutti

(reuters)

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Il presidente americano cala nei sondaggi ma ostenta ottimismo: “Mantengo le promesse della campagna”. Intanto vuol aprire indagini pure sui sondaggisti
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OTTAWA – I 100 giorni che hanno fatto tremare il mondo. Donald Trump celebra oggi la cruciale meta che in politica indica il tipo di slancio con cui partono i governi. E per l’occasione, ha fatto addobbare – si fa per dire – la Casa Bianca a festa: con 100 foto segnaletiche di migranti arrestati piantate sul prato nord. Orgoglio e vanto di una amministrazione che ha lasciato pure un appunto ai giornalisti per dire che i fermi sono saliti del 627 per cento.

Stasera, però, la festa è altrove: a Warren, Michigan. Alle porte di Detroit, patria di quell’industria automobilistica statunitense che si sente particolarmente vulnerabile ai dazi al 25 per cento imposti su parti d’auto, acciaio e alluminio dei Paesi fornitori, che infatti nei giorni scorsi ha chiesto al presidente «di proteggere la nostra catena di fornitura internazionale da una dannosa frammentazione che indebolisce la competitività globale». Chiaro messaggio pure al vicinissimo Canada, affacciato sull’altra sponda del lag…

OTTAWA – I 100 giorni che hanno fatto tremare il mondo. Donald Trump celebra oggi la cruciale meta che in politica indica il tipo di slancio con cui partono i governi. E per l’occasione, ha fatto addobbare – si fa per dire – la Casa Bianca a festa: con 100 foto segnaletiche di migranti arrestati piantate sul prato nord. Orgoglio e vanto di una amministrazione che ha lasciato pure un appunto ai giornalisti per dire che i fermi sono saliti del 627 per cento.

Stasera, però, la festa è altrove: a Warren, Michigan. Alle porte di Detroit, patria di quell’industria automobilistica statunitense che si sente particolarmente vulnerabile ai dazi al 25 per cento imposti su parti d’auto, acciaio e alluminio dei Paesi fornitori, che infatti nei giorni scorsi ha chiesto al presidente «di proteggere la nostra catena di fornitura internazionale da una dannosa frammentazione che indebolisce la competitività globale». Chiaro messaggio pure al vicinissimo Canada, affacciato sull’altra sponda del lago Michigan. Colpito proprio da quel tipo di dazi, ieri ha votato molto innervosito dall’ennesima provocazione del tycoon sulla 51esima stella e dal post in cui chiedeva, a urne aperte: «Eleggete chi ha la forza di dimezzarvi le tasse, incrementare il potere militare, quadruplicare il valore delle vostre industrie».

Di sicuro i primi 100 giorni del Trump 2.0 sono stati tra i più destabilizzanti della storia americana: segnati da cambi strategici e attacchi diretti pure ad alleati e sostenitori. I suoi ordini esecutivi gli hanno permesso di smantellare agenzie governative e parti d’amministrazione pubblica, licenziando oltre 100mila dipendenti federali. Ha minacciato di occupare la Groenlandia, prendere il controllo del Canale di Panama e, appunto, annettere il Canada.

Ribaltando completamente le politiche sull’Ucraina. Sta usando il Dipartimento di Giustizia come arma, ordinato indagini sui nemici politici e su chiunque lo ostacoli. Ha dichiarato guerra a storiche istituzioni: università, organi di stampa, studi legali, perfino musei. Ha graziato o commutato la pena a tutti i rivoltosi del 6 gennaio. E nel tentativo di rimodellare l’economia globale ha scatenato una guerra commerciale imponendo dazi che hanno fatto crollare i mercati: salvo fare parzialmente marcia indietro.

Il suo programma di deportazioni prevede l’impegno di tutte le agenzie governative, da quella delle entrate al servizio postale, nello scovare migranti irregolari. Poi spediti in Paesi stranieri senza regolare processo, grazie a una legge di guerra del 18esimo secolo. Tutto all’insegna dell’impunità o dell’uso di emergenze sempre oscure. Ignorando il parere dei tribunali.

«Faccio solo ciò che ho promesso durante la campagna elettorale», ha detto a Time. Ma gli elettori sono sconcertati, l’indice di gradimento in calo: al 44,1 per cento, giù del 9,1. Mentre il 53,2 per cento degli americani lo disapprova deciso. Il tycoon può però essere soddisfatto: l’approvazione netta è superiore a quella del suo primo mandato, su dello 0,3. La sua base non lo molla. E lui cosa fa? Ieri ha chiesto di aprire un’indagine anche sui sondaggisti.

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