BERLINO – Qualcosa si muove. Il bando del Pride iscritto da Viktor Orbán nella costituzione ungherese sta lentamente suscitando la reazione di Bruxelles. Ma le associazioni e le ong che si impegnano nella tutela dei diritti delle persone lgbtqi+ cominciano anche a innervosirsi. Secondo quanto riportato da Politico, la Commissione starebbe meditando di intervenire su un aspetto importante ma non proprio primario del pacchetto di misure illiberali adottate dal parlamento magiaro.
Ancora una volta Orbán si è collocato totalmente al di fuori delle regole europee, ma Bruxelles starebbe pensando di multarlo per la minaccia di usare il riconoscimento facciale per individuare i manifestanti in piazza. Sul resto, dagli uffici della presidente Ursula von der Leyen tutto tace.
Il divieto di manifestare in piazza per il Pride, che viola da solo un paio di articoli dei Trattati e lede una delle regole basilari di ogni democrazia, non ha ancora suscitato alcuna reazione dalla presidente della Com…
BERLINO – Qualcosa si muove. Il bando del Pride iscritto da Viktor Orbán nella costituzione ungherese sta lentamente suscitando la reazione di Bruxelles. Ma le associazioni e le ong che si impegnano nella tutela dei diritti delle persone lgbtqi+ cominciano anche a innervosirsi. Secondo quanto riportato da Politico, la Commissione starebbe meditando di intervenire su un aspetto importante ma non proprio primario del pacchetto di misure illiberali adottate dal parlamento magiaro.
Ancora una volta Orbán si è collocato totalmente al di fuori delle regole europee, ma Bruxelles starebbe pensando di multarlo per la minaccia di usare il riconoscimento facciale per individuare i manifestanti in piazza. Sul resto, dagli uffici della presidente Ursula von der Leyen tutto tace.
Il divieto di manifestare in piazza per il Pride, che viola da solo un paio di articoli dei Trattati e lede una delle regole basilari di ogni democrazia, non ha ancora suscitato alcuna reazione dalla presidente della Commissione Ue, riporta una fonte vicina al dossier. E tutto ciò nonostante i due Commissari competenti, il responsabile per lo Stato di diritto Michael McGrath e la sua collega per le Pari Opportunità Hadja Lahbib, stiano facendo pressione perché si agisca severamente con l’Ungheria. Come accaduto in passato, in teoria potrebbero esserci gli estremi per una procedura d’infrazione.
Nell’attesa, i tecnici starebbero prendendo in esame un altro aspetto della vicenda, ma sempre secondario: la possibile violazione del diritto alla concorrenza. Vietando del tutto una manifestazione come il Pride, che tradizionalmente attira sponsor, piccoli e grandi marchi e altri fornitori, si contraddice un altro principio fondante dell’Ue come la libera concorrenza. Ma se von der Leyen limitasse a questo aspetto la sua obiezione a un altro giro di vite di Orbán sulle libertà personali e sul diritto a manifestare il proprio pensiero, sarebbe piuttosto incredibile.
Il 18 marzo, quando il parlamento di Budapest ha approvato il bando del Pride, McGrath e Lahbib hanno scritto su X che «il diritto di riunirsi pacificamente è un diritto fondamentale da difendere in tutta l’Unione». E la leader della Commissione si è limitata a ritwittarli. Quattro anni fa, quando Budapest aveva introdotto un’altra misura anti-Lgbt, von der Leyen aveva ancora scritto una lettera indignata a Orbán invitandolo a ritirare una legge «sulla quale abbiamo delle riserve legali» e aveva definito la misura che bandiva di fatto qualsiasi riferimento alle questioni lgbtqi+ dalle scuole e dai media, «una vergogna». E adesso?