Putin respinge la tregua duratura, Rubio: “Mediazione a rischio”
dalla nostra inviata Rosalba CastellettiMOSCA – Vladimir Putin non cede alle pressioni. Alla sempre più manifesta impazienza degli Stati Uniti per una pace in Ucraina risponde più coi simboli che con le parole. Dopo aver affidato a un comunicato la sua proposta di una risicata tregua di 72 ore a cavallo del 9 maggio, Giorno della Vittoria sul nazismo, si mostra al fianco del suo alleato bielorusso Aleksandr Lukashenko a Volgograd, l’ex Stalingrado, “città eroica”. Insieme i due capi di Stato depongono corone di fiori davanti alla fiamma eterna e sulla tomba del maresciallo sovietico Vasilij Chujkov sulla collina di Mamaev Kurgan sovrastata dagli 85 metri di acciaio della Madre Patria con la spada sguainata.
«Dobbiamo fare di tutto per resistere alla rinascita del nazismo», promette a un forum dedicato all’80° anniversario della vittoria sul Terzo Reich che la Battaglia di Stalingrado accelerò. «La comunità mondiale deve lavorare insieme per creare una nuova architettura di sicurezza equa e indivisibile». Putin si trincera …
MOSCA – Vladimir Putin non cede alle pressioni. Alla sempre più manifesta impazienza degli Stati Uniti per una pace in Ucraina risponde più coi simboli che con le parole. Dopo aver affidato a un comunicato la sua proposta di una risicata tregua di 72 ore a cavallo del 9 maggio, Giorno della Vittoria sul nazismo, si mostra al fianco del suo alleato bielorusso Aleksandr Lukashenko a Volgograd, l’ex Stalingrado, “città eroica”. Insieme i due capi di Stato depongono corone di fiori davanti alla fiamma eterna e sulla tomba del maresciallo sovietico Vasilij Chujkov sulla collina di Mamaev Kurgan sovrastata dagli 85 metri di acciaio della Madre Patria con la spada sguainata.
«Dobbiamo fare di tutto per resistere alla rinascita del nazismo», promette a un forum dedicato all’80° anniversario della vittoria sul Terzo Reich che la Battaglia di Stalingrado accelerò. «La comunità mondiale deve lavorare insieme per creare una nuova architettura di sicurezza equa e indivisibile». Putin si trincera dietro a prudenti allusioni e velate punzecchiature, estremo tentativo di non incrinare il precario dialogo con gli Stati Uniti. Lascia che siano i suoi più fidati collaboratori a lanciare messaggi più espliciti, a partire dal rifiuto della tregua di 30 giorni immediata e totale caldeggiata sia da Washington che da Kiev.
Cessare il fuoco per un mese sarà possibile soltanto dopo aver risolto le «sfumature» menzionate in passato da Putin, dice il suo portavoce Dmitrij Peskov. Ci vorrebbe «un monitoraggio chiaro, quotidiano, obiettivo e trasparente di chi si comporta e come lungo l’intera linea di contatto», spiega il ministro degli Esteri Sergej Lavrov. Per questo propone di partire dalla “Grande Tregua Patriottica” di tre giorni. Non come un ripiego al ribasso, ma — dice Lavrov — come «un avvio di negoziati diretti senza precondizioni». Peskov ribadisce che «la Russia è pronta, senza alcuna precondizione, ad avviare il processo negoziale», tanto da considerare oramai «secondaria» la legittimità del presidente ucraino Volodymyr Zelensky più volte messa in discussione, ma accusa Kiev di non «dare risposte». Zelensky rintuzza i colpi.
«Quest’estate la Russia sta preparando qualcosa in Bielorussia», sostiene senza elaborare né fornire prove. E assicura: «Vogliamo tutti che questa guerra finisca in modo giusto, senza ricompense per Putin, soprattutto senza territori». Altro che concedere la Crimea, come vorrebbe Trump. Tantomeno le altre quattro regioni ucraine annesse ma controllate soltanto in parte da Mosca che, stando a Bloomberg, Putin avrebbe continuato a rivendicare incontrando la scorsa settimana l’inviato statunitense Steve Witkoff.
Washington, però, il rimpallo di accuse non lo digerisce più. Lo fanno capire tutti. Dal consigliere per la Sicurezza nazionale Mike Waltz: «Sia la Russia che l’Ucraina devono agire rapidamente prima che Trump perda la pazienza». Al segretario di Stato Marco Rubio: «È necessario che le parti presentino proposte concrete. Se non ci saranno progressi, ci ritireremo dal ruolo di mediatori in questo processo».
Minacce che però sembrano non preoccupare più di tanto il Cremlino se lascia che due falchi di quello che viene chiamato il “partito della guerra”, contrario a ogni compromesso, lancino i loro consueti strali. Il primo, l’ex capo del Consiglio di Sicurezza, oggi inviato marittimo presidenziale, Nikolaj Patrushev, rivendica Odessa, città fondata da Caterina II e vamposto russo per oltre 200 anni. «È improbabile che associ il suo destino al neonazismo... al governo illegittimo di Kiev».
Il secondo, l’ex premier e presidente Dmitrij Medvedev, intervenendo a una conferenza con una giacca «da Stalin», così la descrivono sui social, non solo avverte che i nuovi membri Nato rischiano di diventare «bersagli» di rappresaglie «nucleari» in caso di conflitto con la Russia, ma sostiene che Mosca si è «fidata troppo di coloro di cui non doveva affatto fidarsi», in primis «gli Stati Uniti» e poi «l’Europa occidentale», Italia compresa. Nessun riferimento a tregue o negoziati. Assicura, anzi, che Zelensky «finirà nel modo più triste» e che Mosca «distruggerà il regime neonazista di Kiev». Toni diversi da Putin, ma la sostanza non cambia.