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Romania, ombre nere sul voto: in vantaggio il nemico della Ue

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Simion avanti nel Paese stretto tra rassegnazione e nazionalismo. “Povertà e élite privilegiate: e così cresce il populismo”. Urne aperte dopo l’annullamento del voto provocato dalle ingerenze russe che fecero vincere il candidato neofascista Georgescu
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BUCAREST – «Sotto il cielo ebreo di Chagall, in quel paesaggio di Chagall illuminato da una tonda luna trasparente, salivano dai quartieri di Nicolina, di Socola, di Pacurari, un clamore confuso, un crepitio di mitragliatrici, i tonfi sordi delle bombe a mano». Comincia così il resoconto di uno dei più atroci pogrom della Seconda guerra mondiale. A Iasi, i fascisti rumeni e le Ss massacrarono nel 1941 quindicimila ebrei. E Curzio Malaparte concludeva il suo racconto in preda a conati di vomito e prendendo a cazzotti gli ufficiali rumeni che saccheggiavano sghignazzando i morti.

Alla vigilia delle elezioni più importanti dalla fine del comunismo, c’è qualcuno in Romania che rievoca quei fantasmi, neri e rossi, in chiave nostalgica. Davanti all…

BUCAREST – «Sotto il cielo ebreo di Chagall, in quel paesaggio di Chagall illuminato da una tonda luna trasparente, salivano dai quartieri di Nicolina, di Socola, di Pacurari, un clamore confuso, un crepitio di mitragliatrici, i tonfi sordi delle bombe a mano». Comincia così il resoconto di uno dei più atroci pogrom della Seconda guerra mondiale. A Iasi, i fascisti rumeni e le Ss massacrarono nel 1941 quindicimila ebrei. E Curzio Malaparte concludeva il suo racconto in preda a conati di vomito e prendendo a cazzotti gli ufficiali rumeni che saccheggiavano sghignazzando i morti.

Alla vigilia delle elezioni più importanti dalla fine del comunismo, c’è qualcuno in Romania che rievoca quei fantasmi, neri e rossi, in chiave nostalgica. Davanti all’Athenée Palace, all’albergo di Bucarest dove il grande scrittore di “Kaputt” trascorreva le sue notti inquiete in mezzo a schiere di barbe finte, i turisti affollano le trafficate arterie che tagliano la capitale da nord a sud. Ma a due passi, nella piazza della Rivoluzione che celebra la fine del comunismo, c’è un andirivieni di rumeni dall’aria indaffarata, e nessuno vuole parlare di elezioni. In due, tre scuotono energicamente il capo e assumono un’aria cupa quando proviamo a sondare l’umore: «Tanto è tutto uno schifo».

Un assaggio del clima generale, di un Paese appeso tra rassegnazione e rigurgiti nazionalisti. La Romania, però, non è un Paese qualsiasi: avamposto a Est della Nato, membro della Ue e confine ultimo europeo prima dell’Ucraina. Ma Putin ce la sta mettendo tutta per diffondere il suo veleno e costringere Bucarest, pigra e disordinata sintesi ottomana, asburgica e sovietica, a sottomettersi di nuovo a un padrone.

(reuters)

Nel caos degli undici candidati che si presentano oggi alle urne per le elezioni presidenziali, i sondaggi, ritenuti piuttosto inaffidabili, danno di nuovo un personaggio di destra in vantaggio con oltre il 30%. È il leader dell’estrema destra Aur, George Simion, nemico giurato della Nato e della Ue, vicepresidente dell’Ecr al Parlamento europeo e stretto alleato di Giorgia Meloni. Per certi versi, è un déjà vu dello corso novembre, quando dal nulla spuntò un ultranazionalista, Calin Georgescu, fanatico simpatizzante dei legionari neofascisti, e ammiratore sfegatato di Corneliu Codreanu, il fervente antisemita che fondò tra le guerre la Guardia di ferro e i Legionari fascisti.

Simion si dà un’aria più moderata e ha attenuato i toni anche nell’attuale campagna elettorale. La Costituzione rumena vieta la propaganda fascista e lui si limita a idolatrare Donald Trump ed elogiare Meloni. Ma Camil Ungureanu è convinto che «stiamo assistendo a un thriller politico che è cominciato con la vittoria inattesa di Georgescu». A Repubblica il politologo rumeno dell’Universitat Pompeu Fabra di Barcellona spiega che «le crescenti ineguaglianze, il divario tra aree urbane privilegiate e zone rurali impoverite e la mediocrità dell’élite politica» stanno enormemente contribuendo alla deriva dell’elettorato verso posizioni estremiste.

E poi c’è la rabbia della diaspora, dei «quattro o cinque milioni di rumeni che sono emigrati» e hanno a stragrande maggioranza votato a favore di Georgescu, a novembre, garantendogli la vittoria al primo turno. Un trionfo annullato da una decisione della Corte costituzionale che ha finito per bandire il candidato neofascista dalla contesa elettorale a causa della “manina” putiniana scovata sui social. Secondo Ungureanu la rabbia dei rumeni della diaspora è duplice: «Verso le élite che li hanno costretti a lasciare il Paese. E verso i Paesi europei che li ospitano, dove si sentono guardati dall’alto o marginalizzati e spesso falliscono nel tentativo di integrarsi». Proprio per questo è stato “un errore strategico”, da parte dell’ex presidente della Repubblica Klaus Iohannis, «sostenere un “cartello”, una coalizione di liberali e socialdemocratici che appoggia candidati mediocri che alimentano il populismo e la propaganda anti-sistema». I rumeni oggi devono scegliere insomma tra peste e colera, questo il messaggio di Ungureanu.

Un altro spettro tornato ad abitare le teste dei rumeni è quello del comunismo. A trentasei anni dalla fine di uno dei regimi del Patto di Varsavia più repressivi, quello di Nicolae Ceaucescu, due terzi degli adolescenti rumeni “pensa che si vivesse meglio sotto il comunismo” sostiene Ovidiu Voicu, coordinatore di uno studio della Fondazione Soros di Bucarest uscito nel 2024. I giovani «non hanno alcuna fiducia nella democrazia o nell’economia di mercato e non sono contrari a un leader autoritario». Molti pensano di emigrare in Europa occidentale. E il 47% è convinto che l’attuale sistema educativo sia peggio che ai tempi di Ceaucescu, mentre il 46% non ha alcuna fiducia nel sistema sanitario. Il futuro della Romania sembra già ipotecato.

Infine c’è la classica tendenza rumena a condonare gli errori del passato. Commentando la recente campagna di una coraggiosa consigliera comunale di Bucarest per rinominare le strade intitolate agli ex fascisti, il matematico ebreo Liviu Ornea disse, pensando anche a due grandi scrittori come Emil Cioran o Mircea Eliade: «Non si possono cancellare. Sono troppo importanti.Se cancelliamo tutti gli ex fascisti, ci restano solo Nadia Comaneci e Dracula». Malaparte avrebbe apprezzato.

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