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India-Pakistan, cos’è l’operazione Sindoor e perché l’escalation tra le potenze nucleari preoccupa

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Modi non può permettersi una vera e propria guerra contro Islamabad e così lancia un attacco contenuto, così come lo è stata la risposta pachistana. Resta però il rischio del margine di errore in una delle partite più pericolose del momento
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CHENNAI - Una guerra fatta di simboli, droni, retorica e vendette calibrate. Una guerra che nessuno vuole davvero, quella tra India e Pakistan. Eppure, nella sua teatralità millimetrica, questa "escalation contenuta" tra le due potenze nucleari asiatiche mostra una sofisticata strategia: un’esibizione muscolare per un pubblico in cerca di sangue. Ma non troppo.

Gli aggiornamenti in diretta del conflitto tra India e Pakistan

L’attacco dell’India

L’India ha colpito. E ha colpito duro. Più forte che mai dal conflitto nel ghiacciaio conteso del Siachen nel 1989. Ma non quanto avrebbe potuto. Con i 24 missili lanciati da dentro i propri confini ai nove obiettivi, ha evitato l’umiliazione del 2019, quando un pilota fu catturato e costretto a sorseggiare tè pachistano in una breve prigionia. Anche se, secondo il Pakistan, l’India ha perso almeno due piloti colpiti dalla contraerea pachistana, possibilmente quando erano sopra territorio indiano, visto che i resti dei jet li hanno trovati acca…

CHENNAI - Una guerra fatta di simboli, droni, retorica e vendette calibrate. Una guerra che nessuno vuole davvero, quella tra India e Pakistan. Eppure, nella sua teatralità millimetrica, questa "escalation contenuta" tra le due potenze nucleari asiatiche mostra una sofisticata strategia: un’esibizione muscolare per un pubblico in cerca di sangue. Ma non troppo.

Gli aggiornamenti in diretta del conflitto tra India e Pakistan

L’attacco dell’India

L’India ha colpito. E ha colpito duro. Più forte che mai dal conflitto nel ghiacciaio conteso del Siachen nel 1989. Ma non quanto avrebbe potuto. Con i 24 missili lanciati da dentro i propri confini ai nove obiettivi, ha evitato l’umiliazione del 2019, quando un pilota fu catturato e costretto a sorseggiare tè pachistano in una breve prigionia. Anche se, secondo il Pakistan, l’India ha perso almeno due piloti colpiti dalla contraerea pachistana, possibilmente quando erano sopra territorio indiano, visto che i resti dei jet li hanno trovati accanto alla capitale del Kashmir indiano, a Srinagar. I bersagli dell’operazione Sindoor erano, per l’intelligence di Delhi, i campi di addestramento di gruppi terroristici come Lashkar-e-Taiba e Jaish-e-Mohammed e Hizbollah Mujahideen.

Cos’è l’operazione Sindoor

Ciò che conta non è solo dove si è colpito. Ma come. L’operazione Sindoor, con quel nome che evoca la polvere rossa nella scriminatura dei capelli delle spose indù (e delle vedove degli attacchi terroristici), è un’operazione con un doppio messaggio: “Non abbiamo dimenticato” ma anche “non vogliamo cominciare una guerra vera e propria”. È questo il punto centrale. Una partita a scacchi fra due potenze nucleari che si annusano, si provocano, ma conoscono i confini invalicabili di un conflitto totale. È un film visto più volte dal 14 agosto 1947, anno di nascita del Pakistan, a oggi.

La risposta contenuta del Pakistan

Anche Islamabad lo sa. Il suo linguaggio è carico d’ira, ma le azioni restano misurate. Nessuna operazione massiccia in risposta, solo artiglieria oltre la linea di controllo. Per ora, nessun missile a lunga gittata, nessun attacco a centri abitati in India, tranne schermaglie sulla linea di confine, con tre morti indiani. Ma non è un’invasione, tutt’altro. Le parole del ministro della difesa pachistano sembrano più urla rituali che un piano operativo. E, soprattutto, nessuna mobilitazione di massa. È l’arte del contenimento travestita da vendetta. Anche la contabilità delle vittime è speculare: 26 indù uccisi a Pahalgam il 22 aprile, e, al momento, 26 musulmani uccisi negli attacchi indiani dell’operazione Sindoor.

Modi e la scalata alla supply chain globali

Qui sta la chiave di lettura. Non siamo necessariamente al prologo di una guerra nucleare. È un balletto cruento che senza dubbio serve a placare l’opinione pubblica indiana, infuriata per i turisti in visita nel Kashmir giustiziati a sangue freddo. Un attentato deve avere una risposta, ma che non è detto sia davvero sufficiente come casus belli per un Armageddon nucleare. Il premier Narendra Modi e il suo governo, che in passato hanno sfruttato abilmente il nazionalismo militare, sanno che oggi il terreno è diverso. L’economia indiana sta cercando di scalare la vetta delle supply chain globali, sfilare la produzione dalla Cina colpita dai super-dazi. La guerra, oggi, sarebbe un inciampo, non un vantaggio.

La differenza con il 2019

La differenza dal 2019, quando in seguito alla strage di Pulwama, dove vennero uccisi 40 paramilitari indiani Delhi lanciò attacchi strategici in è che a Pahalgam le 26 vittime erano civili. Il che porta alla mente gli attacchi dei terroristi islamici a Mumbai nel 2008 quando vennero uccise 166 persone in giorni di paura e violenza nella metropoli indiana. Quindi qui la reazione potrebbe essere più forte, commensurata al fatto che gli obiettivi dell’episodio che innesca una controreazione indiana erano civili e non militari o paramilitari.

Da Trump alla Cina: le reazioni

E il mondo? La condanna dell’Onu arriva, prevedibile. Donald Trump si sbilancia un po’ più verso l’India, dice che spera si risolva tutto in fretta, ma questa è l’America isolazionista che si sta ritraendo dai giochi globali, che dichiara “beh sono secoli che indù e musulmani si menano,” questo il succo della reazione trumpiana. Intanto, in un porto del Pakistan è attraccata una minacciosa nave da guerra turca, mentre la Cina condanna con più veemenza la risposta indiana, recente, che non la strage terroristica che l’ha causata, due settimane fa.

Il rischio errore di calcolo

I prossimi giorni sveleranno se questa danza di bombe, gli attacchi mirati e i contrattacchi punitivi, sottolineati dal rotear di sciabole nell’aria dei proclami a petto gonfio, finirà come nel 2019, con un tacito armistizio mediato dalle diplomazie. Oppure, per un errore di calcolo, se si arriverà invece un gradino più su, più vicini al disastro vero e proprio. Ma già ora appare chiaro che, sotto le urla e i funerali, si muove una strategia cauta: punire senza destabilizzare, umiliare senza infuriarsi del tutto, segnare il campo senza scatenare l’inferno. Partita a scacchi pericolosa, ma con alcune regole di ingaggio precise.

Nessuno vuole una vera guerra

Perché, in fondo, dietro le esplosioni c’è un pensiero freddo, calcolato, quasi cinico: nessuno vuole la guerra. La guerra vera. Quella che incendia le metropoli, spezza le economie, cancella le ambizioni. L’India vuole il rispetto, delle frontiere e della nazione. Il Pakistan vuole l’onore e ricordare che in Kashmir c’è una popolazione musulmana sottomessa da un governo nazionalista indù, che nel 2019 ha tolto lo statuto speciale a questo ex-principato indipendente, sottraendo ai kashmiri molti diritti. Entrambi i Paesi vogliono evitare l’abisso. Che però, nel margine di errore, resta sempre una possibilità.

E così, tra cenere di moschee e sindoor vermigli di vedove indù che hanno visto i mariti giustiziati dai terroristi islamici, si gioca una delle partite più pericolose del momento. Dove ogni mossa è un gesto coreografico. Ogni silenzio, una tregua non dichiarata.

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