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India e Pakistan raggiungono un accordo con la mediazione Usa: “Tregua completa e immediata”

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L’annuncio dopo che Islamabad aveva lanciato l’operazione “Muro di Piombo” contro New Delhi nella notte, e i due Paese avevano rafforzato le truppe al confine
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CHENNAI – Dopo il contrattacco del Pakistan all’India di questa notte e la paura di una escalation, i due Paesi hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco immediato e completo.

L'intesa, ha spiegato il ministro degli Esteri indiano Vikram Misri, è avvenuta direttamente tra i due Paesi dopo una telefonata tra i due direttori delle operazioni militari. Durante la chiamata, è stato concordato che entrambe le parti "avrebbero cessato ogni fuoco e azione militare" a partire dalle 17:00 (ora indiana)". Misri ha aggiunto che i direttori generali dei due Paesi dovrebbero incontrarsi lunedì.

Gli attacchi nella notte

Nella notte, il Pakistan ha scatenato l’Operazione Muraglia di Piombo, o Bunyan al-Marsus, in una spirale preoccupante che fa impennare le possibilità di una quarta vera guerra tra le due potenze nucleari, dopo quelle del ’47 e ‘65 combattute per il Kashmir e quella del ’71 che portò alla nascita del Bangladesh.

Come sempre, meglio andare cauti con le dichiarazioni uffi…

CHENNAI – Dopo il contrattacco del Pakistan all’India di questa notte e la paura di una escalation, i due Paesi hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco immediato e completo.

L'intesa, ha spiegato il ministro degli Esteri indiano Vikram Misri, è avvenuta direttamente tra i due Paesi dopo una telefonata tra i due direttori delle operazioni militari. Durante la chiamata, è stato concordato che entrambe le parti "avrebbero cessato ogni fuoco e azione militare" a partire dalle 17:00 (ora indiana)". Misri ha aggiunto che i direttori generali dei due Paesi dovrebbero incontrarsi lunedì.

Gli attacchi nella notte

Nella notte, il Pakistan ha scatenato l’Operazione Muraglia di Piombo, o Bunyan al-Marsus, in una spirale preoccupante che fa impennare le possibilità di una quarta vera guerra tra le due potenze nucleari, dopo quelle del ’47 e ‘65 combattute per il Kashmir e quella del ’71 che portò alla nascita del Bangladesh.

Come sempre, meglio andare cauti con le dichiarazioni ufficiali, siamo in un’era in cui i portavoce militari sanno che le fake news sono un’arma conveniente. Secondo i bollettini ufficiali pakistani, all’alba di sabato l’India ha lanciato sei missili su tre basi militari strategiche, tra cui il quartier generale delle forze armate pakistane nella base dell’aviazione di Nur Khan, a Rawalpindi, a soli 10 km dalla capitale pakistana. Gli attacchi indiani hanno scatenato il panico in una zona densamente popolata, dove i residenti, spaventati dal fragore delle esplosioni nel cielo, sono fuggiti in massa per le strade. Il Pakistan ha assicurato d’aver intercettato tutti i missili e di aver subito chiuso lo spazio aereo.

Ma la decisione di puntare alle basi militari, secondo Islamabad, equivale al più intenso inasprimento del confronto scaturito con l’operazione Polvere Rossa dell’India, o l’Operation Sindoor partita nella notte del 7 maggio verso presunti obiettivi di basi terroristiche islamiche. E’ stato un momento critico nelle tensioni che, tra alti e bassi, continuano da decenni e che i governi indiani hanno gestito con tattiche molto diverse: dalla diplomazia alle bombe. In realtà, l’esistenza di un acerrimo nemico al confine è servito sempre a compattare i nazionalismi, ad accettare molti sacrifici in nome della salvezza della patria.

In risposta agli attacchi, l’esercito pakistano ha reagito immediatamente con una rappresaglia di pari intensità, colpendo con missili multipli diverse basi militari indiane che ospitano armamenti, tra cui il campo d’aviazione di Pathankot, nel Punjab, e la base aerea di Udhampur, nel Kashmir indiano, entrambe teatro di esplosioni devastanti.

È come se le bombe avessero risvegliato il mondo dal preoccupato distacco in cui sembrava languire, come vuole la moda geopolitica americana dell’isolazionismo. Ieri, il vicepresidente statunitense J.D. Vance sulla questione indo-pakistana ha detto chiaramente: “Penso che se la debbano sbrigare da soli”.

Il suo nemico-amico Marco Rubio, il segretario di Stato americano, non la pensa così ed è subito intervenuto offrendo assistenza ai ministri degli Esteri di due Paesi per aprire un dialogo, invitandoli a incontrarsi sulla strada “della de-escalation e del ripristino delle comunicazioni dirette al fine di evitare errori di calcolo”. Il G7 è intervenuto chiedendo “massima moderazione, perché un’ulteriore escalation militare crea una minaccia seria alla stabilità regionale".

Le truppe al confine

Dopo essersi scambiati missili nella notte, alla luce del giorno India e Pakistan sembrano abbassare i toni. Entrambi hanno dichiarato che non intensificheranno le ostilità, a condizione che anche l’altro mantenga la stessa linea di contenimento. Il ministro degli Esteri pakistano, Ishaq Dar ha dichiarato a una tv locale: “Se l’India si ferma qui, siamo pronti a fermarci anche noi”. Tattica? Verità? Senza un intervento di mediazione come si fa a stabilire le regole d’ingaggio di un processo di pacificazione?

Ormai sono almeno una cinquantina i morti da entrambe le parti, anche se circolano cifre diverse: l’India dice di aver eliminato 100 terroristi oltre confine, il Pakistan dice che sono civili, e assicura di aver eliminato dozzine di indiani. Quel che è certo è che il bilancio dei morti aumenterà se non si inverte la rotta.

Mentre i ministeri cercano di ammansire le proteste e gli inviti della comunità internazionale con parole che sembrano indicare una disponibilità verso la pace, sul terreno le cose sono diverse. Sebbene i ministeri della Difesa e degli Esteri di Delhi non abbiano rilasciato commenti ufficiali o dettagliati sui bombardamenti reciproci dei siti militari, hanno confermato l’avvio di una massiccia mobilitazione. Le forze armate indiane stanno infatti rafforzando la presenza di truppe — i cosiddetti “boots on the ground” — lungo la linea di confine, includendo l’attivazione dell’Esercito di riserva territoriale per assicurare la piena operatività in vista di un’escalation che, al momento, appare sempre più probabile.

Il Pakistan ha risposto in modo speculare, aumentando subito l’ammassamento di truppe lungo il confine, con un chiaro segnale di difesa aggressiva più che di de-escalation. Le ultime mosse vanno in una direzione preoccupante. Prima gli attacchi sugli obiettivi strategici, poi sulle basi militari, ora gli eserciti che crescono e si avvicinano: se nessuno fermerà la corsa, il confine non sarà più una linea. Ma un cratere.

L’accordo per la tregua

"Dopo una lunga notte di colloqui mediati dagli Stati Uniti, sono lieto di annunciare che India e Pakistan hanno concordato un CESSATE IL FUOCO TOTALE E IMMEDIATO”, ha annunciato sui suoi canali social il presidente americano Donald Trump, congratulandosi con entrambi i Paesi per aver dimostrato buon senso e grande intelligenza. L’annuncio è stato poi confermato da Pakistan e India. Il ministro degli Esteri pachistano Ishaq Dar ha ringraziato i Paesi "che hanno svolto un ruolo" in questa de-escalation.

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