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Ecco a chi conviene di più un mese di tregua in Ucraina

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Gli ucraini sono sulla difensiva, ma su Mosca pesa l’incognita del prezzo del petrolio il cui calo rischia di mettere in crisi l’economia di guerra. E su entrambi il rebus Trump
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A chi conviene di più un mese di tregua? La risposta dal punto di vista militare è ovvia: a chi si trova in difficoltà sul fronte e quindi agli ucraini. Ma bisogna fare attenzione a semplificare, perché in un conflitto di logoramento le risorse contano quanto le forze armate e la Russia adesso ha un grande problema: il calo del prezzo del petrolio, che rischia di mettere in crisi l’economia di guerra putiniana. Senza dimenticare la determinazione e l’imprevedibilità di Donald Trump, fattore chiave di ogni sviluppo futuro.

Il fronte

La realtà è amara: l’esercito di Kiev è sulla difensiva sull’intera linea. Ci sono alcuni punti dove la pressione russa continua a crescere: i più critici sono a Pokrovsk, dove gli invasori sono arrivati a sei chilometri dal confine occidentale della regione di Donetsk; Zaporizhizhia; Chasov Yar; Lyman. Ovunque la resistenza è ostinata e dinamica, con frequenti contrattacchi per tentare di mantenere il controllo delle posizioni rilevanti. Seppur lenta…

A chi conviene di più un mese di tregua? La risposta dal punto di vista militare è ovvia: a chi si trova in difficoltà sul fronte e quindi agli ucraini. Ma bisogna fare attenzione a semplificare, perché in un conflitto di logoramento le risorse contano quanto le forze armate e la Russia adesso ha un grande problema: il calo del prezzo del petrolio, che rischia di mettere in crisi l’economia di guerra putiniana. Senza dimenticare la determinazione e l’imprevedibilità di Donald Trump, fattore chiave di ogni sviluppo futuro.

Il fronte

La realtà è amara: l’esercito di Kiev è sulla difensiva sull’intera linea. Ci sono alcuni punti dove la pressione russa continua a crescere: i più critici sono a Pokrovsk, dove gli invasori sono arrivati a sei chilometri dal confine occidentale della regione di Donetsk; Zaporizhizhia; Chasov Yar; Lyman. Ovunque la resistenza è ostinata e dinamica, con frequenti contrattacchi per tentare di mantenere il controllo delle posizioni rilevanti. Seppur lentamente, i generali di Mosca però occupano altro terreno e allargano l’area delle operazioni, obbligando gli avversari a presidiare oltre mille chilometri di fronte. Una strategia che amplifica la principale debolezza ucraina: la carenza di uomini. Ci sono però altri elementi che pesano: l’offensiva a Kursk lanciata dalla scorsa estate ha causato perdite rilevanti di mezzi corazzati e si fatica a rimpiazzare sia i tank che gli equipaggi. Inoltre le fortificazioni appaiono deboli: non sono stati costruiti abbastanza capisaldi per proteggere le pianure su cui si sta affacciando l’avanzata russa. Kiev può contare su un solo aspetto positivo: la crescita dell’aviazione, resa possibile dalle forniture occidentali. Oltre alla maggiore disponibilità di caccia F16, le bombe plananti consegnate dagli Stati Uniti e dalla Francia permettono anche ai vecchi Sukhoi e Mig d’epoca sovietica di compiere raid senza esporsi alla contraerea. Nelle ultime settimane gli interventi a sostegno delle truppe sono più frequenti e precisi, anche se rimangono insufficienti per capovolgere la situazione.

La pausa

Un mese di tregua può dare respiro ai fanti ucraini, gran parte dei quali combatte dalla primavera 2022 e ha avuto pochissime pause. Offre anche l’occasione di allestire postazioni protette per frenare le offensive nemiche. E concede tempo prezioso per portare avanti la riforma dell’esercito con la creazione di corpi d’armata: una misura decisa dal presidente Zelensky per risolvere uno dei difetti dell’organizzazione basata sulle più piccole brigate, che lasciavano spazi vuoti tra i reparti spesso sfruttati dai russi. Quanto ai rimpiazzi, Kiev può sperare solo nei volontari di età compresa tra 18 e 24 anni che incominciano ad arrivare in prima linea: pochi – le fonti ufficiali hanno parlato di 10 mila domande, ma solo 400 hanno completato finora la formazione -, ma molto motivati e pieni di energia: ricevono un bonus di quasi 5mila euro al momento dell’ingaggio e circa tremila euro mensili di stipendio. Mosca invece avrebbe l’opportunità di migliorare l’addestramento delle sue reclute, volontari anziani attratti dalle paghe record – al momento dell’arruolamento ricevono l’equivalente di un anno di stipendio medio - , che non sono in grado di seguire tattiche moderne. I trenta giorni servirebbero pure a far riposare le unità scelte – parà e fanti di marina – su cui ricade il carico maggiore degli scontri. Grazie al poderoso sforzo industriale, verrebbe anche aumentata la riserva di munizioni per artiglieria, droni e veicoli blindati prodotti in numeri crescenti.

Futuro nero petrolio

L’economia di guerra putiniana si trova adesso a fare i conti con un ostacolo molto più duro delle sanzioni: il calo del prezzo del greggio, dovuto soprattutto all’impatto della sfida dei dazi sulle stime di crescita globale e all’aumento delle estrazioni saudite. Dall’inizio dell’anno le tariffe del petrolio russo sono diminuite di quasi il 20% e stanno precipitando sotto i 55 dollari al barile mentre lo scorso luglio avevano superato 81 dollari. Il bilancio del Cremlino si basava su una quotazione di 70 dollari e adesso vede materializzarsi un buco pauroso, visto che un terzo delle entrate statali proviene dall’esportazione di gas e petrolio.

Ci sono pochi correttivi: se Putin vuole mantenere il livello di fondi per le forze armate – che nel primo quadrimestre del 2025 sono state pari al 6,3% del Pil – sarà costretto ad aumentare le tasse, tagliare il welfare e fare incetta di prestiti. Misure che influirebbero sul consenso per il nuovo Zar, incrinando la sua popolarità interna. “Il petrolio vale di meno – ha commentato Trump - . Io credo che con questi prezzi ora la Russia voglia trattare”.

Il gioco americano

Trump è l’incognita con cui i leader belligeranti devono misurarsi. Zelensky si è reso conto di non poterne fare a meno, perché gli europei non sono né in grado di sostituire gli aiuti militari americani né di offrire garanzie di sicurezza per il futuro prossimo. La sopravvivenza dell’Ucraina dipende comunque da Washington, che lo sta obbligando a negoziare. Putin sa che la Casa Bianca ha messo sul piatto un’offerta che potrebbe essere irripetibile: revoca delle sanzioni, ripresa delle relazioni diplomatiche e commerciali, riconoscimento della sovranità sulla Crimea e del controllo sui territori occupati. Se il Cremlino continuasse nelle tattiche dilatorie, potrebbe incorrere nell’ira del presidente americano e perdere la prospettiva di questi vantaggi: ecco perché adesso si mostra disponibile a un negoziato. Più in generale, 1173 giorni di guerra totale con oltre un milione tra morti e feriti complessivi stanno schiacciando i due Paesi e l’estate potrebbe vedere la sospensione delle ostilità. Non una pace, che richiederebbe tempi più lunghi e una diversa volontà politica, ma una grande tregua. La cui solidità sarà determinata dalla capacità europea di costruire un deterrente contro altre aggressioni russe: a Trump importa solo esibire un successo diplomatico, poi ricalcolerà i suoi interessi. Mentre è facile prevedere che il Cremlino proseguirà comunque la sua campagna, passando dalla guerra aperta a quella ibrida, cercando di indebolire l’esecutivo Zelensky e quelli dei Paesi Ue che sostengono Kiev.

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