La decisione era attesa ma non per questo meno storica: il Pkk, il partito dei lavoratori curdo, deporrà le armi dopo 40 anni di conflitto con lo Stato turco e scioglierà l’organizzazione oggi ramificata in tre Paesi, Turchia, Siria e Iraq. E’ la fine di una lotta armata che ha lasciato sul terreno circa 40mila morti, ma che oggi non ha più ragion d’essere, scrive il gruppo in una dichiarazione rilasciata all’agenzia Firat, perché ha "portato la questione curda alla risoluzione attraverso la politica democratica”, completando “così la missione storica" del Pkk. Il gruppo si impegna a riconsegnare le armi in un processo che avverrà in tre fasi e sarà supervisionato dalle Nazioni Unite. Circa 3.500 membri non combattenti del Pkk si consegneranno alle autorità turche mentre i primi battaglioni a deporre le armi saranno quelli dell'Iraq del nord, della provincia di Duhok, di Erbil e di Suleymaniye. In una terza fase verranno smantellati i campi di addestramento, i depositi di armi, tunnel…
La decisione era attesa ma non per questo meno storica: il Pkk, il partito dei lavoratori curdo, deporrà le armi dopo 40 anni di conflitto con lo Stato turco e scioglierà l’organizzazione oggi ramificata in tre Paesi, Turchia, Siria e Iraq. E’ la fine di una lotta armata che ha lasciato sul terreno circa 40mila morti, ma che oggi non ha più ragion d’essere, scrive il gruppo in una dichiarazione rilasciata all’agenzia Firat, perché ha "portato la questione curda alla risoluzione attraverso la politica democratica”, completando “così la missione storica" del Pkk. Il gruppo si impegna a riconsegnare le armi in un processo che avverrà in tre fasi e sarà supervisionato dalle Nazioni Unite. Circa 3.500 membri non combattenti del Pkk si consegneranno alle autorità turche mentre i primi battaglioni a deporre le armi saranno quelli dell'Iraq del nord, della provincia di Duhok, di Erbil e di Suleymaniye. In una terza fase verranno smantellati i campi di addestramento, i depositi di armi, tunnel e rifugi.
Il senso politico è chiaro: nel mezzo di grandi stravolgimenti che stanno ridisegnando la regione mediorientale, il Pkk ha esaurito la sua ragione sociale e politica. A febbraio, dal carcere dov’è rinchiuso da 26 anni sull’isola di Imrali, era stato il leader Abdullah Ocalan a invocare la fine dell’organizzazione da lui fondata nel 1978: “Non c’è alternativa alla democrazia per ottenere rispetto per le identità, la libera espressione e l’auto organizzazione democratica”, aveva dichiarato. In Turchia i curdi sono 15 milioni. “La chiamata di Bahceli, insieme con la volontà del Presidente (Erdogan, ndr) e le risposte positive degli altri partiti hanno creato le condizioni per chiedere di abbassare le armi. Davanti alla Storia mi prendo la responsabilità di questo appello”. Il 1° marzo, il Pkk aveva dato seguito all’intesa dichiarando un cessate il fuoco unilaterale e chiedendo la creazione di un quadro giuridico per i negoziati di pace.
Resta da capire cosa la Turchia di Erdogan sia disposta a concedere ai curdi in cambio della resa. Negli ultimi mesi, il raìs ha impresso una nuova svolta autoritaria e repressiva alla sua presidenza, offrendo sostegno e copertura politica a una campagna giudiziaria che ha portato in carcere il suo oppositore più influente, il sindaco di Istanbul Ekrem Imamoglu, e larga parte dei quadri dirigenti del Chp, il principale partito di opposizione, erede dei repubblicani di Ataturk. La scure si è abbattuta anche sulla società civile con gli arresti di importanti personalità del mondo della cultura dello show business per accuse che risalgono fino alle proteste di Gezi Park, 2013.
Da quest’ultima ondata repressiva è stato in parte risparmiato il partito curdo Dem, il cui leader Demirtas è già in carcere dal 2016 con una condanna a 42 anni e i cui amministratori locali sono stati decimati in questi anni. Il Dem ha mediato l’accordo con Ocalan e ha aperto una trattativa con il partito del presidente e i suoi alleati nazionalisti. I voti curdi sarebbero indispensabili a Erdogan per cambiare la Costituzione e potersi così ricandidare nel 2028 o per indire elezioni anticipate. Il benestare di Erdogan sarebbe indispensabile ai curdi per ottenere più diritti politici, sociali e linguistici e liberare la leadership in prigione. “La decisione del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) di sciogliersi è significativa per il popolo curdo e per l'intera regione mediorientale”, ha dichiarato il vicepresidente del partito Tayip Temel, ma “richiederà anche un profondo cambiamento nella mentalità ufficiale dello Stato turco e costringerà all'adozione di un nuovo paradigma".
L'annuncio del Pkk arriva dunque in un momento decisivo per la politica interna turca ma anche in un contesto regionale in rapido mutamento. In Siria, i curdi delle Sdf guidati dal generale Mazloum Abdi hanno siglato un accordo con la nuova amministrazione islamista di al Sharaa, che dovrebbe portare l’organizzazione a sciogliersi dentro il costituendo, nuovo esercito siriano. Anche per favorire questo processo, gli americani hanno cominciato ad abbandonare alcune posizioni che tenevano nel nord est della Siria controllato proprio dai curdi delle Sdf e dove ci sono i giacimenti petroliferi. Nel suo imminente viaggio in Medio Oriente, il presidente Trump potrebbe incontrare anche al Sharaa. In Iraq, dove il Pkk ha avuto finora il suo comando centrale e operativo, i curdi di Barzani hanno salutato con favore l’annuncio del disarmo.