I ghirigori colorati che ha sulla sua scrivania, al primo piano della sede del partito socialista, a Tirana, sono nervosamente aggrovigliati. Edi Rama, primo ministro dell'Albania, è un artista, ha tenuto mostre anche a Parigi e a New York, e durante le sue attese, inganna il tempo con scarabocchi che finiscono per diventare disegni da esibire. Ne ha accumulati già un po', dopo la chiusura dei seggi per le elezioni che lo potrebbero confermare per la quarta volta presidente dopo dodici anni di mandato.
Mentre tra gli uffici del partito c'è un via vai di funzionari e collaboratori, alcuni dei quali giovani e con l'aspetto che si ritroverebbe in qualsiasi comitato elettorale di sinistra, lui è solo con un'assistente nella sua stanza, incollato alla tv.
Le uniche certezze su cui può contare sono i primi voti reali che la commissione centrale sta somministrando con il contagocce. Nelle prime sezioni scrutinate è in netto vantaggio. Lo è anche secondo gli exit post dell'Albanian Post, 51 per cento contro il 38 del suo principale avversario, Sali Berisha, l'ottantenne leader del Partito democratico che per primo ha vinto libere elezioni nell'Albania liberata dal comunismo.
Ma sebbene vengano dopo altre rilevazioni simili realizzate da istituti italiani, sono pur sempre sondaggi, valgono quel che valgono. E Rama il 16 maggio deve ospitare i capi di Stato della Comunità politica europea, ci informa un suo collaboratore, quindi i capi di Stato di tutta Europa e anche del Regno Unito, della Turchia e degli stati balcanici. È vero che per legge resterebbe comunque in carica fino a settembre. Ma certo sarebbe una beffa ospitarli da dimissionario dopo aver scommesso tutta la campagna elettorale sull'ingresso in Europa, tappezzando la capitale con cartelli che recitano "I love Europe" durante il giro d'Italia.
Proprio Edi, che si è sbilanciato con Giorgia Meloni cedendogli un pezzo del territorio per ospitare i centri di detenzione di Gjader e Shengjin - e meno male che la cosa è passata quasi inosservata qui in campagna elettorale - non può permettersi di perderle, queste elezioni.
E così nella sede del partito si respira un ottimismo molto teso. Mentre Berisha, dal suo quartier generale a quattrocento metri di distanza, cannoneggia con dichiarazioni ferali: "È l'ultimo giorno di Rama, il popolo sovrano ha deciso".
Ma soprattutto pesta duro sul tallone d'Achille di Rama, la regolarità delle elezioni. Denunciando di tutto: documenti d'identità di elettori ritrovati per strada, raduni di attivisti del partito socialista che si organizzano per andare a condizionare il voto, squadre che, a suo dire, girano per le strade per comprare il voto. "Questo è il voto più regolare che ci sia stato da quando ci sono elezioni libere", giura il suo consulente per la comunicazione, Endri Fuga, che ricorda cosa succedeva solo qualche anno fa, quando all'uscita dei seggi in Albania ci scappava il morto.
Ora c'è la Spak, la temuta magistratura anticorruzione imposta a Rama dall'Unione europea, che controlla e arresta. Sette elettori sono finiti in manette solo ieri per aver fotografato il voto. E anche se le proiezioni sono benevole - in tarda serata arriva quello di Top Channel, che lo dà al 60 per cento - Rama tiene anche a vincere la battaglia della regolarità del voto, perché possa essere definitivamente accettabile agli occhi dell'Europa.
Lui, sprezzantemente definito "il comunista" da Berisha, che per scavalcarlo a destra nel gioco delle alleanze occidentali, non potendo competere sul terreno dell'amicizia con Meloni, si è affidato a Chris LaCivita, lo stratega della campagna elettorale di Donald Trump, al quale ora si paragona in quanto vittima di una segregazione politica (è a processo per corruzione ed è stato per mesi ai domiciliari). Comunista proprio lui, che da studente delle Belle Arti guidò una delle prime rivolte contro il regime di Enver Hoxha. E ricorda: "Durante il comunismo l'arte contemporanea era proibita. Una nostra mica riuscì a trovare un libro di Cézanne e lo portò a scuola. Lo mettemmo sul galleggiante del bagno e ognuno di noi a turno usciva per andare leggerlo. Ogni pagina, in quei pochi minuti, la succhiavamo. Era come fare sesso in piedi".