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Lo chef Locatelli: “Ridicola la stretta di Londra contro i giovani stranieri. Male per noi e loro”

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Intervista allo stellato Michelin. Con le nuove leggi sull’immigrazione per gli italiani sarà ora necessario avere una laurea e parlare bene inglese per trasferirsi
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LONDRA – Giorgio Locatelli, 62 anni, chef italiano di fama mondiale e stellato Michelin, da tanti anni a Londra dove è arrivato da giovanissimo e dove ha appena aperto un nuovo ristorante e bar alla National Gallery, cosa ne pensa di questa severissima stretta del Labour contro i lavoratori non qualificati stranieri, e dunque anche italiani?

«È un provvedimento ridicolo, che influirà moltissimo sui giovani italiani e sulla società britannica. E lo dico io che molti anni fa arrivai qui a Londra senza niente, a parte 400 sterline in tasca. Prima della Brexit, le nuove generazioni italiane venivano qui, contribuivano all’erario, e molto spesso andavano dal dottore o dal dentista in Italia. Insomma, erano quasi a costo zero per lo Stato britannico. Ma il guaio è un altro».

Quale?

«Intere generazioni di ragazzi e ragazze non rimanevano in Italia e si confrontavano con il mondo intero. Anzi, magari qualcuno tornava e travasava nel nostro Paese un patrimonio di esperienza e cultura inestima…

LONDRA – Giorgio Locatelli, 62 anni, chef italiano di fama mondiale e stellato Michelin, da tanti anni a Londra dove è arrivato da giovanissimo e dove ha appena aperto un nuovo ristorante e bar alla National Gallery, cosa ne pensa di questa severissima stretta del Labour contro i lavoratori non qualificati stranieri, e dunque anche italiani?

«È un provvedimento ridicolo, che influirà moltissimo sui giovani italiani e sulla società britannica. E lo dico io che molti anni fa arrivai qui a Londra senza niente, a parte 400 sterline in tasca. Prima della Brexit, le nuove generazioni italiane venivano qui, contribuivano all’erario, e molto spesso andavano dal dottore o dal dentista in Italia. Insomma, erano quasi a costo zero per lo Stato britannico. Ma il guaio è un altro».

Quale?

«Intere generazioni di ragazzi e ragazze non rimanevano in Italia e si confrontavano con il mondo intero. Anzi, magari qualcuno tornava e travasava nel nostro Paese un patrimonio di esperienza e cultura inestimabile. Al contrario di quanto dice il ministro Lollobrigida: lui parla di difendere il patrimonio italiano, invece questi ragazzi si aprivano al mondo. La nostra cucina deve essere internazionale, non la locanda Marietta di Rimini, per dire».

Ma c’è chi sostiene che gli italiani non dovrebbero fare i camerieri, o gli «schiavetti» all’estero.

«È una concezione decisamente offensiva nei confronti dei nostri ragazzi, espressa da chi ci capisce molto poco. La divulgazione della nostra cultura del mangiare è importantissima. E un cameriere ben formato può poi fare di tutto in futuro, perché impara a capire la gente, a confrontarsi con la vita. Non è detto che uno rimanga a fare il cameriere, comunque una professione eccelsa e dignitosa. Ma chi resta nel settore comunque ha tante altre opportunità e professionalità, dopo simili esperienze. E anche se tornano in Italia alzano moltissimo il livello nel nostro Paese. Persino uno come Gualtiero Marchesi si formò in Francia, prima di diventare qualcuno. Purtroppo, certi genitori preferiscono vedere i figli perdere tempo all’università, anche se non hanno voglia di studiare, invece di fare un lavoro serio».

Crede che ricorrere ai lavoratori autoctoni possa bastare ai ristoranti britannici?

«Anche se ho conosciuto grandi professionisti inglesi, sono scettico. Nel settore della ristorazione oltremanica già ci sono 134mila posti di lavoro vacanti. Sarà dura colmarli, soprattutto per i ristoranti più piccoli».

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