TUNISI – È ritornata la calma stamani a Tripoli, anche nella periferia sud, nel quartiere di Abu Salim, già roccaforte del temuto Abdulghani al Kikli, detto “Gheniwa”. Lui, ex comandante dell’Apparato di supporto alla stabilizzazione (Ssa), milizia attiva anche nel business dei migranti, è stato ucciso ieri sera e nella notte l’area è stata il teatro di scontri violenti. Ma oggi Abdulhamid Dabaiba, il capo del governo a Tripoli, ha diffuso un messaggio rassicurante, elogiando i ministeri della Difesa e dell’Interno “per i risultati ottenuti nel ristabilire la sicurezza e imporre l’autorità dello Stato nella capitale”. Anche perché la fine di Gheniwa costituisce un rafforzamento del suo regime, sempre più debole negli ultimi mesi, in contrasto con l’apparente forza del nemico Khalifa Haftar, che, con il clan familiare, tiene in mano saldamente l’altra parte della Libia, la Cirenaica.
TUNISI – È ritornata la calma stamani a Tripoli, anche nella periferia sud, nel quartiere di Abu Salim, già roccaforte del temuto Abdulghani al Kikli, detto “Gheniwa”. Lui, ex comandante dell’Apparato di supporto alla stabilizzazione (Ssa), milizia attiva anche nel business dei migranti, è stato ucciso ieri sera e nella notte l’area è stata il teatro di scontri violenti. Ma oggi Abdulhamid Dabaiba, il capo del governo a Tripoli, ha diffuso un messaggio rassicurante, elogiando i ministeri della Difesa e dell’Interno “per i risultati ottenuti nel ristabilire la sicurezza e imporre l’autorità dello Stato nella capitale”. Anche perché la fine di Gheniwa costituisce un rafforzamento del suo regime, sempre più debole negli ultimi mesi, in contrasto con l’apparente forza del nemico Khalifa Haftar, che, con il clan familiare, tiene in mano saldamente l’altra parte della Libia, la Cirenaica.
L’eliminazione dell’ingombrante Gheniwa andrebbe nel senso dei “desiderata” dell’attuale amministrazione Trump, che punterebbe a un potenziamento di Dabaiba, anche in opposizione agli Haftar, i cui garanti, pure militarmente, sono i russi. Gheniwa si era recato nella caserma Tekbali, feudo della brigata 444, altra milizia potente nel sud della città e affiliata al governo di Dabaiba. Avrebbe voluto trovare un accordo con i suoi rivali. Ma, secondo un nipote del boss ucciso, citato dall’analista politico Jalel Harchaoui su X, Gheniwa sarebbe caduto in un’imboscata. Come sottolineato da Harchaoui, il ras di Ssa era riuscito “a installare propri fedeli in posti chiave delle banche, telecomunicazioni, amministrazioni e perfino della diplomazia”. Insomma, una sorta di contropotere rispetto a Dabaiba, ma in un contesto che per lui resta ancora incerto, visto il mosaico di milizie presenti sul territorio.
“La morte di Gheniwa – ha sottolineato su X Emad Badi, esperto di Libia all’Atlantic Council – annuncia la frammentazione probabile (e la dissoluzione eventuale) del più antico gruppo armato post-rivoluzionario (ndr, dopo la caduta di Mu’hammar Gheddafi) a Tripoli”. Le forze allineate a Dabaiba (in particolare la Brigata 444 e il viceministro della Difesa Abdul Salam Zewbi) sono ora pronte a prendere il controllo delle aree finora dominate dal Ssa. Alcuni alleati minori del gruppo, come Usama Tleish e Lufti al Harari, sarebbero già fuggiti dalla capitale.
Proprio Tleish aveva a lungo assicurato la sicurezza del governatore della Banca centrale libica (Bcl), Naji Issa. Quest’istituzione deve gestire i proventi del settore petrolifero, poi divisi fra Tripoli (il governo di Dabaiba) e Bengasi (gli Haftar): un processo sempre più difficile. Proprio a causa delle spese spropositate dei due regimi (e gli Haftar stanno investendo tantissimo, anche in infrastrutture, nell’Est), la Bcl è stata costretta lo scorso 6 aprile a svalutare il dinaro (del 13,3%), un grosso colpo per il potere d’acquisto dei libici, visto che la stragrande maggioranza dei prodotti viene importata. D’altra parte, il tentativo del premier di Tripoli di riprendere la situazione in mano (e forse di avere una maggiore influenza sulla Banca centrale) è anche motivato ad arginare lo scontento dell’opinione pubblica della Tripolitania, che guarda con una certa invidia agli investimenti realizzati rapidamente (anche grazie a una buona dose di corruzione) nell’Est dagli Haftar.
Nei giorni scorsi, diversi media, tra cui Reuters e Cnn, avevano indicato la possibilità di un accordo firmato dall’amministrazione Trump per inviare migranti illegali proprio in Libia. Non era chiaro con chi fossero in corso le trattative (Tripoli o Bengasi), che in ogni caso erano state smentite da Washington. Il Wall Street Journal ha comunque indicato che in effetti una trattativa ci sarebbe stata e con Tripoli: lo stesso Dabaiba avrebbe proposto di ricevere i charter di migranti, forse cercando di ingraziarsi gli Usa, utili (anzi, necessari) se davvero vuole rafforzare il proprio potere. Secondo l’Oim (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni) sono più di 800mila i migranti, perlopiù subsahariani, a vivere in Libia, spesso in campi gestiti dalle milizie, come quella di Gheniwa, che aveva prosperato con questo tipo di business (ricattando le famiglie di origine per ricevere un riscatto e liberare i loro familiari dai campi e dalle loro torture).