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La regista iraniana Farsi: “A Cannes rivive Fatma, reporter uccisa a Gaza”

La regista iraniana Sepideh Farsi con una foto di Fatma Hassouna (afp)

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Sepideh Farsi: “Nel mio film, di cui è la protagonista, ho raccontato la vita sotto le bombe grazie alla sua macchina fotografica”
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PARIGI – Fatma Hassouna non ha visto Put Your Soul on Your Hand and Walk, il film di cui è protagonista e che oggi sarà presentato nella sezione Acid del festival di Cannes. Qualche settimana fa, la regista iraniana Sepideh Farsi le aveva inviato un montaggio del documentario che racconta, attraverso il suo sguardo, la guerra a Gaza. «Mi aveva promesso che lo avrebbe guardato, ma non l’ha fatto», racconta la regista a Repubblica. «Forse aveva paura, o forse la connessione era troppo debole. Ma mi aveva già mandato il passaporto. Sognava di venire a Cannes con il suo fidanzato. Diceva: “Se vengo con lui, sarà perfetto”».

Quel viaggio non avverrà mai. Fatma è stata uccisa il 16 aprile scorso, il giorno dopo l’annuncio della selezione del film, colpita da due missili israeliani che hanno distrutto l’appartamento in cui si trovava con la famiglia. «Coincidenza? Non lo so. Ma due missili che centrano proprio quel palazzo, la sua professione, il tempismo. Vorrei che ci fosse un’inchiesta», …

PARIGI – Fatma Hassouna non ha visto Put Your Soul on Your Hand and Walk, il film di cui è protagonista e che oggi sarà presentato nella sezione Acid del festival di Cannes. Qualche settimana fa, la regista iraniana Sepideh Farsi le aveva inviato un montaggio del documentario che racconta, attraverso il suo sguardo, la guerra a Gaza. «Mi aveva promesso che lo avrebbe guardato, ma non l’ha fatto», racconta la regista a Repubblica. «Forse aveva paura, o forse la connessione era troppo debole. Ma mi aveva già mandato il passaporto. Sognava di venire a Cannes con il suo fidanzato. Diceva: “Se vengo con lui, sarà perfetto”».

Quel viaggio non avverrà mai. Fatma è stata uccisa il 16 aprile scorso, il giorno dopo l’annuncio della selezione del film, colpita da due missili israeliani che hanno distrutto l’appartamento in cui si trovava con la famiglia. «Coincidenza? Non lo so. Ma due missili che centrano proprio quel palazzo, la sua professione, il tempismo. Vorrei che ci fosse un’inchiesta», osserva Farsi, che ha costruito il film come un grido contro l’indifferenza. Un’opera che restituisce un volto, una voce e un nome a chi viene ridotto a numero.

Fatma, per gli amici Fatem, aveva appena compiuto 25 anni. La sua unica arma era una macchina fotografica. Scatti intorno a un popolo sotto assedio. «Se non documentiamo noi questo genocidio, chi lo farà?», diceva. «Il mondo deve vedere queste immagini e confrontarsi con la nostra realtà». Nata e cresciuta a Gaza, non aveva mai lasciato la Striscia. Eppure, aveva saputo custodire dignità, forza e speranza. «Appena l’ho vista, ho capito che il mio film era lei», ricorda Farsi. «Una ragazza piena di vita, con un sorriso travolgente».

Dopo lo shock del 7 ottobre 2023 la regista aveva deciso di entrare a Gaza. Era arrivata al Cairo con l’idea di attraversare il valico di Rafah. «Presto ho visto che nel racconto dei media mancava qualcosa. Le immagini delle rappresaglie israeliane riempivano gli schermi, ma i palestinesi non avevano voce: erano solo cifre». L’ingresso a Gaza, con un passaporto iraniano, era impossibile. Grazie ad alcuni rifugiati palestinesi, la regista ottiene il numero di Fatma. La loro prima videochiamata è l’inizio del film. «Mi sono presentata, le ho spiegato che cercavo immagini e testimonianze dall’interno. Ma soprattutto volevo capire come si sopravvive a Gaza. E lei ha detto subito di sì».

Era un anno fa. I contatti sono diventati quotidiani. «Ci scrivevamo ogni giorno. A volte solo con messaggi vocali, brevi aggiornamenti», racconta Farsi. «La mia vita proseguiva in Francia ma con un senso costante di colpa. Ogni volta che non rispondeva, tremavo». A luglio, la fotogiornalista è stata costretta a evacuare. Per giorni è sparita, poi è ricomparsa. Non voleva lasciare Gaza. Ripeteva che il suo posto era lì. Per testimoniare. Per denunciare.

Attraverso foto e videochiamate, raccontava l’orrore ma anche la quotidianità fatta di piccoli gesti come un caffè caldo. «È la prova che si è ancora vivi», confidava. La regista ci ripensa: «Avrei voluto proteggerla. Ma non si può dire a qualcuno: vai via. E come potrei farlo io, che vivo in esilio da quarant’anni? Partire spesso significa non tornare mai». Il film vuole rompere il silenzio. «In Europa, negli Stati Uniti, è quasi impossibile parlare liberamente di Gaza. Anche noi siamo traumatizzati, in un altro modo. Ma non possiamo nemmeno esprimerlo». Il documentario è pensato come «uno spazio di parola». «Non per odiare, ma per capire. Per fermare i massacri. E per cercare giustizia».

La madre di Fatma è sopravvissuta all’attacco del 16 aprile. Ferita, sotto shock, ricoverata in ospedale, per giorni ha rifiutato di mangiare. Poi un giorno ha chiesto invano una mela. La regista ha proposto a un parente di mandare dei soldi per quella piccola richiesta. «A Gaza non ci sono mele», è stata la risposta. E allora, si chiede Farsi: «Che umanità è quella che riduce le persone a questo? È tempo che la guerra finisca, ma non con la cancellazione di Gaza». A Cannes, Fatma non ci sarà. Scriveva anche poesie, e alcuni versi sono stati letti dall’attrice Juliette Binoche durante l’apertura del festival. Sulla Croisette ci sarà una mostra con alcune sue fotografie. Ci sarà quindi il suo sguardo. La sua voce. E quella luce che, tra le macerie, non si spegne.

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