Procuratore capo Cpi indagato per abusi sessuali: Khan si congeda fino alla fine delle indagini
di Lirio AbbateUn’email, asciutta ma pesante come un macigno, ha scosso la Corte penale internazionale. Karim Khan, procuratore capo della Cpi, ha chiesto un congedo “fino al termine del procedimento” interno che lo vede indagato per violenza sessuale. La gestione dell’Ufficio del procuratore da questo momento è affidata ai procuratori aggiunti. Un passo indietro inevitabile, quello di Khan, stretto tra le maglie di un’indagine per stupro e la tempesta geopolitica scatenata dalle sue stesse azioni.
Alla fine del 2024, Khan aveva chiesto i mandati d’arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza. Un atto storico, che però coincideva con l’esplosione dello scandalo personale: una sua ex assistente lo accusava di averla costretta a rapporti sessuali in un arco di mesi, tra missioni internazionali e la residenza ufficiale all’Aia. Secondo il dossier consegnato all’Onu, la donna avrebbe subito non solo violenze fisiche, ma anche pressioni p…
Un’email, asciutta ma pesante come un macigno, ha scosso la Corte penale internazionale. Karim Khan, procuratore capo della Cpi, ha chiesto un congedo “fino al termine del procedimento” interno che lo vede indagato per violenza sessuale. La gestione dell’Ufficio del procuratore da questo momento è affidata ai procuratori aggiunti. Un passo indietro inevitabile, quello di Khan, stretto tra le maglie di un’indagine per stupro e la tempesta geopolitica scatenata dalle sue stesse azioni.
Alla fine del 2024, Khan aveva chiesto i mandati d’arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza. Un atto storico, che però coincideva con l’esplosione dello scandalo personale: una sua ex assistente lo accusava di averla costretta a rapporti sessuali in un arco di mesi, tra missioni internazionali e la residenza ufficiale all’Aia. Secondo il dossier consegnato all’Onu, la donna avrebbe subito non solo violenze fisiche, ma anche pressioni psicologiche: Khan le avrebbe intimato di non denunciare, facendole pesare il rischio di “danneggiare la Cpi” e “mettere a rischio i mandati per la Palestina”. Una spirale di ricatti che getta un’ombra pesante sul paladino della giustizia internazionale.
Khan, 55 anni, ex avvocato per i diritti umani e veterano dei tribunali internazionali, ha respinto ogni accusa parlando di una “campagna di disinformazione” orchestrata per screditarlo. I sospetti, da lui stesso evocati, vanno dai servizi israeliani alla disinformazione russa. Ma la coincidenza temporale tra la denuncia interna (aprile 2024) e l’annuncio dei mandati per Netanyahu (maggio 2024) non ha convinto molti, né all’interno della Corte né tra i partner internazionali.
Diplomatici statunitensi riferiscono che Washington aveva chiesto a Khan di rallentare l’iter dei mandati, suggerendo che Israele disponesse di un sistema giudiziario interno sufficiente. Khan ha però proceduto, aggravando le tensioni. La risposta israeliana è stata durissima: accuse di “abuso di processo”, minacce di rappresaglie politiche e legali, e una campagna di delegittimazione verso la Cpi.
Anche gli Stati Uniti hanno reagito, imponendo sanzioni personali a Khan e ventilando misure contro l’istituzione stessa. Intanto, all’interno della Cpi, il clima si è fatto pesante. Fonti interne parlano di un ambiente pesante, segnato da intimidazioni, pressioni sui testimoni, riassegnazioni punitive e dimissioni a catena. L’indagine interna dell’Oim (Office of Internal Oversight) si è chiusa in tempi sospetti, senza nemmeno interrogare Khan, alimentando l’idea di una gestione opaca e impunita.
Il dossier è ora nelle mani dell’Assemblea degli Stati Parte (ASP), unico organo con il potere di rimuovere Khan. Ma il rischio che la Cpi esca devastata da questa vicenda è più che concreto. La crisi di credibilità si intreccia con i casi in corso: da Gaza all’Ucraina, dal Myanmar al Darfur, a quello di Almasri e l’Italia, la Corte affronta processi cruciali per il diritto internazionale. E mentre i sostenitori della Cpi temono una paralisi, alcuni paesi, come Ungheria e Belgio, minacciano di ignorare i mandati d’arresto o persino di abbandonare la Corte. Uno scenario che metterebbe in discussione l’intera architettura della giustizia penale internazionale.