Tirana, vertice dei Volenterosi con telefonata a Trump. E Meloni non c’è
dal nostro inviato Lorenzo De Cicco (Tirana) e dalla nostra corrispondente Anais Ginori (Parigi)Erano insieme a Kiev meno di una settimana fa, ora sono di nuovo fianco a fianco a Tirana. Non appena si chiude il vertice della Comunità politica europea, il quartetto di leader europei si defila: Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz e Donald Tusk. È una riunione d’emergenza della cosiddetta “coalizione dei volenterosi” in sostegno a Kiev. Accanto ai leader di Francia, Regno Unito, Germania e Polonia, c’è anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Mentre la speranza dei negoziati a Istanbul si dissolve in un nulla di fatto – il primo incontro bilaterale tra emissari di Kiev e Mosca è durato meno di due ore – i Volenterosi decidono di alzare il livello: telefonano a Donald Trump e fanno pressing sul presidente americano per nuove sanzioni contro Mosca.
L’Italia resta fuori. Giorgia Meloni non era a Kiev con il quartetto e non partecipa nemmeno al mini-vertice di Tirana. Temendo, o forse sapendo, dell’esclusione dalla call con Trump, la premier stamattina aveva prova…
Erano insieme a Kiev meno di una settimana fa, ora sono di nuovo fianco a fianco a Tirana. Non appena si chiude il vertice della Comunità politica europea, il quartetto di leader europei si defila: Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz e Donald Tusk. È una riunione d’emergenza della cosiddetta “coalizione dei volenterosi” in sostegno a Kiev. Accanto ai leader di Francia, Regno Unito, Germania e Polonia, c’è anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Mentre la speranza dei negoziati a Istanbul si dissolve in un nulla di fatto – il primo incontro bilaterale tra emissari di Kiev e Mosca è durato meno di due ore – i Volenterosi decidono di alzare il livello: telefonano a Donald Trump e fanno pressing sul presidente americano per nuove sanzioni contro Mosca.
L’Italia resta fuori. Giorgia Meloni non era a Kiev con il quartetto e non partecipa nemmeno al mini-vertice di Tirana. Temendo, o forse sapendo, dell’esclusione dalla call con Trump, la premier stamattina aveva provato a giocare d’anticipo. E così, appena arrivata, quando Macron era ancora in automobile sulla via del teatro dell’Opera di Tirana, la premier si era fermata a parlare nel foyer con Zelensky, von der Leyen, Starmer e Tusk. Uno scambio rapido, ripreso dallo staff di Palazzo Chigi e poi diffuso dalla presidenza del consiglio. Una “contro-foto”, dopo l’assenza della premier sul treno per Kiev. E dopo la foto a San Pietro, a margine delle esequie di papa Francesco, con Trump, Zelensky, Starmer e Macron. Nessun commento arriva per ora dall’entourage di Meloni, su questa nuova clamorosa esclusione. Che si aggiunge alla mancata firma dell’Italia nella dichiarazione dei Volenterosi. Mentre si svolgeva la call tra le due sponde dell’Atlantico, Meloni era impegnata in un’altra serie di bilaterali: con von der Leyen, il presidente turco Erdogan, il capo della confederazione Svizzera Keller-Sutter e Nikos Christodoulides, il presidente di Cipro.
Più tardi, a margine del vertice, Meloni è intervenuta sul tema: “L'Italia ha da tempo dichiarato di non essere disponibile a mandare truppe in Ucraina. Non avrebbe senso per noi partecipare a dei formati che hanno degli obiettivi sui quali non abbiamo dichiarato la nostra disponibilità". Poco dopo Macron risponde duramente alla premier: "C'è un errore di interpretazione, non abbiamo parlato di inviare truppe, la discussione era per un cessate il fuoco in Ucraina, domenica e oggi. Guardiamoci dal divulgare false informazioni, ce ne sono a sufficienza di quelle russe".
«È uscita dalla conversazione», confida a Repubblica una fonte diplomatica europea a proposito di Meloni. A pesare, secondo la stessa fonte, non è solo la sostanza delle critiche italiane alla coalizione lanciata da Macron e Starmer – in particolare sulla proposta di inviare truppe in Ucraina – ma anche, e forse di più, la forma: l’arrivo ostentatamente tardivo al primo vertice di Parigi a febbraio, l’incertezza fino all’ultimo sulla partecipazione italiana agli incontri successivi, provocando l'esasperazione di alcuni consiglieri diplomatici. Il difficile rapporto tra Meloni e Macron ha probabilmente influenzato le scelte italiane.
A riprova di una questione molto «personale» c'è l'ottimo rapporto tra i ministri della Difesa, Sébastien Lecornu e Guido Crosetto, che proprio oggi sono insieme a Roma per un vertice in formato E5 : il quartetto allargato all'Italia. Tra i due c'è una relazione ottima e fluida, confidano a Parigi. Tra Palazzo Chigi e l'Eliseo molto meno. Anche se nell'entourage di Macron nessuno vuole accendere polemiche con l'Italia. E i consiglieri del Presidente non rispondono a chi chiede delucidazioni sul mancato invito a Meloni per il viaggio a Kiev. Il viaggio a Kiev del 10 maggio, secondo quanto apprende Repubblica, è stato prima concordato Macron e Merz. Il nuovo cancelliere voleva a tutti i costi organizzare una visita in Ucraina poco dopo il suo insediamento. La presenza di Starmer è sembrata naturale sin da subito. Il trio si è poi allargato alla Polonia, dopo qualche esitazione di Donald Tusk, preoccupato per le ricadute interne sulla campagna presidenziale a Varsavia.
Il quartetto, ora compatto, passa all’azione. Quando i Volenterosi e Zelensky chiamano Trump, il presidente americano è a bordo dell’Air Force One, sorvolando l’Europa sulla rotta di ritorno da Abu Dhabi. «Abbiamo avuto insieme una discussione con il presidente Trump per sottolineare quanto sia inaccettabile che la Russia non risponda alle richieste avanzate dagli americani, sostenuti dall’Ucraina e dagli europei. Nessun cessate il fuoco, nessun appuntamento a livello decisionale», spiega Macron, che subito dopo la telefonata parla ai giornalisti a nome del quartetto.
Poco prima, davanti ai quaranta leader della Cpe – tra cui i 27 dell’Unione europea – il presidente francese aveva tracciato la linea: «Se si conferma che la delegazione russa è presente solo per salvare le apparenze e non può portare a nessun risultato concreto, allora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità». E ancora: «Le ultime ore hanno dimostrato che la Russia non ha alcuna intenzione di negoziare una tregua». La telefonata a Trump, secondo fonti europee, è servita a fare pressione sugli Stati Uniti per dare il via libera a nuove sanzioni contro Mosca. «Putin deve pagare il prezzo del suo rifiuto della pace», ha commentato Keir Starmer. «Le sue tattiche – tergiversare, guadagnare tempo, e intanto continuare a uccidere e versare sangue in Ucraina – sono intollerabili», ha aggiunto il premier britannico.
Anche Ursula von der Leyen ha invocato un’escalation sul fronte delle misure restrittive: «Noi vogliamo la pace, ma dobbiamo aumentare la pressione finché il presidente Putin non sarà pronto ad accettarla», ha detto la presidente della Commissione europea, annunciando che un nuovo pacchetto di sanzioni è in fase di preparazione. Zelensky, dal canto suo, ha ribadito che in caso di fallimento dei colloqui di Istanbul dovrà esserci «una reazione forte della comunità internazionale, comprese nuove sanzioni».
Una linea già fatta propria da Parigi: il capo della diplomazia francese Jean-Noël Barrot, presente al vertice informale della Nato in Turchia, ha invocato misure «devastanti» contro la Russia. Barrot ha fatto riferimento a un progetto del senatore americano Lindsey Graham per un pacchetto di sanzioni straordinarie: dazi al 500% sull’importazione di petrolio russo e una tariffa equivalente contro i Paesi che continuano a comprarlo. «È un modo per prendere la Russia alla gola», ha dichiarato il ministro francese.