ISTANBUL – Gli uni di fronte agli altri, ai lati opposti di un tavolo a forma di U. A sinistra, gli ucraini, molti in mimetica. A destra, i russi in giacca e cravatta. «Anche il dress code dimostra chi è a favore della pace», commenta l’inviato del tabloid Komsomolskaja Pravda Aleksandr Kots. Ma, al netto dell’ironia, la distanza non è soltanto una differenza di look. Al di là delle «soddisfatte» dichiarazioni finali, dietro alle porte chiuse del palazzo presidenziale Dolmabahçe di Istanbul, i toni dei primi colloqui dal 2022 tra le delegazioni di Russia e Ucraina sono stati tutt’altro che concilianti.
Si è parlato in russo e già questo è bastato ai media di Mosca a rivendicare una vittoria. Non solo. Il capo della delegazione russa Vladimir Medinskij è andato subito all’attacco. «Non vogliamo la guerra, ma siamo pronti a combattere per un anno, due, tre. Per tutto il tempo necessario. Abbiamo combattuto contro la Svezia per ventun anni. Voi per quanto tempo siete pronti a combat…
ISTANBUL – Gli uni di fronte agli altri, ai lati opposti di un tavolo a forma di U. A sinistra, gli ucraini, molti in mimetica. A destra, i russi in giacca e cravatta. «Anche il dress code dimostra chi è a favore della pace», commenta l’inviato del tabloid Komsomolskaja Pravda Aleksandr Kots. Ma, al netto dell’ironia, la distanza non è soltanto una differenza di look. Al di là delle «soddisfatte» dichiarazioni finali, dietro alle porte chiuse del palazzo presidenziale Dolmabahçe di Istanbul, i toni dei primi colloqui dal 2022 tra le delegazioni di Russia e Ucraina sono stati tutt’altro che concilianti.
Si è parlato in russo e già questo è bastato ai media di Mosca a rivendicare una vittoria. Non solo. Il capo della delegazione russa Vladimir Medinskij è andato subito all’attacco. «Non vogliamo la guerra, ma siamo pronti a combattere per un anno, due, tre. Per tutto il tempo necessario. Abbiamo combattuto contro la Svezia per ventun anni. Voi per quanto tempo siete pronti a combattere?», ha chiesto provocatoriamente. Un’allusione alla Grande Guerra del Nord che durò dal 1700 al 1721 e segnò il tramonto della Svezia come grande potenza nordeuropea e l’ascesa della Russia come impero sotto Pietro il Grande. Quando poi si è discusso di cessate-il-fuoco, la delegazione russa ha posto come condizione il ritiro delle truppe ucraine dalle quattro regioni che Mosca ha unilateralmente annesso nel settembre 2022, ma che controlla soltanto in parte. Al netto rifiuto della controparte, i russi si sarebbero alzati in piedi minacciando che, al successivo faccia a faccia, le ragioni annesse sarebbero state due in più: Kharkiv e Sumy. «Forse alcuni di coloro che sono seduti qui a questo tavolo perderanno altri loro cari. La Russia è pronta a combattere per sempre», avrebbe ribadito Medinskij.
I propagandisti russi hanno provato a smentire i dietro le quinte rilanciati dal giornalista dell’Economist Oliver Carroll. «Si tratta di notizie false diffuse da ucraini e occidentali con l’obiettivo di screditare il gruppo negoziale russo. Un vecchio trucco», ha commentato ad esempio Kots. Ma alla fine è stata proprio uno dei megafoni del Cremlino, il co-conduttore del talk show 60 Minuti di Rossija1 Evgenij Popov volato a Istanbul, a confermare le ricostruzioni. «Sappiamo che uno dei nostri negoziatori ha dichiarato che se, nel prossimo futuro, non verranno riconosciute le quattro nuove regioni russe, allora la prossima volta saranno sei. Questa frase è stata effettivamente pronunciata. Possiamo confermarlo grazie alle nostre affidabili fonti vicine al processo negoziale».
La fonte altro non era che lo stesso Medinskij che, intervistato da Popov, è tornato a insistere sul paragone con il conflitto del XVIII secolo. «La Grande Guerra del Nord con la Svezia durò 21 anni. Ma pochi anni dopo il suo inizio, Pietro I offrì la pace agli svedesi. “Dateci San Pietroburgo e i suoi dintorni, e porremo fine alla guerra”. Che cosa dissero gli svedesi? “No, combatteremo fino all’ultimo svedese”. Così Carlo XII continuò la sua folle guerra. Ma la cosa più divertente è che Carlo XII era sostenuto da Inghilterra e Francia». Evidente la volontà di tracciare dei parallelismi sottintesi che Popov ha chiosato così. «Il messaggio è chiaro. Raggiungeremo gli obiettivi dell’operazione militare speciale o al tavolo negoziale o sul campo di battaglia, in ogni caso li raggiungeremo».
Del resto Vladimir Putin ha riconfermato Medinskij, già capodelegazione nel 2022, non a caso. Non solo perché è stato proprio l’ex ministro della Cultura, oggi suo assistente personale, a plasmare la sua visione distorta della storia e a fornire le argomentazioni per il suo famigerato saggio del 2021 in cui definì l’Ucraina una «creazione dei bolscevichi» giustificando così l’imminente aggressione contro Kiev. Ma anche per ribadire che le richieste di Mosca sono le stesse, «irricevibili», del 2022 e la Russia non cerca un compromesso, ma la resa di Kiev. Per rimproverare chi chiede un cessate-il-fuoco prima dei negoziati di «non conoscere affatto la storia» perché «di norma, come diceva Napoleone, guerra e negoziati vanno sempre insieme». E annegare infine i colloqui, invece che coi “njet”, i “no” alla Gromyko, con digressioni e lezioncine.