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Libia, la peggiore crisi dal 2021 e il futuro fragile di Ddeibah

(afp)

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Dopo gli scontri e le tensioni dei giorni scorsi, ieri il premier di Tripoli è intervenuto in tv rivolgendosi ai gruppi armati, tendendo la mano alla brigata Rada e tirando in ballo Almasri. Ma la sua sorte è sempre più legata, anche, al tracollo economico del Paese
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TUNISI – Abdul Hamid Mohammed Dbeibah cerca di sopravvivere alla sua peggiore crisi, dal febbraio 2021, da quando diventò primo ministro a Tripoli, ritrovandosi alla guida dell’Ovest della Libia, territorio in preda a poteri e abusi delle milizie. Ieri sera, in un discorso solenne diffuso in tv e sui social, ha chiesto ai gruppi armati di “raggiungere le istituzioni dello Stato”. Non solo: ha teso la mano a Rada, una delle brigate più importanti a Tripoli, contro la quale lui stesso martedì aveva lanciato un’offensiva (ma senza successo). Il premier ha persino tirato in ballo un personaggio, che recentemente si è ritrovato al centro della politica italiana, il controverso Osama Najim Almasri, per giustificare le sue mosse degli ultimi giorni.

Il dopo Gheddaf…

TUNISI – Abdul Hamid Mohammed Dbeibah cerca di sopravvivere alla sua peggiore crisi, dal febbraio 2021, da quando diventò primo ministro a Tripoli, ritrovandosi alla guida dell’Ovest della Libia, territorio in preda a poteri e abusi delle milizie. Ieri sera, in un discorso solenne diffuso in tv e sui social, ha chiesto ai gruppi armati di “raggiungere le istituzioni dello Stato”. Non solo: ha teso la mano a Rada, una delle brigate più importanti a Tripoli, contro la quale lui stesso martedì aveva lanciato un’offensiva (ma senza successo). Il premier ha persino tirato in ballo un personaggio, che recentemente si è ritrovato al centro della politica italiana, il controverso Osama Najim Almasri, per giustificare le sue mosse degli ultimi giorni.

Il dopo Gheddafi

Ma facciamo qualche passo indietro. Afflitta da forti divisioni, a partire dalla caduta di Mu’ammar Gheddafi nel 2011, la Libia è governata da due esecutivi paralleli: quello di Dbeibah, a Tripoli, nell’Ovest, e un altro a Bengasi, che domina l’Est e il Sud, affiliato al maresciallo Khalifa Haftar. Ma, mentre Haftar è riuscito a instaurare il controllo del territorio, grazie a un duro regime e all’alleanza militare coi russi, Dbeibah, la cui autorità è riconosciuta dall’Onu, non è mai riuscito a fare altrettanto, a causa di un mosaico di brigate che controllano diffusamente l’Est. Negli ultimi giorni Dbeibah sta cercando di reagire, soprattutto ai gruppi armati che si dividono l’area di Tripoli, diventati troppo potenti.

Gli scontri a Tripoli

Per questo, il suo entourage, sostenuto da alcune milizie, come la 444, ha chiesto l’esecuzione di Abdelghani el-Kikli, detto Gheniwa, leader della milizia Ssa (l’Apparato di supporto alla stabilità), avvenuta lunedì scorso. Il giorno dopo Dbeibah aveva lanciato un’offensiva anche contro Rada, altra brigata potente, che controlla l’Est di Tripoli e pure l’aeroporto di Mitiga. Ma questa ha reagito, appoggiata da altre milizie, sempre più insofferenti nei confronti di Dbeibah. Ci sono stati scontri in pieno centro a Tripoli (che, invece, era stato risparmiato direttamente dalle violenze perfino ai tempi della rivoluzione contro Mu’ammar Gheddafi). Da due giorni la calma è ritornata in città, ma la tensione resta forte, senza contare l’insofferenza della popolazione (la popolarità di Dbeibah è ai minimi). Venerdì sera migliaia di persone erano scese in piazza a protestare contro di lui e ancora ieri si è tenuta un’altra manifestazione, con alcune centinaia di partecipanti.

Le milizie Rada e Ssa

Ieri sera finalmente Dbeibah ha preso la parola. “Accoglieremo con favore tutti coloro che si schiereranno accanto allo Stato”, ha dichiarato nel suo discorso, promettendo “una Libia liberata dalla corruzione e dalle milizie”. Poi ha giustificato l’assassinio di Gheniwa, sottolineando che “certe milizie si erano sviluppate in maniera smisurata, al punto di controllare tutto il paesaggio politico, finanziario, economico e anche sociale”. Ha enumerato una serie di misfatti di cui si sarebbe macchiata la Ssa (come di recente “l’esecuzione a sangue freddo di dieci persone” da parte del nipote di Gheniwa). Il primo ministro, però, ha teso la mano a Rada, la brigata che, invece, da martedì aveva cercato di annientare, parlando di un “errore condiviso”, che ha scatenato “scontri in piena Tripoli e in quartieri pieni di gente”. Mettersi contro Rada è stato un passo falso di Dbeibah, perché, al contrario di Ssa, è relativamente rispettata, anche se gestisce prigioni considerate come illegali. Di ispirazione salafita, esercita funzioni di controllo sul traffico di droga e il terrorismo jihadista.

Sempre per giustificarsi, il premier ha perfino tirato in ballo Almasri, vicino ai vertici di Rada. Dbeibah ha ricordato il mandato d’arresto della Corte penale internazionale contro quel personaggio, capo della polizia giudiziaria, per giustificare la sua offensiva contro Rada. Due giorni fa la Cpi ha chiesto di arrestare Almasri “su cui pende un mandato di arresto, che l’Italia ha ignorato lo scorso gennaio, dopo il fermo dell’uomo a Torino”, ha sottolineato la Corte.

Il futuro del premier

La situazione adesso resta aperta e la tensione ancora palpabile a Tripoli. Il premier riuscirà a sopravvivere a questa crisi? Dipenderà pure dalla mobilitazione delle milizie della sua città natale Misurata, importante centro commerciale e portuale. Lo stesso Dbeibah è un ricco uomo d’affari di quella città: negli anni di Gheddafi, Misurata visse una sorta di boom industriale ed economico, che aveva permesso ad alcune famiglie, come quella di Dbeibah, di arricchirsi. Ma oggi proprio la crisi economica, che la Libia sta vivendo in misura forte negli ultimi mesi (la svalutazione del dinaro pesa sul potere d’acquisto di un paese che dipende enormemente dall’import, sostenuto con i soldi del petrolio), ha minato forse in maniera irreparabile la popolarità del primo ministro.

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