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Ecco di cosa discutono Trump e Putin nella telefonata di oggi. Il presidente Usa “perde la pazienza”

(ansa)
I due leader tornano a parlarsi dopo la conversazione di due ore del 18 marzo. Dopo quel colloquio il flop dei negoziati di Istanbul e una lunghissima catena di morti. Cessate il fuoco, territori e garanzie di sicurezza i nodi sul tavolo
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LONDRA – Una telefonata tra Trump e Putin può mettere fine alla guerra in Ucraina? C’è un senso di dejà vu nella domanda che introduce il colloquio di oggi fra il presidente americano e il capo del Cremlino sulla “linea rossa”, com’era chiamato il canale di comunicazioni fra le due superpotenze nucleari al tempo della guerra fredda: perché il mondo si è già posto il medesimo interrogativo due mesi or sono, quando fra i due leader ci fu una prima, lunga conversazione telefonica. Allora le aspettative erano alte, ma il dialogo non cambiò nulla nel conflitto. Stavolta, avendo imparato la lezione, circola più prudenza sui risultati della telefonata. Anche da parte dello stesso Trump che, secondo le indiscrezioni, sta “perdendo la pazienza” con Putin. Ecco che cosa può succedere.

Le posizioni

L’obiettivo minimo della telefonata è un cessate il fuoco di 30 giorni: in altre parole, una pausa nei combattimenti. Abbastanza lunga per permettere di continuare il negoziato in cerca di una soluz…

LONDRA – Una telefonata tra Trump e Putin può mettere fine alla guerra in Ucraina? C’è un senso di dejà vu nella domanda che introduce il colloquio di oggi fra il presidente americano e il capo del Cremlino sulla “linea rossa”, com’era chiamato il canale di comunicazioni fra le due superpotenze nucleari al tempo della guerra fredda: perché il mondo si è già posto il medesimo interrogativo due mesi or sono, quando fra i due leader ci fu una prima, lunga conversazione telefonica. Allora le aspettative erano alte, ma il dialogo non cambiò nulla nel conflitto. Stavolta, avendo imparato la lezione, circola più prudenza sui risultati della telefonata. Anche da parte dello stesso Trump che, secondo le indiscrezioni, sta “perdendo la pazienza” con Putin. Ecco che cosa può succedere.

Le posizioni

L’obiettivo minimo della telefonata è un cessate il fuoco di 30 giorni: in altre parole, una pausa nei combattimenti. Abbastanza lunga per permettere di continuare il negoziato in cerca di una soluzione definitiva. Finora Putin pretendeva il contrario: prima stabilire i paletti di un accordo di pace a lungo termine, poi proclamare la tregua in attesa di definire tutti i dettagli. Ma Trump, sostenuto anche da papa Leone XIV, che ha visto il presidente Zelensky e il vicepresidente Vance nel weekend a Roma, vuole che per prima cosa si smetta di sparare e di uccidere. Fino a questo momento le tregue sono state di un giorno, per Pasqua, o di tre, per i festeggiamenti della fine della Seconda guerra mondiale a Mosca, peraltro con reciproche accuse di violazioni. Per Putin potrebbe essere difficile un rifiuto totale della richiesta americana. Può darsi che il presidente russo accetti un cessate il fuoco più breve: per esempio di due settimane. E una tregua, anche se più lunga, non garantisce che poi i combattimenti non riprendano, come è successo con la trattativa fra Israele e Hamas, anche quella mediata dagli Usa.

Di un mese o meno, se dalla telefonata uscirà un cessate il fuoco bisogna vedere se sarà immediato. E poi che cosa succederà durante la pausa nella guerra. Lì gli obiettivi differiscono: finora la Russia insiste per una demilitarizzazione dell’Ucraina, una “denazificazione” (in sostanza, chiede nuove elezioni e un governo amico a Kiev), niente ingresso nella Nato, niente truppe straniere sul territorio ucraino, riconoscimento di tutte le regioni conquistate e pure ritiro ucraino da un paio di città non conquistate dai soldati russi. Un possibile compromesso? Sospensione a tempo indeterminato del percorso per l’adesione alla Nato ma proseguimento (accelerato) del negoziato per l’ingresso di Kiev nell’Unione Europea; congelamento di fatto del conflitto sulle posizioni raggiunte sul territorio dai due eserciti, con possibili minimi ritocchi; niente truppe Usa sul terreno a proteggere l’Ucraina ma truppe europee; nuove elezioni in Ucraina, quando ci sarà la pace. In più, per Mosca, la “carota” della graduale fine delle sanzioni occidentali, accoppiata a investimenti americani in Russia e riammissione di Putin e di enti russi a livello internazionale. Se basterà al capo del Cremlino per spacciarla come una vittoria, lo decideranno i russi.

Lo scontro alla Casa Bianca

Il 28 febbraio, poco più di un mese dopo l’inaugurazione della seconda presidenza Trump, il presidente ha ricevuto Zelensky alla Casa Bianca. L’incontro doveva servire a firmare l’accordo per lo sfruttamento americano delle terre rare ucraine, ma prima della firma, in un siparietto nell’Ufficio Ovale, accade l’imprevisto che fa saltare tutto: il vicepresidente JD Vance accusa il presidente ucraino di non dimostrare “gratitudine e rispetto”, Trump chiude la bocca a Zelensky accusandolo di rischiare “la terza guerra mondiale”, quest’ultimo si ritrova sulla difensiva e subito dopo la cerimonia dell’accordo viene annullata, rispedendo la delegazione ucraina a Kiev. Un disastro diplomatico per l’Ucraina e per i suoi sostenitori europei; una vittoria per Putin, che può dipingere Zelensky come quello che non vuole la pace.

La telefonata del 18 marzo

Trump è di nuovo presidente da meno di due mesi quando chiama Putin. In campagna elettorale il capo della Casa Bianca prometteva che con lui al potere la guerra in Ucraina non sarebbe mai cominciata e comunque sarebbe finita “in un giorno”: di giorni ne sono passati quasi sessanta e sul terreno si continua a combattere e morire. Perciò il tycoon ha fretta di fare seguire fatti alle parole. La telefonata del 18 marzo dura due ore: la più lunga, secondo i media russi, mai avvenuta sulla “linea calda” (o rossa che dir si voglia) tra Stati Uniti e Russia. “È andata benissimo”, dice Trump a Fox News il giorno dopo. “Voglio complimentarmi con Putin per quanto ha fatto al telefono per avvicinare la pace in Ucraina”, commenta Steve Witkoff, il mediatore americano inviato più volte da Trump a Mosca per incontrare il presidente russo. Ma in realtà Putin non fa alcuna concessione: respinge l’idea di un cessate il fuoco di 30 giorni proposto da Washington, ponendo condizioni inaccettabili per arrivare a una tregua, tra cui la cessazione degli aiuti militari occidentali a Kiev e uno stop alla mobilitazione militare ucraina. Il colloquio telefonico doveva preparare un summit faccia a faccia nell’immediato futuro tra i due leader, ma poi i tempi di un vertice si allungano e non se ne parla più.

La campagna militare

Da quel momento, in cui Putin sembra avere tutte le carte in mano per continuare la guerra o ottenere quello che vuole dall’America e da Kiev, succedono due cose che cambiano la situazione. La prima è sul piano militare: la Russia continua ad attaccare, usando bombardamenti a tappeto di missili e di droni che causano numerose vittime civili fra gli ucraini e distruzioni nelle città, compresa la capitale. Il tono della Casa Bianca comincia a cambiare, non tanto per solidarietà con l’Ucraina, ma perché la brutale offensiva russa contraddice la versione di Trump secondo cui la Russia è pronta a trattare ma è Zelensky a essere intransigente. “Vladimir, fermati, siamo nel mezzo di trattative per fermare la guerra, non ci piacciono questi raid”, afferma Trump tre settimane dopo che un bombardamento di Kiev uccide nove persone.

L’accordo sulle terre rare

E intanto, anche grazie al lavoro dell’Unione Europea e del Regno Unito, torna sul tavolo l’accordo sulle terre rare, che viene finalmente firmato da Washington e Kiev il 28 aprile. Offre agli Usa lo sviluppo di giacimenti ucraini di minerali preziosi per l’industria militare e per quella ad alta tecnologia; in cambio, gli ucraini possono contare sulla presenza dell’industria americana nel loro Paese e, sia pure in modo alquanto vago, di una possibile protezione militare Usa di tali interessi. In ogni caso, Trump può presentare il patto come il pagamento del debito morale e materiale di Kiev per l’assistenza militare ricevuta dagli Stati Uniti nel corso della guerra. Anche questo contribuisce ad addolcire il tono del presidente nei confronti di Zelensky.

L’incontro in Vaticano

Nel mezzo tra i due sviluppi, il 26 aprile, Trump e Zelensky parlano a tu per tu dentro alla cattedrale di San Pietro in Vaticano durante i funerali di papa Francesco. Il colloquio dura quindici minuti, ma serve a smuovere ulteriormente qualcosa nel capo della Casa Bianca, che nelle ore successive lancia un altro monito a Putin: “Ho l’impressione che il presidente russo mi prenda in giro, non c’è ragione per lanciare missili in aree civili”. E descrive l’incontro con il presidente ucraino come “molto produttivo, con il potenziale di diventare di importanza storica”.

Il negoziato di Istanbul

A questo punto anche Putin sente di dovere cambiare atteggiamento e fa un passo per dimostrare a Trump che anche lui vuole la pace, proponendo di riprendere il negoziato con l’Ucraina, interrotto poche settimane dopo l’inizio della guerra. La Turchia, che ha buoni rapporti con entrambi, offre di ospitare e mediare la trattiva. Zelensky, su consiglio dei leader europei, si dice pronto a partecipare. Trump, che in quei giorni si trova in Medio Oriente, fa sapere che anche lui è pronto ad andare, “se ci sarà pure Putin”. Ma il presidente russo, come molti prevedevano, dopo il mezzo passo avanti fa un intero passo indietro: non va a Istanbul, manda una delegazione di basso profilo, che pone di nuovo condizioni inaccettabili a Kiev. L’incontro del 16 maggio produce un solo risultato concreto: un accordo per uno scambio di prigionieri fra le due parti. Tuttavia Russia e Ucraina si ripropongono di continuare il dialogo. Ed è a quel punto che Trump fa sapere che il 19 maggio telefonerà a Putin.

Le ultime parole

La Casa Bianca precede il colloquio telefonico con un messaggio di Trump a Putin: “Lo chiamerò per mettere fine al bagno di sangue e alla guerra”. Il Cremlino risponde che bisogna prima “eliminare le cause che hanno portato al conflitto e garantire la sicurezza della Russia”. Fonti dell’amministrazione Usa avvertono che il colloquio deve servire a verificare se a Mosca c’è la volontà di arrivare alla pace: in caso contrario, Washington “ne trarrà le conseguenze”. Questo può significare maggiori aiuti militari a Kiev e più severe sanzioni alla Russia, oppure un disimpegno dalla guerra, fine dell’assistenza militare all’Ucraina e fine di ogni sforzo diplomatico americano. Indiscrezioni del Pentagono osservano che Putin, nell’ultimo anno e mezzo di guerra, ha cercato di dare l’impressione di vincere, ma ha conquistato soltanto l’1 per cento in più di territorio ucraino, al prezzo di 400 mila uomini fra morti e feriti russi: “Non puoi pretendere di avere chilometri, se hai preso soltanto centimetri”. Anche il vicepresidente Vance, dopo l’incontro di questo fine settimana in Vaticano con Zelensky, dice qualcosa di simile rispetto alle richieste di Mosca di un ritiro ucraino da alcune zone del Donbass: “La Russia non può aspettarsi di ricevere territori che non ha ancora conquistato”. E’ in questa atmosfera che, dopo avere sentito gli alleati europei, Trump telefona a Putin.

Al confine con la Finlandia

Nel frattempo, Helsinki segnala un rafforzamento di truppe e mezzi bellici russi lungo il confine con la Finlandia, millecinquecento chilometri che sono diventati un’altra frontiera fra Russia e Nato dopo l’adesione finlandese all’Alleanza Atlantica, decisa per non rischiare di essere invasi come successo all’Ucraina. Le forze finlandesi si preparavano da tempo a rafforzare a loro volta il confine con la Russia. E anche la Nato potrebbe contribuire a proteggere meglio questa frontiera, così come quella con i tre Paesi Baltici (Lituania, Lettonia, Estonia), anch’essi nel mirino di Mosca per la presenza di minoranze russofone che il Cremlino giudica discriminate. Qui il dejà vu è la guerra russo-finlandese dell’inverno 1939-’40, quando Stalin cercò di prendersi tutta la Finlandia. L’elefante russo non riuscì a divorare il topolino finlandese, dovendo accontentarsi di portargli via il 15 per cento del territorio e di porre limiti alla sua indipendenza: la Finlandia non diventò un “Paese satellite” di Mosca, come poi avvenuto a quelli dell’Europa orientale conquistati dall’Armata Rossa durante la Seconda guerra mondiale contro la Germania nazista, ma è entrata nell’Unione Europea soltanto dopo il crollo del muro di Berlino e dell’Urss. Uno status passato alla storia come “finlandizzazione”. Se l’Ucraina riuscisse a ottenere più indipendenza di quella raggiunta da Helsinki nel 1940, potrebbe sostenere di non avere combattuto per niente. Sempre che, nel frattempo, al confine russo-finlandese non scoppi una nuova guerra.

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