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Eurovision, accuse ad Israele: campagna governativa per spingere la cantante Yuval Raphael

(reuters)

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Secondo la denuncia di diversi paesi approfondita dal New York Times, gli account ufficiali del premier e del Paese hanno invitato a votare “fino a 20 volte”, il massimo consentito
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TEL AVIV – La campagna del governo israeliano per tentare di vincere l’Eurovision, e dimostrare al mondo che lo Stato ebraico non è poi così isolato. Nei giorni scorsi già diversi paesi - Irlanda, Olanda, Belgio, Spagna, Islanda e Finlandia – avevano sollevato dubbi sulla veracità del voto, chiedendo verifiche. Ora il New York Times ricostruisce, attraverso i messaggi social degli account ufficiali del governo israeliano, lo sforzo fatto per incoraggiare il pubblico (pro-Israele di altri paesi visto che da regolamento non si può votare per il proprio) a sostenere la cantante Yuval Raphael, poi arrivata seconda. Un’ “operazione simpatia” particolarmente necessaria nelle ore drammatiche del lancio dell’operazione Carri di Gedeone e degli stagnanti negoziati di Doha. Tanto più mentre la tragedia che si sta consumando a Gaza ha portato all’emarginazione di cantanti e artisti israeliani dai palcoscenici mondiali.

Poco prima che la musicista salisse sul palco per cantare il suo New Day Wil…

TEL AVIV – La campagna del governo israeliano per tentare di vincere l’Eurovision, e dimostrare al mondo che lo Stato ebraico non è poi così isolato. Nei giorni scorsi già diversi paesi - Irlanda, Olanda, Belgio, Spagna, Islanda e Finlandia – avevano sollevato dubbi sulla veracità del voto, chiedendo verifiche. Ora il New York Times ricostruisce, attraverso i messaggi social degli account ufficiali del governo israeliano, lo sforzo fatto per incoraggiare il pubblico (pro-Israele di altri paesi visto che da regolamento non si può votare per il proprio) a sostenere la cantante Yuval Raphael, poi arrivata seconda. Un’ “operazione simpatia” particolarmente necessaria nelle ore drammatiche del lancio dell’operazione Carri di Gedeone e degli stagnanti negoziati di Doha. Tanto più mentre la tragedia che si sta consumando a Gaza ha portato all’emarginazione di cantanti e artisti israeliani dai palcoscenici mondiali.

Poco prima che la musicista salisse sul palco per cantare il suo New Day Will Rise (due giorni fa interpretato anche per le famiglie degli ostaggi, durante un concerto gratuito a Hostages Square a Tel Aviv) il primo ministro in persona, Benjamin Netanyahu, ha pubblicato un appello ai suoi 1,5 milioni di follower su Instagram, subito rilanciato da diverse organizzazioni anche tramite email e annunci su YouTube: «Vota #04 — New Day Will Rise». Aggiungendo: «Vota 20 volte!», riferimento al numero massimo di voti che dal 2004 ogni singolo spettatore può esprimere secondo il regolamento del concorso. Pure gli account Instagram, X e TikTok ufficiali di Israele hanno pubblicato 10 post con lo stesso messaggio. Mentre l'agenzia pubblicitaria governativa, che opera sotto l’egida del primo ministro, ha acquistato spazi su YouTube, sempre per incoraggiare il voto (lo confermano i dati di Google). È finita che Yuval Raphael ha effettivamente fatto il pieno di voti alla finale di Basilea, in Svizzera. E non è arrivata in cima al podio solo perché l’Austria, in un finale al cardiopalma, ha ottenuto punteggi migliori dalle giurie degli esperti.

Nessuna delle altre 25 nazioni in gara ha fatto nulla di simile: sebbene i ministeri degli Esteri di Lituania e Ucraina abbiano pubblicato ciascuno un singolo appello sui loro account, senza però spingersi a chiedere voti multipli. Altri leader o account governativi ufficiali hanno semplicemente augurato buona fortuna ai loro concorrenti. Prima degli attacchi di Hamas del 7 ottobre e della conseguente guerra a Gaza, l'account Instagram di Israele aveva raramente menzionato il concorso canoro: con un solo invito a votare per la finale del 2023.

Dean Vuletic, autore di un libro su Eurovision e politica, ha confermato al NYT l’indubbia spinta data alla concorrente dalla campagna mediatica israeliana. Aggiungendo, però, che sarebbe quasi certamente arrivata ugualmente ai vertici, perché il brano è piacevole e la sua storia personale è tosta. Sopravvissuta agli attacchi del 7 ottobre al Nova Festiva, se l’è cavata, come ha raccontato più volte, fingendosi morta nascosta sotto una pila di cadaveri. Sarà. Ma un articolo del Guardian la vede diversamente: i dati di streaming di Spotify e YouTube mostrano che il brano di Raphael è molto indietro rispetto agli altri concorrenti in termini di popolarità. Daniel Levy, presidente del think tank U.S./Middle East Project, conferma al quotidiano di New York l’impressione che il governo israeliano abbia “cercato disperatamente di trovare spazi dove esercitare soft power" e l'Eurovision era una delle poche opportunità rimaste.

Per Michael Koplow, analista dell'Israel Policy Forum di New York, l’Eurovision ha assunto un'inedita importanza psicologica per gli israeliani. Perché se un cantante che viene dal loro Paese ottiene buoni risultati in una competizione decisa dal voto del pubblico, «ciò dà la speranza che Israele non sia politicamente così isolato come sembra». Che d’altronde era il titolo di diversi giornali il giorno dopo.

Di sicuro, l’estrema politicizzazione del concorso ha allarmato gli altri concorrenti. Avrotros, emittente pubblica olandese, ha dichiarato che «l'interferenza visibile del governo israeliano ha minato la credibilità del concorso, sollevando la questione se l'Eurovision funzioni ancora davvero come un evento apolitico, unificante e culturale». NRK, emittente pubblica norvegese, ha chiesto una «revisione approfondita del sistema di voto». Gli organizzatori del concorso, l'Unione europea di radiodiffusione, hanno dichiarato che il voto è stato valido: controllato e verificato in modo indipendente. Poi però venerdì, il direttore Martin Green ha detto che esaminerà il sistema di voto alla luce delle accuse di manipolazione crescenti.

Nel frattempo, però, il vincitore austriaco JJ che aveva detto in un’intervista di sperare «in una prossima edizione con Israele escluso» ha fatto marcia indietro: sostenendo di essere stato frainteso.

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