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Attacco di Trump ad Harvard, il professore: “Ci levano i fondi e siamo trattati come criminali”

(reuters)

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Roberto Chiarle insegna patologia: “Qui la frontiera della scienza, ma ora viviamo nell’incertezza e blocchiamo tutti i progetti”
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«Harvard oggi si sta chiudendo a riccio. Ci chiediamo chi sarà il prossimo a essere colpito. Nell’incertezza rinunciamo a presentare le domande per finanziare i futuri progetti di ricerca. La costruzione dei nuovi laboratori medici è bloccata. Anche gli acquisti dei macchinari sono sospesi». In quello che è uno fra i più prestigiosi atenei americani, oggi paralizzato dalla paura, insegna Roberto Chiarle, docente di patologia alla Harvard Medical School e all’università di Torino, oltre che direttore di una divisione sui tumori del sangue all’Istituto Europeo di Oncologia a Milano.

Cosa succederà dopo la decisione del presidente Trump di annullare l’iscrizione degli studenti stranieri?

«Non lo sappiamo. Ovunque c’è confusione e incertezza. Non capiamo se la decisione sia valida da subito o per le iscrizioni del prossimo anno. Se si applichi solo all’ateneo centrale o anche a istituti e ospedali affiliati. Il dubbio semina ansia. E chi può fermare il proprio lavoro si ferma, come una lu…

«Harvard oggi si sta chiudendo a riccio. Ci chiediamo chi sarà il prossimo a essere colpito. Nell’incertezza rinunciamo a presentare le domande per finanziare i futuri progetti di ricerca. La costruzione dei nuovi laboratori medici è bloccata. Anche gli acquisti dei macchinari sono sospesi». In quello che è uno fra i più prestigiosi atenei americani, oggi paralizzato dalla paura, insegna Roberto Chiarle, docente di patologia alla Harvard Medical School e all’università di Torino, oltre che direttore di una divisione sui tumori del sangue all’Istituto Europeo di Oncologia a Milano.

Cosa succederà dopo la decisione del presidente Trump di annullare l’iscrizione degli studenti stranieri?

«Non lo sappiamo. Ovunque c’è confusione e incertezza. Non capiamo se la decisione sia valida da subito o per le iscrizioni del prossimo anno. Se si applichi solo all’ateneo centrale o anche a istituti e ospedali affiliati. Il dubbio semina ansia. E chi può fermare il proprio lavoro si ferma, come una lumaca che si rifugia nel guscio».

Il suo laboratorio perderà studenti?

«Abbiamo 4 o 5 ragazzi stranieri per i quali temevamo. Per un cavillo burocratico però sul loro visto compare il nome dell’ospedale in cui fanno ricerca, non di Harvard, quindi dovremmo riuscire a tenerli. Ma non sarà così per molti loro colleghi e amici. Ormai conosco i ragazzi che arrivano qui, sprizzano fiducia ed eccitazione. Harvard per loro è la frontiera della scienza di altissimo livello e della tecnologia, rappresenta l’avanguardia. Tutta questa linfa oggi si è convertita in delusione. Si ritrovano di fronte alla realtà di un Paese che gli mostra ostilità, e non capiscono perché».

L’ateneo li aiuta?

«Il presidente Alan Garber ha appena inviato a tutti una lettera di solidarietà nei confronti dei ragazzi stranieri, che sono il 28% degli studenti. Li descrive come linfa vitale per la cultura, elogia la ricchezza di vedute che portano, ricorda quanto spesso abbiano fatto la fortuna dell’ateneo. Garber scrive che l’università ha fatto ricorso contro la decisione di Trump, ma siamo al muso contro muso. La sensazione è che se la Casa Bianca decidesse di insistere potrebbe avere la meglio».

Perché?

«Formalmente lo scontro si gioca sul terreno della sicurezza. Trump ritiene che ad Harvard, come alla Columbia di New York, ci siano ragazzi che fomentano l’antisemitismo, o addirittura il terrorismo. Ha chiesto agli atenei informazioni su tutti gli studenti stranieri, inclusi i filmati delle telecamere dei campus. Harvard, unica, ha ritenuto di rifiutarle per non violare privacy e libertà di parola. Da qui la messa al bando degli studenti stranieri. Dal punto di vista legale, Trump potrebbe vincere lo scontro».

L’università appoggia la decisione di Garber di tenere duro?

«Sì, e i primi a farlo sono i colleghi americani, i più arrabbiati. Harvard, come Stanford in California e le università di New York, è fra i luoghi più progressisti degli Stati Uniti, con una componente internazionale che arriva come minimo a un terzo. Espellere gli stranieri per loro è inaccettabile».

Anche voi docenti internazionali avete problemi?

«Da mesi sono stati tolti a tutti i finanziamenti del governo federale. Solo alla Medical School abbiamo perso 350 progetti da circa un milione di dollari l’uno. Il mio laboratorio, che si occupa di vaccini a Rna contro i tumori, è uno dei più menomati: i vaccini sono un tema tabù per questa amministrazione. Di recente sono stati cancellati anche i finanziamenti per le ricerche che coinvolgono laboratori o scienziati all’estero. Io stesso, che sono affiliato all’università di Torino, non ho idea di come muovermi».

C’è qualcosa che oggi ha paura di fare?

«So di colleghi italiani cui alla frontiera sono stati perquisiti computer e cellulari. Anch’io prima di partire dall’Italia ora cancello eventuali messaggi contro Trump che, scritti da altri, possono essere finiti nelle mie chat».

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