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Gaza, appello per l’ultimo figlio della dottoressa Alaa: “Curate in Italia mio nipote ferito”

2025 Anadolu 

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Parla lo zio dell’unico superstite tra i dieci figli di al-Najjar, uccisi dalle bombe dell’esercito israeliano
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TEL AVIV – L’ultima violenza che la vita potrebbe fare alla dottoressa Alaa al-Najjar è toglierle anche il decimo, il figlio che le è rimasto. Yahya è morto, Rakan è morto, Raslan è morto, morti Gubran, Eve, Revan, Sadin e Luqman, Sidra è morta. Adam no. Adam è sopravvissuto ma respira a stento, i missili gli hanno bruciato il 60 per cento del corpo. All’ospedale Nasser di Khan Younis è attaccato a macchine che non funzionano, gli danno medicine che non curano. «Adam ha undici anni», grida al telefono Ali al-Najjar, lo zio. «Va portato via subito, in un ospedale vero, fuori dalla Striscia di Gaza. Supplico il governo dell’Italia di fare qualcosa, prendetelo voi, salvatelo voi italiani...».

Un figlio vivo non compensa nove figli uccisi, ma diventa lo scoglio a cui Alaa si aggrapperà per non naufragare, definitivamente, nel dolore. Adam giace su un letto non lontano dalla stanza dove è ricoverato suo padre Hamdi, 40 anni. L’ospedale è lo stesso dove la donna fa la pediatra. «Alaa am…

TEL AVIV – L’ultima violenza che la vita potrebbe fare alla dottoressa Alaa al-Najjar è toglierle anche il decimo, il figlio che le è rimasto. Yahya è morto, Rakan è morto, Raslan è morto, morti Gubran, Eve, Revan, Sadin e Luqman, Sidra è morta. Adam no. Adam è sopravvissuto ma respira a stento, i missili gli hanno bruciato il 60 per cento del corpo. All’ospedale Nasser di Khan Younis è attaccato a macchine che non funzionano, gli danno medicine che non curano. «Adam ha undici anni», grida al telefono Ali al-Najjar, lo zio. «Va portato via subito, in un ospedale vero, fuori dalla Striscia di Gaza. Supplico il governo dell’Italia di fare qualcosa, prendetelo voi, salvatelo voi italiani...».

Un figlio vivo non compensa nove figli uccisi, ma diventa lo scoglio a cui Alaa si aggrapperà per non naufragare, definitivamente, nel dolore. Adam giace su un letto non lontano dalla stanza dove è ricoverato suo padre Hamdi, 40 anni. L’ospedale è lo stesso dove la donna fa la pediatra. «Alaa ama quel lavoro, arriva sempre in anticipo e rimane anche dopo la fine del turno». Adam e Hamdi sono gli unici superstiti del bombardamento dell’aviazione israeliana di domenica scorsa, che ha sterminato la famiglia al-Najjar. Tuttavia, la strage potrebbe non aver ancora chiuso il suo orribile bilancio.

«Oltre alle ustioni, Adam ha fratture alla testa, la mano sinistra rotta e non può camminare», racconta Ali, ex benzinaio, 50 anni, fratello di Hamdi. «Al Nasser i macchinari moderni per fare le lastre sono stati distrutti dall’esercito israeliano, sono costretti a usare scanner vecchi che non sono accurati. E Adam ha bisogno di esami al cervello, alla testa, ha bisogno di precisione. Vi rendete conto in quali condizioni ci troviamo? Quelle della terapia intensiva non sembrano neppure stanze di ospedale, manca tutto, gli strumenti di base, mi dicono anche i farmaci per le anestesie».

Il padre di Adam e di nove bambini che non ci sono più non è messo meglio: anche lui deve essere trasferito in una struttura medica adeguata. «Ha già subito quattro operazioni, 70 per cento di pelle ustionata. Sta morendo lentamente. A chiunque leggerà queste mie parole recito una preghiera unica: aiutateli. Dov’è l’Europa? Dove sono i Paesi arabi? Dov’è la pietà umana? Non lasciamo sole queste tre povere persone».

Alaa, 35 anni, madre, vittima della tragedia assoluta. Da domenica vive in ospedale, accanto ai corpi ansimanti di chi le è rimasto. Dorme poco, si sveglia per le urla che inconsapevolmente escono dalla sua bocca, spinte fuori dagli incubi. «Parla solo dei figli, li conta, uno, due, tre... a chi la avvicina spiega quello che vorrebbe fare con Yahya, dove vorrebbe portare a giocare Raslan, che pranzo preparerebbe a Eve. Se solo fossero ancora qui». Non è vero che Alaa ha ripreso a visitare i bambini, come qualcuno ha scritto. «Alaa è mentalmente devastata, le servirebbero dieci psicologi per riprendersi», dice Ali. Che poi aggiunge una frase che offre un’immagine: «Alaa non funziona più». Alaa è un essere umano che non funziona più, troppo, troppo quello che le è capitato. «Cerca di non farlo vedere, ma dentro si è rotta».

Chi è Alaa al-Najjar? Alì, raccontaci di lei. «Una donna intelligente, una mamma eccezionale. Sempre calma, sempre presente. È nata in Arabia Saudita. A Gaza le donne hanno tre, quattro, a volte anche cinque bambini, lei ne aveva dieci. E si prendeva cura di tutti. Prima della guerra si alzava all’alba e alle sette del mattino preparava dieci colazioni, vestiva i suoi figli per la scuola, curava i piccoli dettagli. Ecco, è dedita ai piccoli dettagli, dice che sono quelli più importanti. Al lavoro arriva sempre per prima, spesso rimane in ospedale per ventiquattrore di fila».

Non ha neanche il conforto dei parenti più vicini perché la sorella è sfollata a al-Mawasi e per arrivare a Khan Younis sono tre ore a piedi sotto bombe che piovono. «Con Alaa ci sono le mie due sorelle, le stanno accanto», dice Alì. «Salvate Adam, salvate Hamdi. Questa famiglia ha già sofferto troppo».

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