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Addio a Zanelli, il generale degli incursori che diceva: “Chi non ha paura è pericoloso”

(Foto: Profilo X della Nato) 

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Una vita in missione dall’Iraq al check point Pasta di Mogadiscio, si è spento all’età di 61 anni. Aveva messo a punto criteri durissimi di selezione delle forze speciali: “Ma non abbiamo bisogno di spacconi”
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Il generale Nicola Zanelli è uno di quei militari di cui si parla poco, ma che hanno dato un impulso straordinario alla trasformazione della nostra Difesa. Un incursore, che ha partecipato alle missioni più difficili e ha affrontato con dignità la malattia che lo ha portato via a 61 anni.

Zanelli ha preso parte all'operazione Airone del 1991 sui monti ai confini tra Iraq e Turchia dove i pretoriani di Saddam Hussein inseguivano la popolazione curda in fuga: una delle spedizioni più difficili in assoluto. Poi era presente con i para' alla battaglia del Check Point Pasta di Mogadiscio del 1993, quando un rastrellamento condotto dal nostro contingente schierato in Somalia per portare la pace in pochi minuti è diventato un combattimento casa per casa. Morirono tre soldati, ventidue vennero feriti: un momento drammatico, che ha segnato uno spartiacque nella storia delle forze armate.

A Mogadiscio gran parte degli uomini coinvolti negli scontri erano ancora di leva. Poi, con la riforma ch…

Il generale Nicola Zanelli è uno di quei militari di cui si parla poco, ma che hanno dato un impulso straordinario alla trasformazione della nostra Difesa. Un incursore, che ha partecipato alle missioni più difficili e ha affrontato con dignità la malattia che lo ha portato via a 61 anni.

Zanelli ha preso parte all'operazione Airone del 1991 sui monti ai confini tra Iraq e Turchia dove i pretoriani di Saddam Hussein inseguivano la popolazione curda in fuga: una delle spedizioni più difficili in assoluto. Poi era presente con i para' alla battaglia del Check Point Pasta di Mogadiscio del 1993, quando un rastrellamento condotto dal nostro contingente schierato in Somalia per portare la pace in pochi minuti è diventato un combattimento casa per casa. Morirono tre soldati, ventidue vennero feriti: un momento drammatico, che ha segnato uno spartiacque nella storia delle forze armate.

A Mogadiscio gran parte degli uomini coinvolti negli scontri erano ancora di leva. Poi, con la riforma che ha lasciato le caserme ai professionisti e con la partecipazione italiana alle operazioni della “guerra globale contro il terrorismo”, si è avvertita la necessità di ampliare le forze speciali. Assieme al generale Marco Bertolini, Zanelli è stato uno degli artefici di questo potenziamento: sia nel Nono Reggimento Col Moschin, sia nella creazione dei reparti – come il 185mo reggimento Rao della Folgore e gli alpini paracadutisti del Monte Cervino - che delle strutture che prima a livello di esercito e poi interforze hanno introdotto nuovi criteri di coordinamento e addestramento.

Fisico massiccio e resistenza inesauribile, aveva le idee chiare sulla figura dell’incursore: “Abbiamo bisogno più di un mezzofondista che di un bodybuilder – ha dichiarato a Stefano Vespa nel 2017 -. Meglio il piccolo calabrese, silenzioso e allenato a procedere per lunghe distanze rispetto a chi è atleticamente impressionante. L’apparenza inganna. Il nostro addestramento è finalizzato ai tre secondi che determinano il conflitto in un ambiente ristretto. Se entriamo in una stanza, dobbiamo farcela prima del nemico: meccanismi, tecnologie, armi e forma mentis grazie alle quali in due secondi devi sparare uno o due colpi sul bersaglio e in quei due secondi devi capire se davanti a te c’è un amico o magari uno “scudo umano” messo lì “apposta”.

Il generale aveva curato i criteri massacranti delle selezioni, che in media vengono superate da un candidato su dieci. Prove però in cui conta soprattutto la valutazione della tenuta psichica e mentale: “Non abbiamo bisogno di spacconi, abbiamo tutti paura: chi deve decidere e chi deve operare. La paura va gestita sott’acqua di notte, quando ci si lancia da un elicottero che non si è mai visto prima, quando si deve aprire il fuoco dietro una porta o si deve raggiungere un obiettivo in modo clandestino. Chi non ha paura è pericoloso per sè e per gli altri”.

Le forze speciali italiane hanno affrontato queste situazioni centinaia di volte, in Afghanistan, in Iraq e in altre nazioni dove la loro presenza è rimasta riservata. Uomini silenziosi e abituati al sacrificio ma senza azioni incoscienti: Zanelli teorizzava il “coraggio prudente”, basato su rigore etico e umiltà operativa. E cercava di anticipare le sfide future, anche attraverso il confronto diretto con gli altri gruppi d'assalto della Nato, in particolare statunitensi e britannici con cui aveva un filo diretto. Era stato tra l'altro inserito nella Terza Divisione inglese di Bassora durante la missione in Iraq mentre a Kabul è stato numero due delle truppe atlantiche nei mesi finali prima della ritirata.

In Italia aveva diretto sia il comando delle forze speciali dell'esercito che quelle di tutta la Difesa. Una carriera unica, chiusa in pochi mesi da un male incurabile. I funerali saranno domani a Felina (Reggio Emilia), in quel territorio dove aveva mantenuto le sue radici.

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