Israele accetta la tregua ma Hamas gela gli Usa: “Più garanzie sulla tenuta”
dal nostro inviato Fabio TonacciGERUSALEMME – L’ultimo miglio di questa infinita trattativa per la tregua a Gaza si dimostra essere, ancora una volta, quello più scivoloso. Stavolta pareva fatta, ma la proposta Witkoff, così come è stata emendata su richiesta del governo israliano dopo il viaggio lampo del braccio destro di Netanyahu a Washington, non convince più Hamas. Che formalmente dice di stare facendo ancora delle valutazioni, ma nella sostanza la sta respingendo. «Perché non va incontro alle nostre richieste, non porta né al termine della guerra né alla fine della carestia nella Striscia di Gaza», sostiene Naim Basem, uno dei leader in esilio del movimento islamista palestinese.
L’ultima bozza dell’accordo prevede una tregua di 60 giorni e il rilascio di dieci ostaggi israeliani ancora vivi (5 il primo giorno, 5 dopo una settimana) e la riconsegna dei cadaveri di 18 rapiti (anche qui in due tempi, 9 il primo giorno, 9 dopo una settimana). In cambio, il governo dello Stato ebraico accetta di rilasciare 125 de…
GERUSALEMME – L’ultimo miglio di questa infinita trattativa per la tregua a Gaza si dimostra essere, ancora una volta, quello più scivoloso. Stavolta pareva fatta, ma la proposta Witkoff, così come è stata emendata su richiesta del governo israliano dopo il viaggio lampo del braccio destro di Netanyahu a Washington, non convince più Hamas. Che formalmente dice di stare facendo ancora delle valutazioni, ma nella sostanza la sta respingendo. «Perché non va incontro alle nostre richieste, non porta né al termine della guerra né alla fine della carestia nella Striscia di Gaza», sostiene Naim Basem, uno dei leader in esilio del movimento islamista palestinese.
L’ultima bozza dell’accordo prevede una tregua di 60 giorni e il rilascio di dieci ostaggi israeliani ancora vivi (5 il primo giorno, 5 dopo una settimana) e la riconsegna dei cadaveri di 18 rapiti (anche qui in due tempi, 9 il primo giorno, 9 dopo una settimana). In cambio, il governo dello Stato ebraico accetta di rilasciare 125 detenuti palestinesi condannati all’ergastolo per reati di terrorismo, 1.111 detenuti gazawi tratti in arresto dopo l’inizio della guerra e 180 corpi di palestinesi attualmente ancora trattenuti dalle autorità israeliane. Questa è la parte su cui c’è l’intesa, non è problematica. Dove le posizioni si allontanano è in quello che deve accadere durante i due mesi di tregua.
Nei giorni scorsi la visita urgente a Washington del ministro israeliano Ron Dermer ha prodotto delle modifiche che non piacciono a Hamas. Sono rimasti l’impegno durante il cessate il fuoco a discutere la fine permanente del conflitto e la clausola imposta da Witkoff sulla possibilità di estenderlo oltre i 60 giorni, ma non c’è più la chiara garanzia degli Stati Uniti che si arriverà alla pace. I miliziani temono che Israele a un certo punto possa alzarsi dal tavolo del negoziato, ribaltarlo e ricominciare a bombardare con decisione unilaterale, come ha fatto nel marzo scorso.
Hamas, inoltre, vuole mettere nero su bianco il ritiro delle Israeli defence forces (Idf) alle posizioni in cui si trovavano a marzo, prima del lancio dell’offensiva su larga scala denominata Carri di Gedeone, quindi sostanzialmente nel Corridoio Philadelphi, in una parte del Netzarim e lontano dai centri abitati. Israele non sembra disposto a farlo anche perché teme di dare fiato alla riorganizzazione delle brigate al Qassam, responsabili del massacro del 7 Ottobre.
Un altro ostacolo è la distribuzione degli aiuti umanitari. In una delle bozze della proposta di Steve Witkoff si parla di un ritorno al sistema gestito dalle Nazioni Unite, ossia com’era prima, che significa però smantellare il nuovo meccanismo della Gaza Humanitarian Foundation, la fondazione americana che si appoggia ai contractor armati per consegnare i pacchi di cibo nei pochi centri protetti dall’esercito israeliano. L’esordio della distribuzione martedì scorso è stato disastroso, le autorità locali palestinesi riferiscono di un bilancio aggiornato di 11 morti tra le folle che tuttora stanno cercando di andare a prendere il pane.
Nella giornata di ieri alcuni siti di informazione arabi hanno frettolosamente dato per fatto l’accordo, sostenendo che Trump lo avrebbe comunicato in via ufficiale di lì a poche ore e che Khalil al-Hayya, uno dei dirigenti più alti in grado di Hamas, avrebbe convocato una conferenza stampa per spiegarne i termini. In realtà sono stati gli stessi canali legati ai miliziani a smentire, quasi in tempo reale. «La valutazione è ancora in corso», ha riferito l’emittente Al-Aqsa. Poi, in serata, è arrivata la conferma che la proposta americana non soddisfa Hamas.
Bisognerà ora vedere quali margini ci sono per modificarla di nuovo senza stravolgerla e come possono intervenire i mediatori, sia a Doha che al Cairo. Quello di Hamas non è un no definitivo, uno spiraglio per un confronto in tempi brevi esiste ancora. Ma la tregua è di nuovo appesa a un filo.