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Il nipote di Arafat: “I due Stati sono l’unica via per salvare i palestinesi”

reuters 

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Per l’ex ministro dell’Anp un accordo temporaneo “sarebbe meglio di niente. Ma non risolverebbe la tragedia di Gaza”
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Nasser al Kidwa è nato a Khan Younis: la sua Gaza oggi non esiste più. Eppure riesce ancora a immaginare un futuro. «Se anche ci fosse un accordo temporaneo tra Israele e Hamas non metterebbe fine alla tragedia di Gaza. Dobbiamo lavorare per la soluzione dei due Stati», dice l’ex ministro degli Esteri dell’Anp, nipote di Yasser Arafat e per molto tempo il più importante diplomatico dell’Olp.

Gli americani hanno avanzato una nuova proposta di accordo. Ci sono spiragli per una tregua?

«La situazione a Gaza è sempre più disastrosa e il governo Netanyahu sempre più folle. I palestinesi continuano a morire, l’esercito israeliano continua a colpire. Era scritto, perché quando consenti a un governo di fare quello che vuole senza chiedergliene conto, questo è ciò che succede. Ora si parla di un cessate il fuoco temporaneo in cambio della liberazione di alcuni ostaggi, ma se anche ci si arrivasse, un accordo di questo tipo, parziale, non porrà fine alla tragedia di Gaza. Certo è meglio di null…

Nasser al Kidwa è nato a Khan Younis: la sua Gaza oggi non esiste più. Eppure riesce ancora a immaginare un futuro. «Se anche ci fosse un accordo temporaneo tra Israele e Hamas non metterebbe fine alla tragedia di Gaza. Dobbiamo lavorare per la soluzione dei due Stati», dice l’ex ministro degli Esteri dell’Anp, nipote di Yasser Arafat e per molto tempo il più importante diplomatico dell’Olp.

Gli americani hanno avanzato una nuova proposta di accordo. Ci sono spiragli per una tregua?

«La situazione a Gaza è sempre più disastrosa e il governo Netanyahu sempre più folle. I palestinesi continuano a morire, l’esercito israeliano continua a colpire. Era scritto, perché quando consenti a un governo di fare quello che vuole senza chiedergliene conto, questo è ciò che succede. Ora si parla di un cessate il fuoco temporaneo in cambio della liberazione di alcuni ostaggi, ma se anche ci si arrivasse, un accordo di questo tipo, parziale, non porrà fine alla tragedia di Gaza. Certo è meglio di nulla, ma non è una soluzione politica».

Israele vuole il disarmo completo di Hamas. Per la verità, anche l’Anp lo chiede. È possibile?

«Bisogna produrre una situazione nuova a Gaza. Non è possibile tornare allo status quo pre 7 ottobre e questo significa che il controllo di Hamas sulla Striscia deve finire, non solo in termini di governo ma anche di sicurezza. Allo stesso tempo, bisogna essere ragionevoli: il completo disarmo e l’esilio da Gaza sono cose che ogni palestinese farebbe fatica ad accettare. Hamas deve diventare un partito politico e l’amministrazione di Gaza deve andare a un governo nuovo che abbia il controllo delle armi. Ma c’è anche un altro problema su questa strada».

Quale?

«L’Autorità nazionale palestinese, anch’essa responsabile del sistema di discriminazione cui è sottoposta Gaza fin da prima della guerra. Queste persone non possono ora presentarsi nella Striscia come nuovi governanti, non hanno la legittimità per farlo. Gli stessi palestinesi non accetterebbero il ritorno di un vecchio sistema corrotto».

Lei, che ha rotto molto tempo fa con Abu Mazen, ritiene che il presidente non possa più guidare i palestinesi?

«Sono 20 anni che in Palestina non si tengono le elezioni. Questo vuol dire che non c’è legittimità. Non vogliamo certo che l’Autorità palestinese venga smantellata, anche perché Gaza deve essere riconnessa alla Cisgiordania, e non è possibile farlo senza un’autorità legittima nella West Bank. Ma devono riconoscere che sono in una situazione difficile e devono aprire il confronto».

Insieme all’ex premier israeliano Olmert lei ha presentato un piano di pace con una soluzione a due Stati. Crede sia ancora possibile?

«Niente è impossibile. Con Olmert abbiamo proposto un piano per Gaza con la creazione di un organismo governativo collegato in maniera organica con l’Anp e uno scambio di 4,4% del territorio tra Israele e Palestina. Connettere Gaza con la Cisgiordania implica dare qualcosa in cambio all’altra parte, che potrebbe usarla per risolvere parte del problema dei coloni, soprattutto dentro e intorno a Gerusalemme».

Si può davvero immaginare una soluzione del genere con Netanyahu e Ben Gvir al potere?

«Abbiamo bisogno di nuove leadership, in Israele e in Palestina. Quelle attuali non sono più capaci di servire gli interessi dei loro popoli».

L’Europa può avere ancora un ruolo positivo?

«Senza una posizione chiara dei Paesi occidentali non si va da nessuna parte: serve supporto al riconoscimento dello Stato palestinese e contro il colonialismo degli insediamenti».

Diversi Stati si preparano a riconoscere la Palestina a giugno. Questa svolta diplomatica aiuterà la pace?

«Se la riconosceranno la Francia, il Regno Unito, potrebbe fare la differenza, perché significherebbe che d’ora in poi questi Paesi adottano una politica seriamente orientata ai due Stati. Questo metterà fine alla guerra a Gaza? Probabilmente no, perché Netanyahu vuole la continuazione della guerra, che lo protegge, penalmente e politicamente».

Trump è stato nel Golfo a chiudere lauti affari, non sembra che gli sceicchi si siano stracciati le vesti per Gaza. Che responsabilità hanno i Paesi arabi?

«L’Arabia saudita ha posto come condizione la nascita dello stato di Palestina per poter parlare di normalizzazione con Israele. Certo, l’assenza di un’Autorità palestinese credibile e legittimata crea un problema anche a loro».

Per ricostruire Gaza bisogna sfollare i palestinesi, come disse Witkoff in volo sulla Striscia?

«Non è nemmeno in discussione. Questa è pulizia etnica».

C’è chi fa il suo nome come possibile candidato a guidare una nuova amministrazione nel dopoguerra a Gaza: sarebbe disponibile?

«A Gaza la situazione è difficile e pericolosa. Ciononostante, questa è la nostra terra, la nostra patria, e non scapperò se necessario».

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