GERUSALEMME – «A Rafah danno il pane!», hanno gridato mille voci insieme. E Abu Saleh si è messo a correre verso sud come tutti gli altri, nonostante un pacemaker al cuore e nonostante in quel momento — le 12.30 di martedì scorso, giorno uno del nuovo sistema militarizzato di distribuzione del cibo — non avesse chiaro cosa avrebbe trovato a Rafah.
«Sono andato nella mia tenda a prendere la carta di identità, ho chiamato mio figlio Sadik, ha 16 anni, e siamo andati. Eravamo migliaia e nessuno sapeva cosa fare». Migliaia di persone, una fame comune. «Cinque chilometri a piedi nella sabbia, da Al Mawasi fino a Tel al Sultan dove davano da mangiare. Un unico centro per due milioni di persone. La gara degli affamati, ho visto donne con neonati in braccio, ragazzini, adulti in bicicletta, vecchi sulla sedia a rotelle, carretti trainati da asini». Con una folla è cominciata, e con una folla ancora più grande è malamente finita.
Abu Saleh ha 52 anni e racconta a Repubblica l’esordio disastroso del nuovo meccanismo di consegna degli aiuti umanitari rigettato da tutte le agenzie delle Nazioni Unite e dalle ong. Lo gestisce la controversa Gaza Humanitarian Foundation, sede in Delaware, ma gli operatori sono contractor di un’altra compagnia americana. Siamo al quinto giorno di attività, i centri di distribuzione sono diventati 4, ne vogliono fare 8: pochi rispetto ai 400 punti di prima. La carestia scava i corpi dei palestinesi e li spinge a correre, ad accalcarsi. Come martedì.
«Sono arrivato a Tel al Sultan alle 3 del pomeriggio. C’erano cinque file, cinque torrenti umani incanalati da reti di ferro, ogni fila era lunga 600-700 metri. In coda mi sono sentito un topo da laboratorio, la cavia di un esperimento per verificare se noi palestinesi ridotti all’osso siamo in grado arrivare allo scatolone senza ammazzarci tra noi».
Il luogo dell’esperimento, come lo definisce Abu Saleh, è l’Sds1, il nome che la Fondazione ha dato al sito poco fuori Rafah. Lungo il tragitto delimitato da dune di sabbia e recinti metallici c’è un solo cartello, in arabo: «Stai entrando in un’area umanitaria. Non uscire dal percorso e non ti fermare. Se non ascolti le istruzioni, la tua vita è a rischio». Abu Saleh ricorda di aver stretto Sadik a sé. «All’esterno era schierato l’esercito israeliano, ogni dieci metri c’era un soldato, i cecchini appostati sulle dune e sui tetti. Erano a 50 metri da noi. Ho contato quattro carri armati. Sopra di noi ronzava un quadricottero con la telecamera. La chiamano area umanitaria, sembrava un campo di battaglia».
Il progetto del nuovo sistema prevedeva l’identificazione tramite dati biometrici e riconoscimento facciale. Invece, ad Abu Saleh non è servita neppure la carta d’identità. «All’interno del sito, degli uomini con la pettorina rossa e la mascherina anti-Covid gestivano l’afflusso parlando in arabo. I pacchi erano impilati su una lunga tavolata, dietro alla quale c’erano i contractor americani, vestiti con degli abiti color kaki. Erano armati, con fucili che non avevo mai visto. Erano loro a dare gli ordini. Non ci è stato chiesto né il nome né il documento. Però gli americani ci hanno scattato tante foto col telefonino e anche col drone. Probabilmente c’erano delle telecamere, ma non ne sono sicuro».
Abu Saleh e Sadik hanno preso lo scatolone senza fare domande. Erano le cinque, di lì a poco sarebbe scoppiato il caos. Nel cartone, che pesa 20 chili, hanno trovato della farina (3 kg) che era un po’ fuoriuscita dalle buste e aveva infarinato il resto: pacchi di zucchero, riso e spaghetti, barattoli di tahina, olio di semi (4 bottiglie), salsa di pomodoro, sei scatolette di tonno e legumi sottolio. Abu Saleh, che ha sei figli e una moglie, dice che con quel cibo vanno avanti una settimana. Razionandolo. «Per cucinarlo accenderemo un fuoco alla tendopoli».
Sono stati all’interno dell’Sds1 per un’ora, appena usciti i soldati hanno preso a sparare in aria. «La ressa era decuplicata, tutti si avventavano, ma del resto che possiamo fare, abbiamo fame. Io pesavo 85 chili, ora 65». Abu Saleh non sa come è iniziata, ma sa come è finita. «60 feriti e 7 morti. Così mi hanno detto, io mica li ho visti, sono scappato».
Nella sabbia del ritorno, Abu Saleh sbuffava per il caldo e la fatica, quello scatolone un po’ lo reggevano, un po’ lo trascinavano. A metà strada, è scoppiato a piangere. «Perché io prima della guerra lavoravo alla fabbrica dei saponi, avevo uno stipendio, e ora mi tocca supplicare per un pezzo di pane. Perché un cardiopatico come me deve correre nella polvere per mangiare? Non andrò più a quei centri, mi arrangerò diversamente. Non voglio morire. Non voglio essere un esperimento».