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Svizzera, si uccide Florian Willet: sua l’associazione della capsula del suicidio

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Non rese note le modalità del suo decesso. Era finito nei guai per l’uso della bara che sprigiona azoto e aveva scontato 10 settimane di carcere: per i giudici aveva violato le leggi svizzere aiutando attivamente una donna a morire
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LUGANO – Aveva creato un’associazione che operava in Svizzera per il suicidio assistito, tramite una capsula che sprigiona dell’azoto liquido e si è tolto la vita a soli 47 anni. Florian Willet, di origine tedesca, fondatore e presidente di The Last Resort è morto lo scorso 5 maggio, in Germania, come ha comunicato il suo legale, senza specificare le circostanze in cui il proprio cliente si è suicidato.

In passato Willet, in un’intervista al quotidiano Blick di Zurigo, aveva dichiarato che avrebbe gradito morire in “un incidente che mi uccida prima ancora che io mi renda conto di cosa stia succedendo”. Un incidente con queste modalità, tuttavia, uno non se lo può andare a cercare.

Prima di morire il fondatore dell’ennesima associazione svizzera che offre il suicidio assistito aveva passato i suoi guai, finendo in carcere per 10 settimane nel Canton Sciaffusa, con l’accusa di istigazione e favoreggiamento del suicidio. Un’accusa che appare paradossale in un Paese dove è consentito togl…

LUGANO – Aveva creato un’associazione che operava in Svizzera per il suicidio assistito, tramite una capsula che sprigiona dell’azoto liquido e si è tolto la vita a soli 47 anni. Florian Willet, di origine tedesca, fondatore e presidente di The Last Resort è morto lo scorso 5 maggio, in Germania, come ha comunicato il suo legale, senza specificare le circostanze in cui il proprio cliente si è suicidato.

In passato Willet, in un’intervista al quotidiano Blick di Zurigo, aveva dichiarato che avrebbe gradito morire in “un incidente che mi uccida prima ancora che io mi renda conto di cosa stia succedendo”. Un incidente con queste modalità, tuttavia, uno non se lo può andare a cercare.

Prima di morire il fondatore dell’ennesima associazione svizzera che offre il suicidio assistito aveva passato i suoi guai, finendo in carcere per 10 settimane nel Canton Sciaffusa, con l’accusa di istigazione e favoreggiamento del suicidio. Un’accusa che appare paradossale in un Paese dove è consentito togliersi la vita con l’aiuto di terzi. Che, tuttavia, possono solo assistere l’aspirante suicida, non compiere in sua vece l’atto estremo, come avviene nel caso dell’eutanasia. A inguaiare Willet è stato l’impiego della capsula Sarco, diminutivo di sarcofago, detta anche “Tesla dell’eutanasia” per una certa rassomiglianza con la linea delle auto prodotte da Elon Musk.

La prima e, finora, unica volta che venne utilizzata, in un bosco del Canton Sciaffusa, la sua passeggera era una donna statunitense di 64 anni, che il 23 settembre del 2024 la scelse per il suo ultimo viaggio, dopo anni di sofferenze provocate da una grave immunodeficienza. Le autorità elvetiche intervennero, arrestando Willet, presente all’inaugurazione di Sarco. Il sospetto, sempre negato dal fondatore di Sarco, è che non si sia limitato ad assistere la sua“paziente” ma l’abbia in qualche modo aiutata, violando in tal modo la legge elvetica sul suicidio assistito. Sospetto sorto per la presenza di alcuni segni sul collo della donna.

Florian Willet ha sempre negato qualunque suo intervento, affermando che la 64 enne era entrata nella capsula da sola e da sola aveva premuto il pulsante che sprigiona l’azoto liquido. La sua, a sentire il fondatore di The Last Resort, era stata una morte “pacifica, rapida e dignitosa”.

Va detto che, prima del suicidio nella foresta del Canton Sciaffusa la capsula Sarco, inventata dal medico australiano Philip Nitschke, era stata oggetto di un battage mediatico a livello planetario. Con il risultato che ben 371 persone si erano iscritte a The Last Resort, con l’obiettivo di porre fine ai loro giorni al suo interno. Una speranza gelata dalla Ministra della Sanità elvetica, Elisabeth Baume-Schneider, che aveva dichiarato che “la capsula per suicidio Sarco non è conforme alla legislazione svizzera”.

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