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A Gaza ci aggrappiamo alla speranza, ma sappiamo che alla fine saremo deportati tutti

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La testimonianza: “È l’unico modo per sopportare quanto stiamo vivendo, anche se poi la disillusione può essere dolorosa”
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GAZA CITY – Le cose peggiorano ogni giorno, ormai non ci resta che aggrapparci a qualsiasi forma di speranza. È l’unico modo per sopportare quanto stiamo vivendo, anche se poi la disillusione può essere dolorosa. E così ci siamo aggrappati anche all’ultimo ciclo di negoziati sulla tregua, seguendo le news in preda all’ansia, giorno e notte. Ma poi, anche questa volta, la speranza è stata delusa.

«La nostra più grande paura - mi confessa la project manager Amal Al-Masry, 58 anni, dando voce ai miei stessi sentimenti - è che si verifichi una nuova ondata di sfollamenti, che arrivi il momento in cui non potrò più procurare cibo alla mia famiglia». Intorno a noi c’è solo orrore e dolore. E la nostra paura cresce di fronte ai ripetuti annunci di piani di pulizia etnica e sfollamento forzato verso l’ignoto. Sappiamo che la tortura psicologica fa parte delle tattiche di guerra, ma dopo aver sperimentato tutte le forme di sofferenza, sappiamo che non si tratta più solo di psicologia. Ora…

GAZA CITY – Le cose peggiorano ogni giorno, ormai non ci resta che aggrapparci a qualsiasi forma di speranza. È l’unico modo per sopportare quanto stiamo vivendo, anche se poi la disillusione può essere dolorosa. E così ci siamo aggrappati anche all’ultimo ciclo di negoziati sulla tregua, seguendo le news in preda all’ansia, giorno e notte. Ma poi, anche questa volta, la speranza è stata delusa.

«La nostra più grande paura - mi confessa la project manager Amal Al-Masry, 58 anni, dando voce ai miei stessi sentimenti - è che si verifichi una nuova ondata di sfollamenti, che arrivi il momento in cui non potrò più procurare cibo alla mia famiglia». Intorno a noi c’è solo orrore e dolore. E la nostra paura cresce di fronte ai ripetuti annunci di piani di pulizia etnica e sfollamento forzato verso l’ignoto. Sappiamo che la tortura psicologica fa parte delle tattiche di guerra, ma dopo aver sperimentato tutte le forme di sofferenza, sappiamo che non si tratta più solo di psicologia. Ora ci aspettiamo ciò che un tempo sembrava impossibile. «Sentiamo davvero che la guerra non finirà. Cominciamo a credere che affronteremo davvero una migrazione forzata», dice Jehad Jarada che ormai non esce più di casa per la paura. «Non abbiamo idea di come intendano sfollarci. Sarà sotto i colpi d’arma da fuoco? Dovremo fuggire da bombe e missili? Siamo preoccupati per i nostri figli e per il viaggio, non sappiamo dove finiremo. Non vogliamo altro che sentirci al sicuro. Vogliamo un cessate il fuoco permanente, vogliamo cibo. Tutto qui». Molti di noi hanno abbassato le aspettative al punto da accettare anche solo l’idea di una tregua temporanea, pur sapendo che sarebbe accompagnata da terrore e incertezza. Ma abbiamo bisogno di riposare, di nutrirci, di posticipare le sofferenze, di prepararci al peggio.

Mohammad Al-Naffar, 31 anni, ex imprenditore, vuole che aprano i confini per viaggiare e riunirsi con moglie e figli. «È vero che ora vogliamo andarcene, ma temiamo di non poter tornare mai più, di perdere per sempre la nostra terra, le nostre case, le nostre vite».

Eppure quando tutti gli scenari possibili sembrano brutalmente dolorosi, non ci resta altra scelta che sperare. La nostra più grande paura è la carestia, il rischio di morire di fame. Quindi, oltre a chiedere che si smetta di uccidere, vogliamo poter mangiare e sopravvivere. La mia migliore amica, Jody, dentista di 25 anni, lo spiega così: «Nonostante tutto, credo che arriveranno buone notizie, prima o poi. Senza questa speranza, qui la vita sarebbe impossibile da sopportare».

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