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Il piano dei mediatori per Russia e Ucraina: una bozza di accordo e poi il vertice tra leader

(afp)

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Dopo Istanbul, Usa e Turchia lavorano a un testo che avvicini le posizioni: quindi il summit ai massimi livelli per sciogliere gli ultimi nodi
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ISTANBUL – La stampa russa non crede più nei nuovi negoziati russo-ucraini a Istanbul dopo il tentativo fallito del 2022. Komsomolskaja Pravda paragona il secondo round di lunedì a una «conversazione informale nella sala d’attesa di una stazione», mentre per Moskovskij Komsomolets «la sfrontata “carica di cavalleria” diplomatica» di Trump ha perso slancio. Ma i mediatori non condividono lo scetticismo. Sì, l’incontro del 2 giugno è durato poco più di un’ora, ma è stato preceduto da due ore e mezza di faccia a faccia tra i due capidelegazione, e ha portato a una «positiva» intesa preliminare su uno scambio di tutti i prigionieri di guerra minori di 25 anni o gravemente feriti e di migliaia di salme dei caduti e sollevato la delicata questione dei bambini ucraini trasferiti in Russia. Le due parti, inoltre, si sono scambiate i memorandum sulle loro condizioni per un accordo. Ed è proprio da questi due documenti che riparte la tela diplomatica.

Già nei prossimi giorni — circola nelle pr…

ISTANBUL – La stampa russa non crede più nei nuovi negoziati russo-ucraini a Istanbul dopo il tentativo fallito del 2022. Komsomolskaja Pravda paragona il secondo round di lunedì a una «conversazione informale nella sala d’attesa di una stazione», mentre per Moskovskij Komsomolets «la sfrontata “carica di cavalleria” diplomatica» di Trump ha perso slancio. Ma i mediatori non condividono lo scetticismo. Sì, l’incontro del 2 giugno è durato poco più di un’ora, ma è stato preceduto da due ore e mezza di faccia a faccia tra i due capidelegazione, e ha portato a una «positiva» intesa preliminare su uno scambio di tutti i prigionieri di guerra minori di 25 anni o gravemente feriti e di migliaia di salme dei caduti e sollevato la delicata questione dei bambini ucraini trasferiti in Russia. Le due parti, inoltre, si sono scambiate i memorandum sulle loro condizioni per un accordo. Ed è proprio da questi due documenti che riparte la tela diplomatica.

Già nei prossimi giorni — circola nelle principali cancellerie europee — mediatori turchi e statunitensi, affiancati dai volenterosi europei, si metteranno al lavoro per cercare di mettere a punto un compromesso che armonizzi i punti più vicini dei due opposti testi. La sintesi avrebbe l’obiettivo di portare a un vertice tra il presidente russo Vladimir Putin e l’ucraino Volodymyr Zelensky, escluso dal Cremlino in assenza di una bozza condivisa. I punti più distanti verrebbero invece lasciati alla discussione tra i due leader.

L’intento è nobile, ma l’impresa ardua. Innanzitutto perché è difficile trovare un comune denominatore tra i due “memorandum”. Kiev e Mosca partono da due presupposti opposti. Le autorità ucraine puntano a cessare il fuoco per poi discutere le questioni territoriali e politiche, mentre il Cremlino insiste sull’immediato adempimento di tutte le sue richieste come presupposto di qualsiasi tregua. E le condizioni avanzate da una parte e dall’altra appaiono inconciliabili. L’Ucraina insiste sulle sue garanzie di sicurezza: non è disposta a limitare il numero delle sue truppe né ad abbandonare l’adesione alla Nato. Chiede il completo ritiro delle truppe russe dal suo territorio e invita la comunità internazionale a non riconoscere «le conquiste territoriali conseguite dalla Russia dal febbraio 2014», vale a dire la Crimea e le quattro regioni parzialmente conquistate. Allo stesso tempo afferma che «la linea di contatto è il punto di partenza per i negoziati» e che le questioni territoriali dovrebbero essere discusse in seguito a livello presidenziale.

La Russia, invece, pretende che vengano riconosciute le cinque regioni annesse, revocate le sanzioni e archiviate le richieste di risarcimento dei danni. Avanza inoltre varie richieste riguardo alla struttura politica interna ucraina: Kiev dovrebbe riconoscere il russo come lingua ufficiale, vietare i movimenti «nazionalisti», non aderire alla Nato, ridurre il suo esercito e tenere nuove elezioni. Chiede di fatto non solo che Kiev capitoli, ma anche che rinunci alla sua indipendenza politica.

I mediatori, tuttavia, hanno la sensazione che le rivendicazioni territoriali di Mosca possano essere una mossa negoziale tattica e confidano che il fiume Dnipro possa segnare la linea di demarcazione tra le regioni contese. Consapevoli della difficoltà del lavoro di sintesi, sono cauti sulla sua riuscita e, di conseguenza, sui tempi di un eventuale vertice tra i leader che potrebbe presumibilmente tenersi sempre a Istanbul.

Kiev prova a cavalcare il fervore diplomatico: ieri una sua delegazione è arrivata a Washington per incontrare l’amministrazione Trump. Mosca invece mette le mani avanti. «Sarebbe sbagliato aspettarsi decisioni e progressi immediati», dichiara il portavoce presidenziale Dmitrij Peskov. Un vertice dei leader è «improbabile» nel «prossimo» futuro. A parlare fuori dai denti è al solito l’ex leader Dmitrij Medvedev. «I colloqui di Istanbul non servono per una pace di compromesso a condizioni irrealistiche inventate da qualcuno, ma per la nostra rapida vittoria e la completa distruzione del governo neonazista». La strada della diplomazia di Istanbul è tutta in salita.

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