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Rafah, seconda strage del pane. I testimoni: “L’Idf ci sparava addosso, ho strisciato per 600 metri”

(reuters)

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Il bilancio confermato dalla Croce Rossa: 27 morti a mezzo km dal sito della distribuzione del cibo. L’esercito israeliano ammette: “Abbiamo aperto il fuoco contro sospetti, si avvicinavano fuori dai percorsi stabiliti”. L’Onu: “Sono crimini di guerra”
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GERUSALEMME – Chi ha sparato, stavolta, lo dice. Si notano due differenze tra la strage di ieri e quella di domenica, entrambe avvenute lungo la via sterrata che conduce al centro di distribuzione del cibo a Rafah. Anzitutto il numero delle vittime: 35 morti tre giorni fa, 27 i morti di ieri confermati dalla Croce Rossa. La seconda differenza è che l’esercito israeliano, questa volta, non si nasconde dietro comunicati stampa auto-assolutori e mezze ammissioni.

«A circa mezzo chilometro dal sito della Gaza Humanitarian Foundation abbiamo identificato diversi sospetti che si avvicinavano senza seguire i percorsi approvati», si legge nella nota dell’Idf. «Abbiamo sparato colpi di avvertimento, ma poiché i sospetti non si disperdevano, è stato aperto il fuoco in direzione di diversi individui che avanzavano verso le truppe in modo minaccioso». Chi siano i sospetti non viene detto. Che ci siano stati dei morti non viene riconosciuto. Né Effie Defrin, il portavoce dell’esercito che def…

GERUSALEMME – Chi ha sparato, stavolta, lo dice. Si notano due differenze tra la strage di ieri e quella di domenica, entrambe avvenute lungo la via sterrata che conduce al centro di distribuzione del cibo a Rafah. Anzitutto il numero delle vittime: 35 morti tre giorni fa, 27 i morti di ieri confermati dalla Croce Rossa. La seconda differenza è che l’esercito israeliano, questa volta, non si nasconde dietro comunicati stampa auto-assolutori e mezze ammissioni.

«A circa mezzo chilometro dal sito della Gaza Humanitarian Foundation abbiamo identificato diversi sospetti che si avvicinavano senza seguire i percorsi approvati», si legge nella nota dell’Idf. «Abbiamo sparato colpi di avvertimento, ma poiché i sospetti non si disperdevano, è stato aperto il fuoco in direzione di diversi individui che avanzavano verso le truppe in modo minaccioso». Chi siano i sospetti non viene detto. Che ci siano stati dei morti non viene riconosciuto. Né Effie Defrin, il portavoce dell’esercito che definisce «esagerati» i numeri delle vittime diffusi dalle autorità palestinesi e sottolinea che l’Idf incoraggia i gazawi ad andare ai centri umanitari, si sente in dovere di spiegare la licenza di sparare concessa ai soldati di fronte a una moltitudine di affamati, sicuramente caotica, ma composta da uomini e donne che vogliono solo prendere il pacco col cibo.

«Sono partito alle 2 di notte da al Mawasi, ero da solo e in ciabatte», racconta a Repubblica Baha’ Abu Mustafa, 49 anni, sfollato di Khan Younis. Nella nebbia di fatti che non è possibile verificare sul campo, essendo la Striscia interdetta alla stampa internazionale, bisogna affidarsi alle testimonianze di chi c’era. «Ho camminato per tre chilometri, intorno alle 3 ho sentito il suono dei mitragliatori. Ci sparavano dai carri armati e da un elicottero, anche dal mare. Ad altezza d’uomo. Ci siamo tutti gettati a terra. Ho cominciato a strisciare indietro, con i proiettili che ci sfioravano la testa. Ho visto persone cadere per i colpi, e persone sanguinare. Non potevamo nemmeno soccorrerle, se avessi alzato la testa sarei morto. Ho strisciato per mezz’ora, avevo il ventre graffiato, ho perso le ciabatte. Sono riuscito ad arrivare all’ospedale da campo della Croce Rossa alle 5 di mattina».

L’Idf, che ha perso tre soldati a Jabalia e ha bombardato le postazioni da cui sono stati lanciati due razzi dal sud della Siria (prima volta in un anno), ha annunciato di aver aperto un’inchiesta su quanto accaduto ieri mattina a Rafah, teatro anche della strage di domenica scorsa che l’esercito però continua a definire «una fake news creata da Hamas». L’Onu parla invece di «crimini di guerra» e punta a un’inchiesta indipendente che accerti le responsabilità. Anche la Casa Bianca sta facendo verifiche, allarmata dai report della Croce Rossa.

La fondazione americana, che nomina il leader evangelico Johnnie Moore come nuovo presidente ma perde l’appoggio del Boston Consulting Group, pur ribadendo che all’interno del suo sito non ci sono stati incidenti, prende le distanze: «Non siamo a conoscenza di quanto accade fuori dal perimetro». Dove la sicurezza è affidata ai soldati, in una zona militarizzata sotto il loro controllo.

Quanto accade fuori lo si apprende dalle testimonianze dirette. Tamer Nassar, 33 anni, di Beit Hanoun: «Avevo passato la rotonda di al Alam di appena 20 metri, una pioggia di proiettili da tutte le direzioni. Mi sono gettato a terra, cercavo di proteggere la testa con una roccia. Ho alzato una spalla mentre mi schiacciavo il più possibile sullo stomaco ed è lì che sono stato colpito. Mi sono trascinato il più lontano possibile, urlando dal dolore».

Abdo Harbi, padre di due bambini, alle 3 di notte era tra migliaia di persone che avanzavano lentamente verso il sito. «Ho strisciato tra i feriti per 600 metri per raggiungere lo scatolone, se mi fossi fermato mi avrebbero preso. Sono arrivato al sito. Dentro lo scatolone c’erano 15 kg di farina, biscotti e del formaggio».

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