BERLINO – Lo avevano preparato a un match di pugilato, è diventato un giro di walzer. Donald Trump lo ha riempito di sorrisi, ammiccamenti, buffetti, battutine affettuose, iperbolici superlativi. E dal cuore degli sherpa che avevano predisposto Friedrich Merz persino a un bis dell’umiliazione in mondovisione inflitta a Zelensky, deve essere caduta una pietra. I suoi lo avevano allenato all’incognita Studio Ovale, avevano fatto le prove delle domande più scomode: l’Afd, le auto tedesche in eccesso. E invece l’incontro alla Casa Bianca si è trasformato in un minuetto.
Trump ha seppellito anni di insulti contro la Germania e ha incoronato Merz come «grande uomo, molto rispettato» e suo interlocutore privilegiato in Europa. Il cancelliere ha potuto interrompere l’ininterrotto flusso di parole di Trump solo un paio di volte, ma lo ha fatto con efficacia, tenendogli testa e senza mai dimenticare di accarezzargli lo spropositato ego. Accanto a lui, il vicepresidente J.D. Vance, principa…
BERLINO – Lo avevano preparato a un match di pugilato, è diventato un giro di walzer. Donald Trump lo ha riempito di sorrisi, ammiccamenti, buffetti, battutine affettuose, iperbolici superlativi. E dal cuore degli sherpa che avevano predisposto Friedrich Merz persino a un bis dell’umiliazione in mondovisione inflitta a Zelensky, deve essere caduta una pietra. I suoi lo avevano allenato all’incognita Studio Ovale, avevano fatto le prove delle domande più scomode: l’Afd, le auto tedesche in eccesso. E invece l’incontro alla Casa Bianca si è trasformato in un minuetto.
Trump ha seppellito anni di insulti contro la Germania e ha incoronato Merz come «grande uomo, molto rispettato» e suo interlocutore privilegiato in Europa. Il cancelliere ha potuto interrompere l’ininterrotto flusso di parole di Trump solo un paio di volte, ma lo ha fatto con efficacia, tenendogli testa e senza mai dimenticare di accarezzargli lo spropositato ego. Accanto a lui, il vicepresidente J.D. Vance, principale bullo con Zelensky, instancabile fustigatore dell’Europa, non è intervenuto una sola volta. Di per sé, un segnale di distensione.
Più tardi, a conclusione di una giornata andata oltre ogni rosea aspettativa, e alla fine di altre due ore di faccia a faccia a porte chiuse, Merz annuncia che Trump ha accettato il suo invito in Germania e twitta che «gli Usa e la Germania hanno lo stesso dna». All’Ard, il cancelliere consegna parole ancora più esplicite: con Trump ha stabilito un ottimo rapporto «personale». Ma nel faccia a faccia emergono anche le distanze con gli europei e Merz è costretto un paio di volte a correggere il capo della Casa Bianca, soprattutto sulla guerra in Ucraina. Lo fa, però, addolcendo talmente la pillola che Trump non sembra accorgersi delle puntualizzazioni.
La prima visita di Merz negli Usa, in realtà, comincia sotto i peggiori auspici. I tedeschi diffondono l’agenda dell’incontro già mercoledì, e risulta che i due si vedranno con i giornalisti dopo il tete-a-tete. Quando arriva la notizia che l’incontro nello Studio Ovale si terrà prima del pranzo - dunque prima che Merz e Trump possano appianare eventuali differenze - tra gli sherpa è panico. E dalla cancelleria filtra un messaggio: se il presidente lo provocherà - ad esempio sull’Afd - il capo della Cdu gli risponderà per le rime.
Prima di entrare nello Studio Ovale, Merz prova dunque a preparare il terreno: lusinga Trump, lo definisce «l’unica chiave» per terminare la guerra in Ucraina. E quando il presidente mescola le carte davanti ai giornalisti, derubricando il conflitto a una rissa tra due “ragazzi” - Putin e Zelensky - il cancelliere prima svicola, poi parla di un obiettivo comune, «finire la guerra», infine puntualizza che c’è una differenza sostanziale: «La Russia bombarda i civili, l’Ucraina obiettivi militari». E aggiunge che «la Germania è dalla parte dell’Ucraina». Un altro abisso rispetto all’equidistanza dell’americano.
Merz insiste anche un paio di volte su un obiettivo fondamentale: «Lei deve aumentare la pressione su Putin perché la guerra finisca», lo incalza. È uno dei capisaldi della sua missione a Washington. E poi c’è il profluvio di ringraziamenti, sempre per scongiurare accessi di ira del presidente: piovono i “thank you”, per l’ospitalità, per l’incontro, per il 6 giugno, anniversario dello sbarco in Normandia. Trump gli dà di gomito e prova a fare una battuta di pessimo gusto - «non è stato un giorno piacevole per voi». E ancora una volta Merz gli tiene testa e lo contraddice, fermo ma con garbo - «ci avete liberati dalla dittatura nazista, sappiamo bene cosa vi dobbiamo».
In dote, per ammansirlo, il capo dei conservatori tedeschi ha portato al presidente Maga l’impegno a far impennare la spesa militare fino al 5% del Pil. E anche questa novità diventa l’occasione per un siparietto. Trump cita il generale Mac Arthur che aveva detto «non lasciate mai che la Germania si riarmi», ma risolve il dilemma a favore di Berlino. «È una cosa buona o cattiva che la Germania si riarmi? Io penso sia una cosa buona. Cioè, fino a un certo punto, poi gli dirò, basta, non armatevi più», altra risata, altra sonora pacca sul ginocchio del cancelliere. Merz, ormai rilassato, sorride beato. E tace. Saggiamente.