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Adozioni illegali dal Cile, decine di denunce per padre Alceste. “Ora vogliamo giustizia”

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Genitori e “orfani” spediti all’estero accusano il “prete di Tilcoco” di raggiri ai danni di madri povere e analfabete. Tanti i minori mandati in Italia. La polizia indaga, ma l’autorizzazione a operare non è stata revocata. L’organizzazione attiva anche dopo la morte del religioso
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SANTIAGO DEL CILE – Decine di denunce, anni di indagini, il suo nome in un fascicolo giudiziario sulle adozioni illegali: nulla ha potuto interrompere l’operato di padre Alceste Piergiovanni, sacerdote italiano fondatore di un’associazione, Pro Icyc, che per oltre 40 anni ha gestito circa 1.200 adozioni internazionali dal Cile verso vari Paesi come Stati Uniti, Germania, Belgio e, soprattutto, Italia.

Padre Alceste gestiva diversi orfanotrofi in Cile, tra i quali spiccava Quinta de Tilcoco, a un centinaio di chilometri a sud della capitale Santiago; molte delle adozioni che ha portato a termine sono state denunciate come illegali e sono sotto indagine da parte degli agenti della Polizia investigativa cilena (PDI): per loro, il sacerdote italiano è la seconda persona ad aver ricevuto il maggior numero di segnalazioni nella causa sulle adozioni irregolari in Cile fin dagli anni ‘70. Nonostante questo, l'autorizzazione a operare di Pro-Icyc non è stata sospesa o revocata dallo Stato cile…

SANTIAGO DEL CILE – Decine di denunce, anni di indagini, il suo nome in un fascicolo giudiziario sulle adozioni illegali: nulla ha potuto interrompere l’operato di padre Alceste Piergiovanni, sacerdote italiano fondatore di un’associazione, Pro Icyc, che per oltre 40 anni ha gestito circa 1.200 adozioni internazionali dal Cile verso vari Paesi come Stati Uniti, Germania, Belgio e, soprattutto, Italia.

Padre Alceste gestiva diversi orfanotrofi in Cile, tra i quali spiccava Quinta de Tilcoco, a un centinaio di chilometri a sud della capitale Santiago; molte delle adozioni che ha portato a termine sono state denunciate come illegali e sono sotto indagine da parte degli agenti della Polizia investigativa cilena (PDI): per loro, il sacerdote italiano è la seconda persona ad aver ricevuto il maggior numero di segnalazioni nella causa sulle adozioni irregolari in Cile fin dagli anni ‘70. Nonostante questo, l'autorizzazione a operare di Pro-Icyc non è stata sospesa o revocata dallo Stato cileno o italiano e oggi continua la sua attività in Cile dopo essersi fusa, ad aprile del 2021, con l'istituto italiano SOS Bambino.

Il caso dell’organizzazione di Padre Alceste è collegato a uno dei più grossi scandali scoppiati in Cile negli ultimi anni: almeno 20.000 bambini cileni adottati illegalmente soprattutto da famiglie europee e statunitensi. La magistratura cilena e una squadra della PDI indagano da diversi anni sul caso. Tanto la stampa cilena come quella internazionale, si sono concentrate sui casi avvenuti durante la dittatura di Pinochet (1973-1990), ma le denunce di adozioni illegali sono cominciate sin dagli anni ‘50 e continuate molto dopo, con casi fino al 2024. Quanto accaduto con l’organizzazione di padre Alceste è rappresentativo di come le adozioni illegali in Cile non sono cominciate e finite con il regime, con denunce contro la Pro-Icyc che vanno dal 1970 fino al 2004.

Il “prete di Tilcoco”, come lo ha definito nella sua testimonianza la giudice cilena Ana Luisa Prieto Peralta (morta nel 2020), che è stata giudice capo del Primo Tribunale dei Minori di Santiago, “era noto per rubare i bambini senza l'autorizzazione dei genitori".

Inoltre, le autorità cilene non hanno informato quelle italiane delle denunce a carico del sacerdote e della sua organizzazione, come dichiara Vincenzo Starita, vicepresidente della CAI, l'autorità centrale italiana per le adozioni internazionali: "Se un'autorità straniera - spiega - viene a conoscenza di indagini che coinvolgono enti italiani, ha l'obbligo di informarci immediatamente per fare i dovuti accertamenti. Ma non abbiamo mai ricevuto alcuna comunicazione in tal senso".

Le decine di denunce sugli orfanotrofi fondati da Padre Alceste sono scioccanti, come quella di Veronica del Carmen Ruiz Gordón, che nel 1999 lasciò suo figlio, temporaneamente, proprio a Quinta de Tilcoco. Di umili origini e analfabeta, Veronica in quegli anni lavorava come domestica nella casa di persone benestanti della zona che le suggerirono di lasciare suo figlio nella residenza di padre Alceste. Un fine settimana, le chiesero di lavorare e quindi Veronica dovette saltare una visita. Quando tornò per vedere suo figlio, non le permisero di entrare. Veronica negli anni è andata più e più volte alla residenza, ma l’hanno sempre cacciata. Finché, un giorno, le hanno gridato in faccia “rassegnati, tuo figlio è in Italia”.

Da anni però decine di madri continuano a chiedere, inutilmente, notizie dei loro figli. “Madri che all'inizio potevano vedere i loro bambini e a cui d’improvviso è stato vietato l’ingresso, favorendo così la dimostrazione della condizione di abbandono del bambino, affinché il giudice concedesse il permesso di adozione per abbandono”, racconta Melisa, del gruppo “Hasta Encontrarte”, che aiuta le madri a cercare notizie sui loro figli dati, arbitrariamente, in adozione.

Veronica, dopo anni di insistenza e con l’aiuto dell’organizzazione “Hasta Encontrarte”, è riuscita a ottenere solo un foglietto con le date - scritte a mano - di entrata e di uscita del figlio da Quinta de Tilcoco: 30-06-1999 e 11-08-2004. "Io sono analfabeta, nessuno mi ha aiutato e io non sapevo cosa fare per riavere mio figlio - dice oggi Veronica - Io vorrei solo che lui sapesse che non l'ho mai abbandonato, me lo hanno portato via. Ed è stato il dolore più grande della mia vita".

Negare le visite affinché il bambino risulti abbandonato e, di conseguenza, suscettibile di adozione, è una “procedura” che ritorna in tutte le testimonianze raccolte per questa inchiesta. Per la legge cilena, l’abbandono si configura dopo due mesi senza visite da parte dei genitori e, se il bambino ha meno di un anno, dopo 30 giorni. Una fonte, che ha chiesto di rimanere anonima e che ha lavorato proprio a Quinta de Tilcoco, ha confermato come venisse detto ai genitori “che il bambino non c’era, ma il bambino invece era dentro la struttura. Di conseguenza, non risultava la visita e veniva dichiarato l’abbandono”.

La storia di Veronica assomiglia, per alcuni aspetti, a quella di Cecilia. Vicente è nato nel 1987 e, poco dopo, la proprietaria della casa in cui Cecilia lavorava come domestica le chiese di darle il bambino. Di fronte al rifiuto di Cecilia, la signora la minacciò e chiamò gli assistenti sociali. Vicente aveva un anno quando le fu tolto e, poco dopo, mandato a Quinta de Tilcoco. Lei andava sempre a trovarlo, finché cominciarono a negargli le visite e all'età di 9 anni fu dato in adozione a una coppia italiana.

Il “prete di Tilcoco” è morto, incensurato, nel 2003. Da quel momento, un gruppo di genitori adottivi italiani ha preso in mano l'associazione, sotto la guida di Giovanni Palombi che afferma di non sapere nulla delle indagini su padre Alceste: “noi abbiamo mandato solo qualcosa per aiutare, tutte le pratiche sono state gestite in Cile e non posso assumermi la responsabilità di qualcosa che è stato fatto in Cile”.

Nel 2016, l'associazione Pro Icyc e la residenza di Quinta de Tilcoco sono finite al centro di uno scandalo per la morte di una minore. La struttura è stata chiusa in seguito alla morte di Rechel Contreras, 10 anni, avvenuta a causa di cure inadeguate per il lupus, malattia di cui soffriva da anni. I genitori erano stati privati della custodia della figlia dai servizi sociali proprio perché - secondo le accuse - non le avevano fornito cure adeguate. Molti anni prima, anche il signor Zagaglia, padre adottivo di Cristina Prisco, oggi cittadina statunitense, fu testimone della scarsa cura dei minori a Quinta de Tilcoco. Quando infatti nel 1980 andò a prenderla alla residenza, trovò molti bambini a cui venivano dati da mangiare solo acqua e zucchero. “Se Dio vuole che vivano, vivranno”, disse padre Alceste. Cristina, rubata dall’ospedale dove la madre aveva partorito, aveva 3 mesi quando fu adottata tramite padre Alceste, che si recava negli Stati Uniti almeno due volte l'anno, e l'organizzazione LAPA (Latin American Parents Association), che non esiste più.

German Gregorio invece, è nato nel 1976 e oggi vive in un piccolo paese vicino Roma, dove è arrivato a 12 anni. “Padre Alceste mi chiese se volevo essere adottato e io dissi di sì”, racconta. La madre biologica di German, la signora Marta Gaete, era molto povera e per questo decise di lasciare - temporaneamente - il figlio di 5 anni a Quinta de Tilcoco. Andava sempre a trovarlo, camminando fino a quattro ore solo per vederlo qualche minuto. Finché, un giorno, German vide sua madre in lacrime dopo aver parlato con Padre Alceste. “Era perché le avevano detto che mi avrebbero dato in adozione? Non lo saprò mai”. I carabineros cileni scrissero nel loro rapporto che la signora Gaete aveva problemi mentali e quindi non poteva occuparsi del figlio. Cosa falsa, come scoprirà German da adulto. “Spero di cuore che questo traffico che c'è dietro alle adozioni finisca - dice oggi - Se la famiglia biologica non può crescere un bambino è sacrosanto che venga adottato, ma le istituzioni devono controllare seriamente sia la parte che adotta sia quella che dà in adozione”.

* Questa inchiesta giornalistica è stata realizzata grazie all'appoggio dei grants europei Journalismfund e IJ4EU, co-finanziati dall'Unione Europea.

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