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Tiziana Roggio: “A Gaza ho operato il piccolo Adam, laggiù c’è l’inferno”

Tiziana Roggio 

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Siciliana, 37 anni, chirurgo plastico al S. George’s hospital di Londra, è stata l’unico medico volontario italiano nella Striscia a lavorare nell’ospedale Nasser. “Sono tornata in Europa ma non mi do pace per i bimbi e i colleghi che ho lasciato indietro”
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SIRACUSA – Da Gaza a Londra, lasciando morte dietro di sé. Tiziana Roggio è l’unico medico volontario italiano che, nelle scorse tre settimane, ha vissuto e operato all’ospedale Nasser. Siciliana, 37 anni, chirurgo plastico al S. George’s hospital di Londra, è lei che ha operato il piccolo Adam, unico sopravvissuto di dieci fratelli a un bombardamento israeliano che l’11 giugno dovrebbe essere trasportato in Italia. Tornare per lei è stato uno strazio per ciò che ha lasciato dietro di sé.

Che dolore prova adesso che è a casa sua, nella sua quotidianità?

«Non riesco a darmi pace. Mi sento in colpa. Ho lasciato i miei colleghi a Gaza, a operare tra le bombe, senza sosta, senza materiali. Ho lasciato il popolo palestinese in una sofferenza indicibile, e questa colpa me la porto dentro. Spero di poter rivedere il piccolo Adam e altri piccoli Adam che arriveranno in Italia, fare qualcosa per loro. Sono persone di grande dignità: la madre, Alaa, nonostante avesse perso tutto è venuta a r…

SIRACUSA – Da Gaza a Londra, lasciando morte dietro di sé. Tiziana Roggio è l’unico medico volontario italiano che, nelle scorse tre settimane, ha vissuto e operato all’ospedale Nasser. Siciliana, 37 anni, chirurgo plastico al S. George’s hospital di Londra, è lei che ha operato il piccolo Adam, unico sopravvissuto di dieci fratelli a un bombardamento israeliano che l’11 giugno dovrebbe essere trasportato in Italia. Tornare per lei è stato uno strazio per ciò che ha lasciato dietro di sé.

Che dolore prova adesso che è a casa sua, nella sua quotidianità?

«Non riesco a darmi pace. Mi sento in colpa. Ho lasciato i miei colleghi a Gaza, a operare tra le bombe, senza sosta, senza materiali. Ho lasciato il popolo palestinese in una sofferenza indicibile, e questa colpa me la porto dentro. Spero di poter rivedere il piccolo Adam e altri piccoli Adam che arriveranno in Italia, fare qualcosa per loro. Sono persone di grande dignità: la madre, Alaa, nonostante avesse perso tutto è venuta a ringraziarci, e questo gesto dimostra che popolo sia. Ripenso ai bambini, alle madri e ai padri. Ai colleghi medici che, a occhi bassi, mi chiedevano cibo. Non sono solo bombe e morte ma è la negazione della dignità umana».

Lei ha viaggiato 14 ore per entrare in Giordania e tornare in Europa.

«È stato straziante, abbiamo impiegato ore per pochi chilometri per evitare le bombe e i fucili. Siamo tornati con il coordinatore della nostra Ong, Ideals charity. Siamo stati portati nella nostra sede con un viaggio caotico attraverso strade affollatissime. La guest house della Ideals charity inglese è nella zona Di Al Mawasi, la zona umanitaria dove si trovano molti ospedali da campo tra cui quelli della Croce rossa, Emergency, UK med. Si trova sulla costa costellata da tende dove la gente si è riversata dopo gli ordini di evacuazione, qui si è creato una sorta di villaggio affollato di dolore e speranza. Appena arrivati abbiamo scoperto che c’era stato un altro ordine di evacuazione per un ospedale che si trova nella zona 108, il nostro ospedale era nella 107. È iniziata a girare la voce che i colleghi non avrebbero più potuto accogliere pazienti, abbiamo vissuto il terrore e la paura anche perché lunedì e martedì ci sono state carneficine nei luoghi della distribuzione del cibo e i feriti da curare erano centinaia. Ce ne siamo andati lasciando tutto questo, ma non c’era scelta».

E cosa ricorda della prima notte senza bombe e droni?

«Mi avevano detto che dopo i giorni di Gaza il peggio sarebbe stato il silenzio, ma io non capivo; adesso sì, capisco. La prima notte di silenzio è stata tremenda. Non c’è pace, riaffiora tutto con una forza straziante e non riesco a non pensare che io posso vivere e loro no. È stato forse il momento più difficile. Penso a tutta quella gente e mi assale quella paura, immensa, per loro».

Dottoressa, ripartirebbe per Gaza?

«Sì, anche domani».

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