Chi la conosce bene spiega che Greta Thunberg non è affatto cambiata. Perché per lei alzare un cartello per invocare uno sciopero climatico o indossare una kefiah a bordo della Flotilla per Gaza sono azioni che fanno parte della stessa lotta, quella contro i diritti negati. Il diritto del popolo palestinese di sopravvivere, il diritto dei giovani di avere ancora un futuro su un Pianeta sempre più bollente.
Per questo la giovane svedese era a bordo della nave diretta verso le coste della Striscia: «Per applicare quello che ha sempre professato», cioè che esiste giustizia climatica solo se esiste giustizia sociale, «e che la lotta ambientale è intersezionale e non può essere scissa da quella per i diritti delle persone più vulnerabili, dei lavora…
Chi la conosce bene spiega che Greta Thunberg non è affatto cambiata. Perché per lei alzare un cartello per invocare uno sciopero climatico o indossare una kefiah a bordo della Flotilla per Gaza sono azioni che fanno parte della stessa lotta, quella contro i diritti negati. Il diritto del popolo palestinese di sopravvivere, il diritto dei giovani di avere ancora un futuro su un Pianeta sempre più bollente.
Per questo la giovane svedese era a bordo della nave diretta verso le coste della Striscia: «Per applicare quello che ha sempre professato», cioè che esiste giustizia climatica solo se esiste giustizia sociale, «e che la lotta ambientale è intersezionale e non può essere scissa da quella per i diritti delle persone più vulnerabili, dei lavoratori e dei popoli oppressi. Greta sta mettendo in pratica l’insegnamento di Chico Mendes», spiega Giorgio Brizio, giovane attivista per il clima, fra i coordinatori di Fridays For Future quando ci fu il grande raduno europeo di Torino che vide proprio Thunberg in testa al corteo.
Il passaggio dell’allora 15enne dai primi scioperi per il clima davanti al Parlamento svedese nel 2018 alla 22enne trattenuta ora dall’Idf dopo il sequestro del veliero umanitario, è infatti un percorso a tappe nella sua vita che include da sempre lo stesso mantra: «Non restare in silenzio davanti agli ecocidi e ai genocidi», ha ripetuto più volte l’attivista.
Per questo, dopo aver ispirato milioni di persone a scendere in piazza per il clima, dopo la traversata in barca a vela dell’Atlantico per sfidare Trump e parlare ai potenti dell’Onu e dopo la pandemia che ha rallentato le azioni di tutta l’onda verde, la svedese ha scelto di passare a un attivismo più radicale al grido di “people, not profit” in cui mostrare la necessità di una fusione fra cause climatiche e diritti umani.
Fugge dalle telecamere, smette di partecipare alle Conferenze mondiali sul clima che reputa un fallimento e chiede che sia dato spazio ai giovani dei Paesi vulnerabili. Ogni venerdì continua a scioperare, ma i cartelli si riempiono anche di scritte diverse: le lotte per i diritti del popolo Sami, degli indigeni dal Perù all’Africa, di chi non ha voce. Poi le proteste, i blocchi e le azioni sul campo contro le multinazionali del fossile per cui in Germania, Inghilterra e Olanda è stata più volte fermata, arrestata e rilasciata.
Un paio di settimane dopo il 7 ottobre e la risposta israeliana, Greta decide in un post pubblico di indossare la kefiah e mostrare il suo sostegno al popolo palestinese. Sui social la tacciano di antisemitismo e giornali tedeschi l’accusano di usare il movimento per il clima per dare il suo sostegno a Gaza, tanto che anche il gruppo dei Fridays in Germania inizialmente si divide. Ma lei nega e rilancia. Perché «se tu, come attivista per il clima, non lotti anche per una Palestina libera e per la fine del colonialismo e dell’oppressione in tutto il mondo, allora non dovresti poterti definire un attivista per il clima - dice in un corteo a Milano -. Il silenzio è complicità. Non si può essere neutrali».
Insomma, Greta non è cambiata, è solo salita a bordo di una «piccola barca a vela diventata simbolo di intersezionalità e speranza», ricorda Brizio. Anche a costo, come potrebbe accadere già oggi, di essere processata per le sue azioni.