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Intercettazioni, arrembaggi e blocchi: così da 18 anni Israele ferma le navi di aiuti per Gaza

Intercettazioni, arrembaggi e blocchi: così da 18 anni Israele ferma le navi di aiuti per Gaza
(ansa)

Nel 2010 l’attacco alla Mavi Marmara si è concluso con dieci morti. Solo un mese fa, la Conscience è stata sabotata da un drone mentre navigava in acque internazionali. Il caso dell’equipaggio tutto al femminile e quello della Dignity di Vik Arrigoni

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L’assalto israeliano che ha bloccato il viaggio della Madleen verso Gaza non è un inedito. Solo un mese fa, la Conscience, un’altra nave della Freedom Flotilla Coalition che faceva rotta verso Gaza con un carico di aiuti, è stata sabotata da droni israeliani mentre navigava in acque internazionali al largo di Malta. Un raid rapidissimo con cui sono stati sganciati esplosivi che hanno squarciato il ponte, solo fortuitamente non ci sono stati feriti. Ma in passato, l’Idf non ha esitato a usare la forza.

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Nel 2010, quando una flotta di sei navi ha tentato di raggiungere Gaza, i soldati hanno assaltato la Mavi Marmara, l’imbarcazione turca della flotta. Nove persone sono state uccise subito, un attivista è morto giorni dopo in ospedale per le ferite d’arma da fuoco. Ne è venuto fuori un caso internazionale e una stagione di gelo fra Israele e Turchia.

Un anno dopo, un’altra flotta era pronta a partire. Il nome dato alla missione, “Restiamo umani”, evocava la frase con cui lo scrittore e attivista italiano Vik Arrigoni chiudeva ogni sua cronaca dalla Striscia. Un omaggio a pochi mesi dal suo barbaro omicidio. La partenza era programmata per il 5 luglio dalle coste di Turchia e Grecia ma alcune navi vennero sabotate, ad altre vennero improvvisamente negati i permessi o ritirate le bandiere. Dell’intera flotta, solo la francese Dignite al Karama è riuscita a partire per poi essere intercettata e bloccata dalle autorità israeliane in acque internazionali.

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Nel maggio 2015, stesso copione. La Freedom flotilla III è stata bloccata un mese e mezzo dopo la partenza la sua partenza dalla Svezia. La maggior parte delle navi fu costretta a tornare indietro, la Marianne, su cui viaggiavano Basel Ghattas, deputato palestinese del Parlamento israeliano, e l’ex presidente tunisino Moncef Marzouki, è stata sequestrata e dirottata ad Ashdod. Stesso destino ha avuto la Women’s boat to Gaza, una nave con equipaggio tutto femminile – tra cui giornaliste, politiche, attrici, docenti, una pallavolista, una medica e una vincitrice del premio Nobel per la pace – salpata a settembre da Barcellona e sequestrata due settimane dopo dalla Marina israeliana.

A maggio 2017 Israele ha alzato il tiro. Una missione internazionale di solidarietà con i pescatori di Gaza, a cui era stato impedito persino di andare per mare, è stata sabotata da un drone. Un anno dopo invece, l’equipaggio che viaggiava sull’Al Awda, peschereccio battente bandiera norvegese, è stato arrestato dopo che la nave è stata intercettata in mare.

Da quando il movimento internazionale Freedom flotilla coalition è nato con il proposito di rompere il blocco navale e portare aiuti nella Striscia via mare, solo nel 2008 una nave, la Dignity, è riuscita a sbarcare a Gaza. A bordo c’era anche Vik Arrigoni, l’attivista italiano a cui Israele da anni negava l’accesso nella Striscia perché considerato “persona non gradita” per la sua attività di denuncia. Secondo lo scrittore israeliano Amos Oz, un’ostilità legata alla paura che Arrigoni fosse chiamato come testimone dalla Corte dell’Aja che già all’epoca investigava su Israele per crimini di guerra.

Arrivato a Gaza sulla nave umanitaria, per anni Vik Arrigoni ha raccontato la vita sotto assedio nella Striscia, prima di essere rapito e barbaramente ucciso da un gruppo jihadista salafita.

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