TEL AVIV – «Non compliant», inadempiente. La formula che i governatori dell’Aiea approvano a tarda mattina nella grande sala del consiglio di Vienna, riporta la crisi nucleare con l’Iran al centro dell’agenda internazionale. È la prima volta in 20 anni che l’Agenzia censura la Repubblica islamica perché non rispetta i suoi obblighi sul programma nucleare, non collabora pienamente con le ispezioni e continua a non spiegare la presenza di tracce di uranio trovate in tre siti non dichiarati. Il prossimo passo potrebbe essere il ripristino delle sanzioni Onu rimosse nel 2016.
È una crisi che covava da settimane, quando la stessa Agenzia aveva rivelato in un report confidenziale che Teheran possiede quantità di uranio arricchito al 60% che - se portato al 90% - potrebbero bastare per almeno 6 ordigni nucleari. L’Iran ha sempre rivendicato la natura pacifica del suo programma, ma è l’unico Paese al mondo senza atomica ad arricchire l’uranio al 60%. «Una decisione politica», attacca Teher…
TEL AVIV – «Non compliant», inadempiente. La formula che i governatori dell’Aiea approvano a tarda mattina nella grande sala del consiglio di Vienna, riporta la crisi nucleare con l’Iran al centro dell’agenda internazionale. È la prima volta in 20 anni che l’Agenzia censura la Repubblica islamica perché non rispetta i suoi obblighi sul programma nucleare, non collabora pienamente con le ispezioni e continua a non spiegare la presenza di tracce di uranio trovate in tre siti non dichiarati. Il prossimo passo potrebbe essere il ripristino delle sanzioni Onu rimosse nel 2016.
È una crisi che covava da settimane, quando la stessa Agenzia aveva rivelato in un report confidenziale che Teheran possiede quantità di uranio arricchito al 60% che - se portato al 90% - potrebbero bastare per almeno 6 ordigni nucleari. L’Iran ha sempre rivendicato la natura pacifica del suo programma, ma è l’unico Paese al mondo senza atomica ad arricchire l’uranio al 60%. «Una decisione politica», attacca Teheran, che ha annunciato l’attivazione di un nuovo sito per l’arricchimento e l’ammodernamento delle centrifughe di Fordow. Gli iraniani si difendono sostenendo che l’inadempienza sia semplicemente la reazione al mancato rispetto da parte degli altri firmatari dell’accordo del 2015.
Lo scontro con l’Occidente è politico, riguarda il nucleare ma anche i rapporti di forza in Medio Oriente. Trump, che nel 2018 stracciò unilateralmente il Jcpoa giudicandolo troppo permissivo, ha promesso un’intesa più dura per Teheran. I colloqui indiretti avviati due mesi fa finora non hanno dato buon esito. Washington pretende che l’Iran non arricchisca sul suo territorio e propone un consorzio regionale che faccia da cane da guardia all’intero processo. La Repubblica islamica considera invece l’arricchimento un diritto non negoziabile, una questione di sovranità e deterrenza, rivendicando però scopi civili per il suo programma.
Nell’ultimo round di colloqui a Roma, il 23 maggio, era già apparso chiaro che l’intesa non c’è. La domenica successiva Trump si è chiuso a Camp David per una giornata intera insieme alla squadra di politica estera, ai generali e ai consiglieri per la sicurezza. Sono stati vagliati tutti gli scenari, comprese le possibili opzioni militari. Nei sette giorni successivi, la crisi si è accelerata, con gli americani che hanno deciso di ritirare parte del loro personale non essenziale dalle ambasciate del Medio Oriente. È un segnale, un avvertimento a Teheran: l’ipotesi militare è sul tavolo, sebbene il presidente Usa voglia evitarla a tutti i costi, essendosi presentando come l’uomo della “pace”. Ma in questa dialettica c’è un altro attore, decisivo: Israele.
Mentre gli americani organizzavano le evacuazioni e dirottavano 20mila missili anti-drone dall’Ucraina al Golfo, gli israeliani «si preparavano», dice un diplomatico europeo di stanza a Tel Aviv. Israele «è pronta per un attacco ai siti nucleari iraniani, anche senza gli Stati Uniti», riportano diversi network americani. Da giorni, sul mare di Tel Aviv si sentono esplosioni e boati. Esercitazioni. «Gli israeliani sono convinti che la finestra di tempo per una operazione che metta fuori gioco il nucleare iraniano si stia chiudendo. Dopo i colpi subiti in Libano, in Siria e con gli attacchi di ottobre, l’Iran sta ricostituendo la sua forza militare missilistica», conclude il diplomatico. Teheran ha chiarito che risponderà a qualsiasi attacco con una «forza senza precedenti», colpendo Israele e le «basi americane nella regione» se gli Usa fossero coinvolti.
Steve Witkoff ha messo in guardia i senatori repubblicani: la risposta iraniana potrebbe causare molte vittime. E se anche gli impianti nucleari venissero distrutti, ha detto ieri il presidente iraniano Pezeshkian, «verrebbero ricostruiti». Domenica in Oman ci sarà un sesto incontro tra Stati Uniti e Iran. Il giorno dopo a Tel Aviv il premier Netanyahu celebrerà il matrimonio di suo figlio. Sulla coincidenza si fanno molte speculazioni. Ma un dato è certo: il vertice di Muscat sarà cruciale per capire se il Medio Oriente rischia un’altra guerra.