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Il risveglio a Tel Aviv, tra la gente stordita in attesa : “Non abbiamo bisogno di un’altra guerra”

(afp)

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Il giorno dopo l’attacco di Israele sull’Iran la gente si accalca in fila ai supermercati, sanno che sarà una giornata lunga. Si attendono rappresaglie iraniane
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TEL AVIV – I due ragazzini con le borse della spesa e le infradito si guardano storditi, hanno passato la notte in bianco, aspettavano il gay pride di stamattina ma oggi è un altro mondo. Lo spazio aereo è chiuso, l’aeroporto fermo, le scuole, gli uffici, persino tranvia e metropolitana bloccati. Loro hanno sentito a malapena le notizie: “Tua madre è nel panico?”, chiede uno all’altro.

Si risveglia così, confusa e piena di contraddizioni Tel Aviv, dopo una notte passata insonne, tutti accalcati nei rifugi per una mezz’ora, la prima volta verso le 2.30, poi in strada per prendere una boccata d’aria, provare a digerire gli eventi lontani ma vicini e mostruosi che scorrevano sugli smartphone, compulsandoli nervosamente, i più ansiosi a fumare in ciabatte in terrazzo con un caldo appiccicoso anche nel buio. E poi poi di nuovo giù negli shelter, a quel punto era già quasi l’alba, man mano che l’aviazione israeliana colpiva al cuore di Teheran aprendo scenari che nessuno riesce a immag…

TEL AVIV – I due ragazzini con le borse della spesa e le infradito si guardano storditi, hanno passato la notte in bianco, aspettavano il gay pride di stamattina ma oggi è un altro mondo. Lo spazio aereo è chiuso, l’aeroporto fermo, le scuole, gli uffici, persino tranvia e metropolitana bloccati. Loro hanno sentito a malapena le notizie: “Tua madre è nel panico?”, chiede uno all’altro.

Si risveglia così, confusa e piena di contraddizioni Tel Aviv, dopo una notte passata insonne, tutti accalcati nei rifugi per una mezz’ora, la prima volta verso le 2.30, poi in strada per prendere una boccata d’aria, provare a digerire gli eventi lontani ma vicini e mostruosi che scorrevano sugli smartphone, compulsandoli nervosamente, i più ansiosi a fumare in ciabatte in terrazzo con un caldo appiccicoso anche nel buio. E poi poi di nuovo giù negli shelter, a quel punto era già quasi l’alba, man mano che l’aviazione israeliana colpiva al cuore di Teheran aprendo scenari che nessuno riesce a immaginare con precisione.

Nel città un tempo considerata la New York mediorientale, oggi dura, apparentemente di ghiaccio, le strade sono svuotate del caos tipico delle mattine lavorative, ma non del tutto deserte. La gente si accalca in fila ai supermercati, sanno che sarà una giornata lunga. Si attendono rappresaglie iraniane. Mentre paghiamo dell’acqua e due prugne, il cassiere fa i conti della spesa e del destino: “I droni sono sulla Giordania, arriveranno tra una trentina di minuti”, ci dice per avvertire la straniera. Tel Aviv è divisa, come tutta Israele.

“Cosa potevamo fare? Non abbiamo altra scelta. Gli iraniani si stavano facendo la bomba e sappiamo che l’avrebbero usata contro di noi”, dice Lavi, riservista, 26 anni, che incrociamo mentre cerca di tranquillizzare la sua ragazza in viva voce. “Il mondo dirà che siamo noi i cattivi, ma solo noi possiamo difenderci, nessuno lo farà al nostro posto”.

Tala sta dall’altro lato della scala degli umori, per la testa le girano pensieri completamente diversi. E’ una donna sulla cinquantina, gestisce un b&b in centro. “Cosa posso dire: non siamo stati colti del tutto di sorpresa, sono anni che il governo parla di questo, ma non ne avevamo bisogno, non avevamo bisogno di un’altra guerra. Si guardi intorno: stiamo diventando robot”. Che intende, Tala? “Gente che cammina con lo sguardo fisso, passo svelto, marciare avanti senza esitazioni”. Ha sentito il discorso di Netanyahu, potrebbe durare giorni questa guerra. “Non sento niente di quello che dice Netanyahu, non credo a una parola. Cosa vuole fare? Boh. So però che stanno distruggendo Israele”. Mentre parliamo la tv dice che la Giordania ha iniziato a intercettare i droni iraniani diretti verso Tel Aviv e le città israeliane, Tala ci saluta: “Forse ancora c’è rimasto qualche amico, a casa nostra”.

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