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A Tel Aviv bombe e feriti, la gente corre nei rifugi: “È un incubo senza fine”

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Lo shock degli abitanti: “Ormai siamo robot, non so dove voglia arrivare il governo, ma così rischia di portare alla distruzione del nostro Paese”
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TEL AVIV – Le bombe in cielo non assomigliano alle anime in terra, non hanno paura. Quando arriva il messaggio di Saeed sono le otto e mezza di sera, scrive da Teheran. «Sono sfinito, arrabbiato, ho paura. Tu come stai? Stay safe a Tel Aviv». Pochi secondi e l’allarme sul telefonino dice che l’attesa è finita: la guerra è cominciata anche qui, nel cuore di Israele. Centinaia di missili balistici sparati dall’Iran volano su tutto il paese. «Restate nei rifugi fino a nuovo ordine», comanda l’esercito. Scendiamo in fretta le scale, una marcia razionale ma veloce con decine di persone che si ammucchiano sulla rampa, ci sono anche due signore anziane. Una di loro si muove lentamente, il nipote la prende sottobraccio come a farle uno scudo personale. Il cuore palpita insieme a quello di migliaia di persone che cercano salvezza sotto la terra.

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«Quello che provo è orribile, sto male, un male profondo», di…

TEL AVIV – Le bombe in cielo non assomigliano alle anime in terra, non hanno paura. Quando arriva il messaggio di Saeed sono le otto e mezza di sera, scrive da Teheran. «Sono sfinito, arrabbiato, ho paura. Tu come stai? Stay safe a Tel Aviv». Pochi secondi e l’allarme sul telefonino dice che l’attesa è finita: la guerra è cominciata anche qui, nel cuore di Israele. Centinaia di missili balistici sparati dall’Iran volano su tutto il paese. «Restate nei rifugi fino a nuovo ordine», comanda l’esercito. Scendiamo in fretta le scale, una marcia razionale ma veloce con decine di persone che si ammucchiano sulla rampa, ci sono anche due signore anziane. Una di loro si muove lentamente, il nipote la prende sottobraccio come a farle uno scudo personale. Il cuore palpita insieme a quello di migliaia di persone che cercano salvezza sotto la terra.

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«Quello che provo è orribile, sto male, un male profondo», dice nonna Yael. «Dal 7 ottobre siamo entrati in un ciclo di guerra da cui non riusciamo più a uscire». Come stregati, intossicati. «Netanyahu resta al potere perché la guerra continua. Ora con l’Iran, potevamo, dovevamo evitarla. Dicono che durerà a lungo: come faremo?». Il nipote Ori la interrompe, prova a rasserenarla: “Nonna, siediti qui, sulle mie gambe”. Non ci sono posti per tutti nella stanza del bunker che sarà una ventina di metri quadri, un piccolo mondo che si prende per mano. I più giovani seduti a terra, le sedie vanno anziani. C’è un ragazzone che se ne sta parato davanti alla porta blindata, chiusa, ha origine africane, forse somale: calzoncini blu, t-shirt nera, sneakers e kalashnikov a tracolla. «La nostra guardia armata», dice una ragazza.

L’ acqua sul tavolo finisce in poco tempo, i dolci nessuno li mangia. Pochi secondi e si sente un primo boato, poi un altro e un altro ancora, la terra trema. Tel Aviv colpita al cuore. Ori dice qualcosa in ebraico. «Siamo abituati a questo, ma adesso è diverso, è tutto molto più grande, abbiamo paura, sì». Le bolle luminose della contraerea che battaglia in cielo con i missili di Teheran si alternano alle scie di fuoco delle esplosioni che bucano l’Iron Dome e colpiscono almeno due palazzi. Fa caldo nel bunker, manca l’aria. «È la tensione», dice Sahron ostentando una certa esperienza. Un siluro cade a cinque minuti dal rifugio, nella zona di Gush Dan, ci sono feriti colpiti da schegge, macerie tutto intorno. Si diffonde la voce che l’Iran abbia abbattuto un caccia israeliano e catturato la pilota, il governo smentisce.
(reuters)

La tv passa le immagini dei vigili del fuoco che corrono a Dan, nel centro di Israele: ci sono persone rimaste intrappolate in un edificio a più piani, è scoppiato un incendio dopo l’impatto di un missile. Arriva una seconda ondata di balistici. Un tonfo sordo, poi un altro. “Ohh” si sente, ed è l’unica voce nel silenzio. Saltano le connessioni, ancora esplosioni. Sarà così per giorni, Netanyahu è stato chiaro. Tel Aviv cammina per non sembrare uno zombie, stordita e preda di mille contraddizioni. Le strade si sono svuotate, gli uffici e le scuole resteranno chiusi, gli aeroporti sono stati sigillati, i treni sono fermi. Tanti hanno lasciato la città dal mattino, in auto, per tornare dalle famiglie che vivono nei paesini o nei kibbutz. Il risveglio aveva già il sapore della guerra.

«Cosa potevamo fare? Non abbiamo altra scelta. Gli iraniani stanno costruendo l’atomica e sappiamo che l’avrebbero usata contro di noi», dice Lavi, riservista, 26 anni. «Il mondo dirà che siamo noi i cattivi, ma solo noi possiamo difenderci, nessuno lo farà al nostro posto». Tala sta dall’altro lato della scala degli umori. È una donna sulla cinquantina, gestisce un b&b in centro. «Non siamo stati colti del tutto di sorpresa, sono anni che il governo parla di questo, ma non ne avevamo bisogno, non avevamo bisogno di un’altra guerra. Si guardi intorno: stiamo diventando robot, gente che cammina con lo sguardo fisso». Nonna Yael vuole dire ancora un’altra cosa. «Dicono che abbiamo l’esercito più morale al mondo. Non lo discuto. Ma a Gaza non è più una guerra, uccidiamo innocenti. Non so dove voglia arrivare Netanyahu, ma ho il terrore che così rischieremo di distruggere Israele».

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