Tel Aviv, le voci dalla città ferita: “Vivere così è folle ma non ce ne andremo mai”
dalla nostra inviata Gabriella ColarussoTEL AVIV – Sono arrivati dal quartiere vicino, gli ultrareligiosi. Una quindicina, vestiti di nero con i cappelli a cilindro, restano immobili e silenziosi dietro le transenne. Fissano la palazzina che c’era qui, e che adesso è un cratere. Il missile balistico iraniano che a tarda notte ha colpito Ramat Gan l’ha spianata, ne ha distrutte almeno altre cinque e a decine ha tolto finestre, balconi e travi. Trecento persone sono state evacuate, decine i feriti, dieci in ospedale. Qualcuno ha piazzato tre bandiere con la stella di Davide giusto sopra le macerie. «Di solito non scendo mai nei rifugi, ma ieri pomeriggio ho avuto una brutta sensazione, così quando è suonato l’allarme sono corsa giù», ricorda Rona, che vaga sperduta nell’aria appiccicosa. «C’è stata un’esplosione fortissima. Siamo rimasti intrappolati nello shelter». Lei se l’è cavata, non sa nemmeno come. «Il mio vicino di casa è ferito, è grave», piange. La moglie, Eti Cohen Angel, è morta, una delle prime tre vittime israel…
TEL AVIV – Sono arrivati dal quartiere vicino, gli ultrareligiosi. Una quindicina, vestiti di nero con i cappelli a cilindro, restano immobili e silenziosi dietro le transenne. Fissano la palazzina che c’era qui, e che adesso è un cratere. Il missile balistico iraniano che a tarda notte ha colpito Ramat Gan l’ha spianata, ne ha distrutte almeno altre cinque e a decine ha tolto finestre, balconi e travi. Trecento persone sono state evacuate, decine i feriti, dieci in ospedale. Qualcuno ha piazzato tre bandiere con la stella di Davide giusto sopra le macerie. «Di solito non scendo mai nei rifugi, ma ieri pomeriggio ho avuto una brutta sensazione, così quando è suonato l’allarme sono corsa giù», ricorda Rona, che vaga sperduta nell’aria appiccicosa. «C’è stata un’esplosione fortissima. Siamo rimasti intrappolati nello shelter». Lei se l’è cavata, non sa nemmeno come. «Il mio vicino di casa è ferito, è grave», piange. La moglie, Eti Cohen Angel, è morta, una delle prime tre vittime israeliane di questa nuova guerra.
Ramat Gan è una piccola Israele. È nata negli anni Venti come comunità agricola di poche anime, poi sono arrivati i centri commerciali, gli ufiici, le società tecnologiche. Dalla terra all’industria. Adesso è un ramo verso est della grande Tel Aviv, 20 minuti di macchina dal centro. L’ospedale Sheba, il più grande del Paese, è poco distante: l’hanno spostato tutto sottoterra.
Ariel indica casa sua: si vede tutto dall’esterno perché la facciata non c’è più. «Qui non c’è mai stata una cosa così, la safe room ci ha salvati ma le mie figlie sono terrorizzate. Hanno 16 e 12 anni, mentre eravamo nel bunker sotto i missili mi dicevano “papà andiamocene via da Israele. È folle vivere così”». Mentre parliamo, dai calcinacci spunta Adaia, avanza lenta e fiera, maglia rosa e bastone, i capelli grigi raccolti in uno chignon. Ha ascoltato la conversazione. «Da qui non me andrò mai, non ce ne andremo mai, lo sappiano gli iraniani», scandisce con orgoglio e con la memoria di molte guerre.
Le prime ondate di rappresaglia iraniana hanno scaricato su Israele circa 200 missili, la maggior parte intercettati, ma l’Iron Dome non è bastato. Un siluro si è piantato davanti al ministero della Difesa, in pieno centro, l’onda d’urto ha spaccato le facciate delle due torri che gli fanno ombra: 206 appartamenti, tutti evacuati. «È la prima volta che sento un botto così, mi sono buttato in un angolo, sono vivo per miracolo», ricorda Yoav, il portinaio. È nato in Marocco, cresciuto a Ginevra, e infine arrivato qui in patria, «la mia Israele. Dobbiamo proteggerla, dobbiamo proteggerci».
È la resistenza di tanti in queste ore, una radicata convinzione che fa premio sulla paura: «Non avevamo altra scelta», ripete Dana, che è corsa a vedere la sua Tel Aviv ferita. Perché di Gaza, della guerra e degli orrori, pro o contro Netanyahu, si può discutere. Ma dell’Iran no. Per la maggioranza degli israeliani è come essere arrivati a una resa dei conti già decisa con la storia. Bisogna resistere alla paura. «Sono venti anni che va avanti questa situazione, era quello che dovevamo fare. Se lasciassimo che si costruiscano l’atomica nessuno verrebbe a proteggerci». Mentre parliamo gli aerei israeliani sono tornati sui cieli di Teheran, di nuovo a bombardare. È l’inizio di un giorno che finirà con altri missili iraniani sul Tel Aviv. Attacco e contrattacco, e la fine non si vede.
All’ospedale Ichilov si preparavano da giorni. È nel centro della città, un nosocomio moderno e funzionale. Giovedì hanno cominciato a svuotare i piani sotterranei dalle auto, il giorno prima che Israele attaccasse l’Iran. Sapevano già? «Nessuno ci ha detto nulla, ma aveva capito che qualcosa poteva succedere», assicura una responsabile dei rapporti con i media. Dopo la prima allerta, nella notte di venerdì, hanno trasferito tutti i reparti, 600 pazienti, dispositivi medici essenziali e persino le unità di terapia intensiva sottoterra, nella struttura fortificata che si inabissa per tre piani. «È la prima volta che portiamo tutto giù», spiega Ruth Sasportas, la vicedirettrice delle operazioni. Ha le occhiaie, sembra stanca. Non lo nasconde: «Facciamo turni di 12 ore, si lavora H24».
I feriti delle torri davanti al ministero li hanno portati qui. La maggior parte “lievi”, ma nessuno di loro vuole parlare. Una ragazza di vent’anni l’hanno dovuta operare per delle ore, un intervento molto complicato: aveva ustioni gravi su tutto il volto. «Siamo preparati a situazioni di questo tipo, abbiamo un piano di emergenza per affrontare anche scenari più complessi». A sera, anche il gabinetto di sicurezza israeliano si riunisce in un bunker sotterraneo. Adesso c’è una Tel Aviv di guerra che vive sotto, di giorno si affaccia sopra per poi inabissarsi ancora.