Msf: “La guerra in Iran ha oscurato Gaza, ma qui non c’è cibo e non sanno più cos’è una doccia”
di Daniele Castellani Perelli“Che cosa è cambiato per Gaza con l’inizio della guerra tra Israele e Iran? A livello mediatico tutto, ma per chi vive qui niente, tutti continuano a rimanere senza cibo e senza futuro”. Angelo Rusconi, 54enne comasco, capo progetto di Medici senza frontiere nella Striscia, non nasconde la sua paura. Con l’apertura del fronte iraniano, spiega in videocollegamento da Gaza City, i palestinesi rischiano di essere ancora più dimenticati. E per questo oggi più che mai servirebbe che i governi europei agissero concretamente per fermare il massacro della Striscia, ha ricordato ieri in un appello Msf.
Quali sono le emergenze più grandi di Gaza in questo momento?
“I missili che continuano a uccidere nell’indifferenza e che anche ieri hanno fatto 68 morti. Un razzo è esploso dieci giorni fa a 70 metri dalla nostra clinica, dove ogni giorno si presentano 15 nuovi bambini con amputazioni permanenti. E poi ci sono le emergenze del cibo…!-->!-->
“Che cosa è cambiato per Gaza con l’inizio della guerra tra Israele e Iran? A livello mediatico tutto, ma per chi vive qui niente, tutti continuano a rimanere senza cibo e senza futuro”. Angelo Rusconi, 54enne comasco, capo progetto di Medici senza frontiere nella Striscia, non nasconde la sua paura. Con l’apertura del fronte iraniano, spiega in videocollegamento da Gaza City, i palestinesi rischiano di essere ancora più dimenticati. E per questo oggi più che mai servirebbe che i governi europei agissero concretamente per fermare il massacro della Striscia, ha ricordato ieri in un appello Msf.
Quali sono le emergenze più grandi di Gaza in questo momento?
“I missili che continuano a uccidere nell’indifferenza e che anche ieri hanno fatto 68 morti. Un razzo è esploso dieci giorni fa a 70 metri dalla nostra clinica, dove ogni giorno si presentano 15 nuovi bambini con amputazioni permanenti. E poi ci sono le emergenze del cibo e dei medicinali. Siamo alla 12esima settimana di frontiere chiuse. Se prima della guerra entravano 500-600 camion di aiuti al giorno, ora siamo tra i 20 e i 60. Ci sono migliaia di camion – e centinaia sono di Msf – che sono fermi da settimane alla frontiera, Israele non li fa entrare e il cibo rischia di rovinarsi. Un sistema bestiale, un crimine contro l’umanità. Israele usa la fame come arma di guerra”.
E così i prezzi schizzano alle stelle.
“Sono mostruosi. Un chilo di zucchero è passato da 1 a 57 dollari, la farina a 20 dollari. La carne non esiste più, qui si diventa vegani per forza. Di verdura ce ne è pochissima, perché si coltivava soprattutto nel nord, che oggi è inaccessibile – d’altronde nella Striscia si vive ormai solo nel 19% del territorio. Qui nel quartiere c’era una pizzeria ma ha dovuto chiudere. Ed è meglio non farsi venire voglia di Nutella, perché un vasetto costa 150 dollari”.
Anche la situazione sanitaria e igienica è tragica.
“Alle 9 di mattina i 500 posti della nostra clinica sono già tutti occupati. Proprio ieri sono andato a cercare di affittare un palazzo accanto, per poterla ingrandire. Arrivano bambini malnutriti, persone che non mangiano da tre o quattro giorni. E non c’è più acqua, che ci costa una follia ed è sempre più necessaria con l’inizio dell’estate. Per tre giorni c’è stato anche un blackout: l’Idf aveva tagliato dei cavi, non si sa perché”.
Poi c’è il dramma della distribuzione degli aiuti, che ancora ieri ha fatto 34 morti.
“La gestione dell’organizzazione americana Ghf è fallimentare. So di cosa parlo, avendo avuto esperienze a Haiti e in Liberia. Certi giorni si diffondono voci di distribuzioni e c’è gente che, come il marito di una collega, corre dall’altra parte della Striscia e si fa inutilmente otto ore di attesa. Vi stupite se alla fine c’è chi assalta i centri di distribuzione? Lei ha figli? Cosa farebbe se, dopo aver perso la casa, dopo esser stato costretto a cinque o sei evacuazioni da una città all’altra, da una tenda all’altra, non avesse più di che far mangiare i suoi bambini? Quello palestinese è un grande popolo, ostinato, con una grande forza interiore, che non si arrende a questo incubo. Qui per esempio per ogni cosa serve un’autorizzazione israeliana. Se devo andare in ospedale devo mandare un messaggio e spiegare a che ora vado e con chi. Devo avere un ok da Gerusalemme anche se faccio salire un operaio sul tetto per far montare un’antenna: devono sapere come si chiama e che cosa deve fare”.
È la sua prima volta nella Striscia?
“Sono qui da inizio maggio, ma c’ero stato già undici anni fa. Nel frattempo è cambiato tutto. Gaza City era una gran bella città, curata, con anche un buon tenore di vita. Qui nel quartiere residenziale di Rimal si sono salvati solo pochi edifici, gli altri sono stati o distrutti dai missili o bruciati con bombe incendiarie dall’esercito israeliano. Guardi (dice girando la telecamera del suo cellulare, ndr), dalla finestra del mio appartamento ora si vede il mare. Perché i palazzi che ostacolavano la visuale sono stati nei mesi rasi al suolo”.
Un episodio che, tra i tanti, l’ha segnata?
“La bambina in cura presso il nostro servizio mentale, che ha gli incubi perché ha visto suo padre esplodere colpito da un razzo. E quella madre che abitava in un appartamento di 180 metri quadri e che da 22 mesi vive con i quattro figli in una tenda. ‘Non so più che cosa è una doccia’, mi ha detto, raccontandomi che si lavano, raramente, grazie a una bacinella. ‘E c’è mio figlio che ha 12 anni e vorrebbe andare in giro in bicicletta, con gli amici, come ogni 12 enne, non può stare sempre dentro a una tenda’, ha aggiunto, ‘e però io non voglio che esca, ho paura’. Ha ragione, perché ogni luogo a Gaza è pericoloso, ovunque puoi essere colpito da un missile. Ma ho pensato a mio figlio, che ha la stessa età e impenna in bici all’oratorio. Quando sono partito dall’Italia gli è scappata una lacrima. ‘Lo so che devi partire. Vai a Gaza?’, mi ha chiesto. Gli ho risposto di sì, che a questo giro toccava a me. Lo faccio anche per lui, abbiamo il dovere di provare a riconsegnare ai nostri figli un mondo migliore di come l’abbiamo preso. E un giorno ci chiederanno come abbiamo potuto permettere che tutto questo accadesse”.