✕

Noy: “Il mio cuore diviso a metà tra Iran e Israele in una società basata sulla forza”

Ascolta l'audio

Intervista alla giornalista israeliana, attivista di B’Tselem, nata in Iran. “I miei concittadini non hanno capito che non siamo imbattibili, e che il regime non è la sua nazione o il suo popolo”
2 minuti di lettura

GERUSALEMME – Quando dice «noi» Orly Noy parla di due mondi oggi in guerra fra loro. La sua prima appartenenza, il primo «noi», è l’Iran: il Paese dove è nata e che ha lasciato a nove anni con la famiglia dopo la caduta dello Scià, quello nella cui lingua pensa e la cui cultura studia e diffonde. Il secondo «noi» è Israele, dove è cresciuta, di cui è cittadina, nella cui lingua scrive e lavora tutti i giorni. È uno sguardo raro il suo, nutrito dalla profonda conoscenza dei due Paesi ma anche dalle scelte che ha fatto: esperta di poesia farsi, Noy è la presidentessa del consiglio direttivo di B’Tselem, che da anni si occupa di monitorare e denunciare i crimini commessi dai militari nei Territori occupati e a Gaza. Nonché una delle menti di Local Call/972 Magazine, testate gemelle che meglio di tutte raccontano il punto di vista dei palestinesi e degli israeliani che si battono per una soluzione pacifica del conflitto.

Signora Noy, nei giorni scorsi lei ha scritto un pezzo che ha c…

GERUSALEMME – Quando dice «noi» Orly Noy parla di due mondi oggi in guerra fra loro. La sua prima appartenenza, il primo «noi», è l’Iran: il Paese dove è nata e che ha lasciato a nove anni con la famiglia dopo la caduta dello Scià, quello nella cui lingua pensa e la cui cultura studia e diffonde. Il secondo «noi» è Israele, dove è cresciuta, di cui è cittadina, nella cui lingua scrive e lavora tutti i giorni. È uno sguardo raro il suo, nutrito dalla profonda conoscenza dei due Paesi ma anche dalle scelte che ha fatto: esperta di poesia farsi, Noy è la presidentessa del consiglio direttivo di B’Tselem, che da anni si occupa di monitorare e denunciare i crimini commessi dai militari nei Territori occupati e a Gaza. Nonché una delle menti di Local Call/972 Magazine, testate gemelle che meglio di tutte raccontano il punto di vista dei palestinesi e degli israeliani che si battono per una soluzione pacifica del conflitto.

Signora Noy, nei giorni scorsi lei ha scritto un pezzo che ha creato molte reazioni qui, per spiegare cosa Israele non ha capito di se stesso e dell’Iran. Vuole spiegarcelo?

«La prima cosa che Israele non ha capito è che ci sono limiti al suo potere. Per anni abbiamo pensato che potevamo colpire in Siria, in Yemen, in Iran senza conseguenze. L’unico momento di dubbio è stato dopo il 7 ottobre. Ma poi la campagna di Gaza ha fatto tornare l’idea dell’imbattibilità. È un’idea falsa: lo vediamo ora che i missili arrivano sulle nostre città».

E dell’Iran, cosa non ha capito?

«Molte cose. La principale è la differenza che c’è fra il regime e la nazione: i regimi vanno e vengono ma la nazione resta. Israele pensa di distruggere la nazione iraniana ma non lo può fare: l’Iran è parte di questa regione. In Iran oggi non c’è nessuno che tifa per Netanyahu, anche quelli che si oppongono al regime provano orrore di fronte a quello che accade: prima di essere oppositori sono iraniani».

La società israeliana è in grande maggioranza secondo i sondaggi favorevole a questo attacco: lei è una voce importante nel fronte che, per semplificare, chiamerò del pacifismo. Perché la gente non protesta contro questo stato permanente di guerra?

«Nel primo anno di guerra a Gaza le autorità hanno reso impossibile protestare: hanno arrestato chiunque ci provasse. Per quanto riguarda l’oggi, non credo sia un caso che l’attacco all’Iran sia partito quando le proteste contro la guerra a Gaza si sono fatte più forti. Ma bisogna ammettere anche che quei settori che tradizionalmente voi in Europa vedete come associati al pacifismo qui sono profondamente vicini alla mentalità militare: basta pensare che il capo del partito di sinistra, i Democratici (Yair Golan, ndr) è un ex generale e ha celebrato l’attacco».

Quindi non assisteremo a proteste per fermare quest’offensiva?

«Non subito. Tradizionalmente, al fronte della pace serve tempo per reagire, serve una riflessione. Io spero che arrivi presto. Un popolo che basa la sua esistenza sulla forza militare non è destinato a finire bene. Dopo gli ultimi due anni avremmo dovuto capirlo. Se non ci sbrighiamo a farlo saremo sconfitti: non dall’Iran o dai palestinesi, ma dalla violenza cieca che si è impossessata della nostra nazione».

Leggi i commenti