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Israele, colpito l’ospedale: il Paese ora ha paura per le falle di Iron Dome

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Il Soroka di Beersheva era stato evacuato e nessuno è morto ma il successo del raid smentisce i toni trionfalistici del premier Netanyahu
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BEERSHEVA (Sud di Israele) – Sul tetto dell’edificio più vecchio dell’ospedale Soroka, nel cuore di Beersheva, c’è un buco nero. È il segno dell’impatto lasciato ieri mattina dal missile iraniano che l’ha colpito: nessuna vittima, una settantina i feriti, tutti in maniera lieve. Pochi giorni fa la struttura, come tutti gli ospedali di Israele, era stata evacuata e i pazienti trasferiti in locali sotterranei, come prevedono le direttive entrate in vigore dopo l’inizio dell’attacco contro l’Iran. Il danno è stato tutto sommato limitato: ma quel buco nero è la metafora perfetta della situazione in cui si trova oggi Israele.

L’attacco partito ieri mattina dall’Iran – 25 i missili lanciati, la maggior parte intercettati, danni a Tel Aviv, Ramat Gan, Holan e Haifa circa 200 i feriti, tutti lievi – ha scosso le certezze dello Stato ebraico, assestando un colpo non solo al sistema di difesa ma anche ai toni trionfalistici con cui, da giorni, anche i commentatori solitamente più critici n…

BEERSHEVA (Sud di Israele) – Sul tetto dell’edificio più vecchio dell’ospedale Soroka, nel cuore di Beersheva, c’è un buco nero. È il segno dell’impatto lasciato ieri mattina dal missile iraniano che l’ha colpito: nessuna vittima, una settantina i feriti, tutti in maniera lieve. Pochi giorni fa la struttura, come tutti gli ospedali di Israele, era stata evacuata e i pazienti trasferiti in locali sotterranei, come prevedono le direttive entrate in vigore dopo l’inizio dell’attacco contro l’Iran. Il danno è stato tutto sommato limitato: ma quel buco nero è la metafora perfetta della situazione in cui si trova oggi Israele.

L’attacco partito ieri mattina dall’Iran – 25 i missili lanciati, la maggior parte intercettati, danni a Tel Aviv, Ramat Gan, Holan e Haifa circa 200 i feriti, tutti lievi – ha scosso le certezze dello Stato ebraico, assestando un colpo non solo al sistema di difesa ma anche ai toni trionfalistici con cui, da giorni, anche i commentatori solitamente più critici nei confronti di Benjamin Netayahu salutano la scelta del primo ministro di attaccare l’Iran. L’idea era che – sulla scia dei colpi ad Hamas a Gaza, a Hezbollah in Libano, al regime degli Assad in Siria – lo stesso potesse accadere con l’Iran: attaccare, fare danni devastanti – ieri nel mirino sono finiti il reattore di Arak e il sito nucleare di Natanz – e pagare un prezzo relativamente basso.

Dopo la giornata di ieri, questa certezza non c’è più: non solo perché l’obiettivo è chiaramente civile e dunque nessuno in Israele è autorizzato a sentirsi al sicuro, ma anche perché ad essere colpita è stata una zona del Paese – il deserto del Negev – finora considerata relativamente tranquilla. Beersheva è la capitale del Sud di Israele, dista poco più di mezz’ora di auto dai kibbutz devastatati da Hamas il 7 ottobre 2023 e da Gaza: è distante dal centro del Paese che in questi giorni è stato ripetutamente preso di mira. Non solo: l’ospedale Soroka negli ultimi venti mesi è diventato un punto di riferimento importante tanto per il Sud quanto per tutto Israele: qui sono stati curati i feriti più urgenti del 7 ottobre, qui sono stati trasportati gli ostaggi rilasciati nelle condizioni peggiori.

Benjamin Netanyahu ha giocato su tutto questo nella sua visita alla struttura ieri pomeriggio, sottolineando ancora una volta la necessità di fermare a ogni costo quello che ha più volte definito un «regime criminale»: ennesimo, neanche tanto velato, invito agli Stati Uniti affinché si uniscano a Israele per assestare il colpo finale al programma nucleare iraniano. Più diretto il suo ministro della Difesa, Israel Katz: «Un dittatore come Khamenei non può continuare a esistere», ha detto dopo l’attacco. In attesa delle scelte dell’America, oggi in Svizzera una delegazione iraniana incontrerà i rappresentanti di Gran Bretagna, Francia e Germania per discutere della crisi.

Qui in Israele i sondaggi continuano a raccontare di un Paese che, nonostante sia in profondissimo disaccordo con il suo primo ministro sulla gestione della guerra a Gaza, è in grande maggioranza (più del 70 per cento) favorevole all’azione contro l’Iran. Ed è disposto per questo a mettere ciò che accade nella Striscia in secondo piano: pochi (ed è inusuale) riferimenti agli ostaggi su stampa e tv, nessuno (ed è purtroppo normale) ai 69 palestinesi uccisi nelle ultime 24 ore secondo i dati del ministero della Salute di Gaza. «Netanyahu è riuscito a distogliere la nostra attenzione dai fallimenti del 7 ottobre, dai 53 ostaggi che restano a Gaza, dalla guerra che continua e dai soldati che muoiono, dalle centinaia e dalle migliaia di abitanti di Gaza uccisi ogni settimana e dalla fame di cui soffrono in milioni e dalla morte e distruzione che Israele sta provocando», lamentava ieri Gershon Baskin, attivista per la pace e mediatore che nella prima fase post 7 ottobre ha lavorato direttamente ai negoziati con Hamas.

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