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Il diplomatico iraniano cresciuto nei pasdaran. Araghchi, l’uomo che parla agli americani

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Il ministro degli Esteri di Teheran era stato al centro dei negoziati con Obama. E di quelli con europei e russi dopo il dietrofront Usa
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Nell’organigramma del regime, il 61 enne Abbas Araghchi si è ritagliato un ruolo che va oltre l’incarico di ministro degli Esteri, assegnatogli un anno fa dal presidente Pezeshkian: Araghchi è «quello che parla con gli americani». È deputato a interloquire con il Grande Satana: ora con Steve Witkoff, l’inviato di Trump che sta cercando un accordo last minute, dieci anni fa con i delegati di Obama.

Al tempo del negoziato sul nucleare (il Jcpoa) è Araghchi che tiene i contatti con gli Usa. E quando Trump decide di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo, nel 2018, il regime assegna ad Araghchi la missione impossibile di salvare il salvabile con le altre potenze firmatarie, tra cui Francia, Germania e Russia. L’iraniano che parla con gli americani tenta di riesumare il Jcpoa quando alla Casa Bianca arriva Biden, fino a quando l’ayatollah Khamenei definisce «impraticabile» la trattativa. E la parola della Guida Suprema è legge.

Abbas Araghchi è un falco nei panni della colomba. Il suo …

Nell’organigramma del regime, il 61 enne Abbas Araghchi si è ritagliato un ruolo che va oltre l’incarico di ministro degli Esteri, assegnatogli un anno fa dal presidente Pezeshkian: Araghchi è «quello che parla con gli americani». È deputato a interloquire con il Grande Satana: ora con Steve Witkoff, l’inviato di Trump che sta cercando un accordo last minute, dieci anni fa con i delegati di Obama.

Al tempo del negoziato sul nucleare (il Jcpoa) è Araghchi che tiene i contatti con gli Usa. E quando Trump decide di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo, nel 2018, il regime assegna ad Araghchi la missione impossibile di salvare il salvabile con le altre potenze firmatarie, tra cui Francia, Germania e Russia. L’iraniano che parla con gli americani tenta di riesumare il Jcpoa quando alla Casa Bianca arriva Biden, fino a quando l’ayatollah Khamenei definisce «impraticabile» la trattativa. E la parola della Guida Suprema è legge.

Abbas Araghchi è un falco nei panni della colomba. Il suo impegno diplomatico di lungo corso (entra nel ministero degli Esteri iraniano nel 1988 come incaricato d’affari nell’Organizzazione della conferenza islamica, dove tornerà da ministro questo fine settimana, è ambasciatore in Finlandia dal 1999 al 2003 e in Giappone dal 2008 al 2011) gli conferisce l’aura del sensale ai tavoli internazionali, dove si presenta convinto sostenitore del programma nucleare iraniano e dell’arricchimento dell’uranio per scopi pacifici. Una postura che ha mantenuto ancora ieri a Ginevra, dove ben presto si è diffusa la storia, rivelata dal suo consigliere Mohammad Hossein Ranjbaran, che Israele nei giorni scorsi avrebbe tentato di ucciderlo.

Tra il 2013 e il 2015, grazie al presidente Ahmadinejad e a uno spregiudicato doppio gioco che gli consente di far fuori l’allora capo del team di negoziatori iraniani Saeed Jalili, si prende la leadership della delegazione diplomatica che discute del programma nucleare. In realtà, come lui stesso rivendica in pubblico, conserva nel cassetto la divisa di Guardia della rivoluzione. Araghchi nello spirito rimane un pasdaran, con la giacca e la camicia inamidata ma sempre pasdaran, come negli anni Ottanta quando divenne organico durante la guerra con l’Iraq.

Esordisce sulla scena internazionale nel 2006: a Monaco di Baviera è in programma la 42 esima Conferenza sui problemi della difesa e della sicurezza, sullo sfondo della disputa nucleare con l’Iran e delle proteste dei musulmani contro le caricature di Maometto apparse sulla stampa europea. Le sue parole in sostegno del programma atomico iraniano innervosiscono la cancelliera Angela Merkel che, replicando alle affermazioni di Araghchi secondo cui l’Iran non poteva arrestare qualcosa approvato dal Parlamento, lo fredda dal palco: «Sì, ma la legge si può cambiare».

Dal negoziato sul nucleare Araghchi non esce bene, e non solo per l’esito fallimentare causato dalla mossa di Trump: in patria viene duramente criticato per aver voluto includere, nel Jcpoa, la rimozione delle sanzioni agli esportatori di tappeti iraniani. Tra i quali figurano anche i suoi fratelli.

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