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Teheran, “noi ostaggi del regime e terrorizzati dalle bombe, ma speriamo ci possano liberare”

(agf)

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La testimonianza: “La capitale è deserta, in mano agli agenti: ci guardano come se tutto questo fosse colpa nostra. Vorremmo sparissero”
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A Teheran dieci giorni fa la vita scorreva normale: nel traffico intenso, immersi nel caos cittadino, alcuni si dirigevano al lavoro, altri, come ogni giovedì — vigilia del giorno di riposo in Iran — preparavano ritrovi familiari o una festa tra giovani. Nessuno immaginava che, in meno di 24 ore le nostre vite sarebbero state sconvolte da uno shock senza precedenti.

Verso le 3.30 di venerdì notte una telefonata mi ha svegliato con la notizia dell’attacco. Assonnato, ho acceso la tv per capire cosa stesse succedendo. Uno strano miscuglio di stress e ansia mi stringeva il cuore. Sapevo che Israele aveva lanciato l’attacco e che i bersagli erano legati alla Repubblica Islamica, ma ero sconvolto dalla paura. Le immagini degli orrori della guerra scorrevano davanti ai miei occhi. Poi il canale delle notizie ha confermato: «Si segnalano esplosioni a Teheran».

Era certo: era scoppiata la guerra. Non avevo più sonno. Cercavo informazioni su internet, Twitter, ovunque. Cominciavano ad arr…

A Teheran dieci giorni fa la vita scorreva normale: nel traffico intenso, immersi nel caos cittadino, alcuni si dirigevano al lavoro, altri, come ogni giovedì — vigilia del giorno di riposo in Iran — preparavano ritrovi familiari o una festa tra giovani. Nessuno immaginava che, in meno di 24 ore le nostre vite sarebbero state sconvolte da uno shock senza precedenti.

Verso le 3.30 di venerdì notte una telefonata mi ha svegliato con la notizia dell’attacco. Assonnato, ho acceso la tv per capire cosa stesse succedendo. Uno strano miscuglio di stress e ansia mi stringeva il cuore. Sapevo che Israele aveva lanciato l’attacco e che i bersagli erano legati alla Repubblica Islamica, ma ero sconvolto dalla paura. Le immagini degli orrori della guerra scorrevano davanti ai miei occhi. Poi il canale delle notizie ha confermato: «Si segnalano esplosioni a Teheran».

Era certo: era scoppiata la guerra. Non avevo più sonno. Cercavo informazioni su internet, Twitter, ovunque. Cominciavano ad arrivare rapporti sull’uccisione di uno dei più alti dirigenti iraniani. Sapere che li prendevano di mira dava una certa soddisfazione; molti di loro hanno oppresso il popolo. Eppure, la paura della guerra oscurava questa sensazione.

A mezzogiorno di venerdì ero esausto. Da fuori, sentivo le esplosioni. Ho chiamato gli amici: alcuni piangevano la distruzione della loro terra, altri gioivano per la morte di funzionari del regime. L’atmosfera era carica di sentimenti contrastanti. Nei giorni e nelle notti seguenti, sono stato assorbito dalle notizie e dal rumore incessante della contraerea. Si era diffusa la voce che si doveva lasciare Teheran. L’intensità degli attacchi israeliani e i rumori delle difese aeree erano sempre più forti. La gente correva alle stazioni di servizio, formando code per il carburante, o si affollava nei panifici. Cominciavano a scarseggiare anche i beni di prima necessità. In ogni angolo si scatenavano accesi dibattiti sulla giustezza o meno dell’attacco di Israele.

Gli amici con cui parlavo erano alle prese con la stessa domanda: questa attacco è giustificato? Da un lato, erano favorevoli alla caduta della Repubblica Islamica; dall’altro, temevano i bombardamenti e la morte dei civili. Al terzo giorno è iniziato l’esodo di massa da Teheran verso le città del nord. Le strade erano congestionate. Sono quadruplicate le tariffe dei taxi. Alcuni hanno affrontato viaggi di 26 ore su rotte che normalmente ne richiedono 3 o 4. La maggior parte degli anziani è rimasta nelle proprie case, mentre i genitori in ansia imploravano i figli studenti o lavoratori di scappare. La capitale si è svuotata. La città, un tempo vibrante, si è trasformata in un luogo dominato da forze di sicurezza in abiti civili, motociclisti armati, posti di blocco. L’atmosfera è diventata opprimente e minacciosa. Di notte girano solo agenti armati. Il loro sguardo pesante ispira un senso di colpa e insicurezza, come se noi fossimo responsabili dell’attacco alla Repubblica Islamica, come se fossimo noi i colpevoli.

I negozi hanno chiuso, sono rimasti aperti solo pochi supermercati e rosticcerie. A giornalisti e fotografi è stato impedito di lavorare in città. Qualsiasi tentativo di scattare fotografie o di riferire notizie comporta il rischio di essere arrestati con l’accusa di spionaggio. La connessione internet è stata interrotta, impedendo le comunicazioni con i parenti all’estero.

All’ottavo giorno gli attacchi sono proseguiti senza sosta. Molti erano già in difficoltà finanziaria, ora la crisi si aggrava. Alcune banche sono state hackerate, lasciando impiegati pubblici e militari senza contante. Gli sportelli erogano somme esigue, appena sufficienti per poche scatolette di cibo. La leadership e i dirigenti iraniani parlano solo nel proprio interesse, affermando di agire per il bene del popolo, ma la maggioranza degli iraniani non ripone fiducia in loro.

Nonostante anni di oppressione sotto il regime, il popolo iraniano non è disposto a perdere la propria terra, né a dividersi. Gli iraniani non lo meritano. Non esiste una visione chiara di un domani migliore, ma la speranza e la solidarietà rimangono. Spero che la Repubblica Islamica, con tutto il suo apparato religioso e ideologico, crolli e scompaia, e che il nostro popolo possa raggiungere grandi traguardi. Ce lo meritiamo.

Traduzione di Luis E. Moriones

*L’autore scrive dietro pseudonimo per motivi di sicurezza

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