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Corna, ripicche e cappellino rosso Maga: la war room del trumpismo

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Nella sala della Casa Bianca dove i presidenti, da McKinley a Kennedy, seguono le crisi, evapora l’isolazionismo di Donald
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WASHINGTON – A inventare la Situation Room fu il presidente William McKinley, nel 1898, per seguire la guerra con la Spagna, dotandola della stupefacente tecnologia del tempo: il telegrafo. Si chiamava allora War Room, stanza della guerra. Toccò al presidente Kennedy battezzarla Situation Room quando, scottato dal fallimento dell’invasione a Cuba alla Baia dei Porci, volle una base operativa che tenesse la Casa Bianca informata 24 ore al giorno. Protetto dallo spionaggio sovietico con insonorizzazione e pannelli di legno che rivelavano monitor tv, il salone vide le prime foto, in bianco e nero, di un disastro americano con il presidente Johnson, il consigliere per la sicurezza Rostow, il portavoce Christian e il generale Ginsberg a spostare pedine sul tavolo, 15 febbraio 1968, persuasi di vincere in Vietnam la battaglia di Khe Sanh.

WASHINGTON – A inventare la Situation Room fu il presidente William McKinley, nel 1898, per seguire la guerra con la Spagna, dotandola della stupefacente tecnologia del tempo: il telegrafo. Si chiamava allora War Room, stanza della guerra. Toccò al presidente Kennedy battezzarla Situation Room quando, scottato dal fallimento dell’invasione a Cuba alla Baia dei Porci, volle una base operativa che tenesse la Casa Bianca informata 24 ore al giorno. Protetto dallo spionaggio sovietico con insonorizzazione e pannelli di legno che rivelavano monitor tv, il salone vide le prime foto, in bianco e nero, di un disastro americano con il presidente Johnson, il consigliere per la sicurezza Rostow, il portavoce Christian e il generale Ginsberg a spostare pedine sul tavolo, 15 febbraio 1968, persuasi di vincere in Vietnam la battaglia di Khe Sanh.

Le foto della Situation Room oggi, con il presidente Donald Trump in cappellino Maga, il vice J.D. Vance sfumato in primo piano per effetto scenico, il generale Caine che gesticola animato facendo un gesto simile alle corna, che in America non si fa per scaramanzia ma per incitamento (o magari l’ha appreso da un collega italiano), l’onnipresente capa di gabinetto Susie Wiles, la Direttrice dell’Intelligence Tulsi Gabbard ridotta a fantasma - non immortalata, sempre che fosse in sala, sul punto c’è un vero giallo, per punizione dopo aver contraddetto la Casa Bianca sulle imminenti atomiche degli ayatollah - entrano nell’album di famiglia a stelle e strisce, come le immagini di George W. Bush alla vigilia dell’invasione in Iraq, 2003, i primi piani ansiosi di Barack Obama e del suo staff in attesa di vedere giustiziato in diretta Osama bin Laden, terrorista di al Qaeda, 2011, e lo stesso Trump che vigila sulla fine del capo Isis Abu Bakr al-Baghdadi, 2019.

Quante strategie perdute, sogni infranti e giovani caduti, quanti pamphlet di editorialisti certi della propria sapienza, generali dal piano infallibile umiliati, dottrine geopolitiche farlocche distillate in think tank illustri separano le istantanee di Johnson da Trump che sorveglia il blitz dei B-2 su Fordow, Natanz e Isfahan, con le bombe bunker buster da 30.000 libbre? La struggente malinconia che si prova a rivedere la sconfitta americana dei Best and Brightest - i migliori cervelli della loro generazione, come li definì lo scrittore David Halberstam nel 1972 - toccherà di nuovo i ragazzi americani?

Le foto che Trump volle diffondere del raid contro al-Baghdadi sono icona della sua prima esperienza a Washington. Posa classica, il vicepresidente Mike Pence, poi considerato un traditore per aver confermato la vittoria di Biden durante il sacco di Capitol Hill, capelli bianchi, corrucciato, il generale Milley, pentito troppo tardi dei troppi sì pusillanimi alla politica, tutti maschi in divisa militare o cravatta regimental e al centro, sguardo sotto il sigillo con l’aquila, Donald Trump. Era ancora intimidito dall’establishment, persuaso che circondarsi di alti ufficiali e manager, come il segretario di Stato Tillerson, ex Exxon, colmasse la sua inesperienza. Il Trump 2025, che rompe con le promesse di ritirare la nazione dall’infinita guerra aperta dall’11 settembre, è diverso. Si fa riprendere con il copricapo dei comizi, Make America Great Again, lascia la ribalta al generale Dan Caine, l’ex pilota che pattugliava con il caccia la capitale dopo l’attentato al Pentagono, detto Razin, attaccabrighe, capace di confessargli entusiasta: «Io la amo signor presidente. Io penso lei sia un grande. Io voglio uccidere per lei, Sir». I documenti segreti squadernati nello studio di oltre 400 metri quadrati, rinnovato con tecnologia segreta nel 2023, 50 milioni di investimento, staff scelto di 130 funzionari, stavolta, sono cancellati dai pixel, non come nella chat pubblicata per errore del ministro della Difesa Hegseth, relegato quindi sullo sfondo. I due falchi, il ministro degli Esteri Rubio e il capo della Cia Ratcliffe, sono compunti, in cuore la soddisfazione per aver battuto la base populista del trumpismo, con il giornalista Tucker Carlson infuriato per il ritorno della guerra. Dietro di loro, pur assente dalla Situation Room, il senatore Graham, paladino dell’alleanza con Israele e il premier Netanyahu.

Barack Obama aveva scelto una messa in scena opposta, la notte di Osama, lui in giubbotto a chiodo, il vice Biden in camicia, il volto non segnato dalla malattia, immobile (era contrario all’attacco), Hillary Clinton angosciata, mano sulla bocca, il ministro della Difesa Gates imperscrutabile. Un presidente amletico e cerebrale, incapace di intervenire dalla Siria alla Crimea, sospeso davanti alla missione, contro un presidente irruento e imprevedibile, che fallite la campagna sui dazi e le mediazioni su Ucraina e Gaza, abbandona la linea isolazionista e riporta il paese in una guerra dall’esito misterioso. Se Johnson avesse vinto in Vietnam, se caduti Osama e al-Baghdadi Iraq e Afghanistan fossero diventate fedeli colonie yankee, che diremmo di quei volti e quelle stanze segrete? Donald Trump spera che il suo viso, le mani di Caine, il profilo di Vance, un giorno, sembrino scolpiti nella roccia, come le statue gloriose di Lincoln e Washington sul Mount Rushmore. Ma, commenta amaro il generale James Mattis: «Le guerre non finiscono finché il nemico non dice “basta”. Noi possiamo dichiararci vincitori, ma, nella realtà, anche il nemico conta».

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