✕

Stretto di Hormuz, l’Iran: “Vogliamo vendetta”. Blocco delle navi o raid sulle basi americane

Ascolta l'audio

L’ira del ministro degli Esteri Araghchi: “Bombardata la diplomazia”. Washington avverte: “Lo stop al traffico nello Stretto è un suicidio”
2 minuti di lettura

Il primo a reagire, al mattino, agli attacchi americani contro l’Iran è il ministro degli Esteri Abbas Araghchi: eventi «scandalosi che avranno conseguenze eterne» per il «comportamento estremamente pericoloso, anarchico e criminale degli Stati Uniti», dice, che hanno «bombardato la diplomazia. L’Iran si riserva tutte le opzioni per difendere la sua sovranità, i suoi interessi e il suo popolo».

Oggi a Mosca Araghchi vedrà il presidente russo Vladimir Putin: vuole capire quanto è concreato il sostegno dell’alleato a cui per due anni Teheran ha fornito droni per la guerra in Ucraina, affosando il dialogo con gli europei. Ma la Repubblica islamica non ha ancora deciso come reagire. Il Parlamento iraniano, dominato dagli ultraconservatori, chiede di chiudere lo Stretto di Hormuz, dove passa un quarto del traffico globale di petrolio e circa un terzo di quello di gas naturale. L’assemblea tuttavia non ha poteri decisionali sulla guerra. «Sarebbe un suicidio», replica il vicepresidente…

Il primo a reagire, al mattino, agli attacchi americani contro l’Iran è il ministro degli Esteri Abbas Araghchi: eventi «scandalosi che avranno conseguenze eterne» per il «comportamento estremamente pericoloso, anarchico e criminale degli Stati Uniti», dice, che hanno «bombardato la diplomazia. L’Iran si riserva tutte le opzioni per difendere la sua sovranità, i suoi interessi e il suo popolo».

Oggi a Mosca Araghchi vedrà il presidente russo Vladimir Putin: vuole capire quanto è concreato il sostegno dell’alleato a cui per due anni Teheran ha fornito droni per la guerra in Ucraina, affosando il dialogo con gli europei. Ma la Repubblica islamica non ha ancora deciso come reagire. Il Parlamento iraniano, dominato dagli ultraconservatori, chiede di chiudere lo Stretto di Hormuz, dove passa un quarto del traffico globale di petrolio e circa un terzo di quello di gas naturale. L’assemblea tuttavia non ha poteri decisionali sulla guerra. «Sarebbe un suicidio», replica il vicepresidente Usa JD Vance, perché da quel corridoio passa anche il petrolio che l’Iran ha bisogno di commerciare, ora più che mai.

Ali Akbar Velayati, consigliere di lunga data di Khamenei, avverte che le basi utilizzate dalle forze statunitensi per lanciare attacchi contro i siti nucleari iraniani saranno considerate «obiettivi legittimi», ma una risposta militare contro soldati o strutture militari americane nella regione potrebbe avere conseguenze ancora più gravi per la Repubblica islamica. Il segretario di stato americano Rubio è stato chiaro: «Risponderemo a ogni attacco», aggiungendo che l’offerta di negoziare «è ancora valida», che l’America è pronta a consentire all’Iran il nucleare civile ma senza l’arricchimento dell’uranio sul proprio territorio. «L’operazione non mirava al cambio di regime, Trump vuole la pace e l’Iran dovrebbe seguirlo», gli fa eco il capo del Pentagono, Peter Hegseth.

Teheran non si fida. Ieri a piazza Enghelab, nel cuore della capitale, una protesta contro i raid americani alla quale ha partecipato anche il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha chiesto “vendetta”. Ma diversi analisti ritengono che, seppur pesantemente colpito, il sistema possa propendere per una risposta limitata, più simbolica che effettiva, e nel frattempo negoziare sulla base del fatto che il programma nucleare è stato danneggiato ma non distrutto del tutto. A sera il portavoce della Commissione per la sicurezza nazionale e la politica estera del parlamento iraniano conferma che ora il ritiro dell’Iran dal Trattato di non proliferazione è «in agenda», così come la fine della cooperazione con l’Aiea, e queste sono materie su cui l’aula ha poteri decisionali. Non è detto che ci si arriverà.

Secondo l’analista Hamidreza Azizi, «Teheran invece di annunciare apertamente il ritiro dal Trattato potrebbe dire che, a causa delle condizioni di guerra, non sa che fine abbia fatto parte dell’uranio, e decidere di abbandonare il Tnp in un secondo momento». A quel punto, «non avrebbe bisogno di testare una bomba. La sola incertezza potrebbe bastare a scoraggiare futuri attacchi».

Leggi i commenti