GERUSALEMME – I vetri della casa di Greg Caspir, 65 anni, sono saltati ieri mattina intorno alle 7 per l’impatto del missile che ha colpito Ramat Aviv, elegante quartiere nella zona nord-occidentale di Tel Aviv. Ma, seduto su una panchina in attesa che vengano riparati, non mostra nessun dubbio: «È tempo di farla finita con l’Iran: se questo è il prezzo che dobbiamo pagare, siamo pronti a pagarlo cento volte». La pensano così anche quelli le cui case sono messe molto peggio delle sue: due interi palazzi, almeno 200 appartamenti, sono stati ridotti in macerie dall’impatto del missile. Sono rimaste in piedi solo le safe room, le stanze a prova di esplosione che la maggior parte delle costruzioni hanno qui in Israele: seguendo le istruzioni che da giorni l’Idf ripete, gli abitanti si erano rifugiati al loro interno. E questo spiega perché i feriti siano appena una ventina. «Siamo sotto shock, ma ricostruiremo. Questo è un Paese forte e i nostri nemici se ne accorgeranno», ci dice una signora in lacrime accanto all’ingresso del suo palazzo, pericolante.
La mattina dopo l’attacco che potrebbe destabilizzare il Medio Oriente e il mondo, questo sobborgo di Tel Aviv è lo specchio perfetto di quello che i sondaggi raccontano di Israele: scioccato perché i sistemi di difesa non sono impenetrabili, ma non per questo disposto a fermarsi. Anzi, determinato ad andare avanti dietro al suo primo ministro: «L’Iran è un bullo e capisce solo la legge del più forte. Netanyahu gli sta dimostrando chi è il più forte: e per questo è l’unico che può guidare il Paese oggi», dice ancora il signor Caspir, che pure negli anni passati aveva dato il suo voto ad altri.
Gli edifici distrutti a Ramat Aviv non sono l’unico obiettivo colpito ieri mattina: altri missili sono atterrati a Haifa e Ness Ziona, un diverso sobborgo di Tel Aviv, a dimostrazione ancora una volta che l’Iron dome non è in grado di fermare completamente gli attacchi. Le informazioni disponibili sulle aree colpite sono poche perché così prevedono le direttive della censura militare: ma pare chiaro che gli obiettivi non siano stati scelti a caso. Haifa è puntellata di installazioni militari per sorvegliare il vicino Libano. A pochissima distanza dai palazzi di Ramat Aviv colpiti ci sono gli uffici dei portavoce dell’Idf. Il terzo missile è caduto nei pressi di un centro in cui vengono condotte ricerche a scopo militare.
Per limitare le conseguenze degli attacchi, Israele è in emergenza massima: proibiti i raduni, chiuse le scuole, vietati gli spostamenti non essenziali. Ieri mattina anche lo spazio aereo, che era stato riaperto solo per consentire ai voli speciali di riportare in patria i cittadini rimasti bloccati all’estero, è stato chiuso di nuovo. Riaprirà oggi in maniera assai limitata, per lo più inaccessibile alle migliaia di persone che da giorni stanno cercando di lasciare il Paese. Fra questi ci sono moltissimi israeliani: la maggior parte di loro sta partendo via terra, lungo un itinerario che prevede di raggiungere Taba, al confine con l’Egitto, da lì attraversare in auto il Sinai e arrivare a Sharm el Sheik, dove l’aeroporto è aperto. Partire in aereo finora è stato impossibile: la ministra dei Trasporti Miri Regev ha inviato una direttiva alle compagnie aeree in base alla quale solo chi ha gravi motivi di salute o di altro tipo può acquistare un biglietto nei pochissimi voli in uscita. «Non c’è motivo di lasciare il Paese», ha detto prima di finire travolta dalle polemiche e dalle minacce di azioni legali. Da oggi la norma si allenterà progressivamente, ma è impossibile che i pochi voli in uscita riescano a contenere tutti quelli che vogliono andare via. In fuga ci sono anche moltissimi stranieri: le ambasciate e i consolati stanno organizzando pullman verso l’Egitto e la Giordania. Ieri sono partiti in questa maniera anche molti italiani.
In questo scenario l’offensiva su Gaza continua: e continua a essere ignorata. L’unica notizia data ieri a riguardo dai media israeliani era quella del ritrovamento dei corpi di tre ostaggi che erano stati uccisi il 7 ottobre. Nulla sulle tre persone uccise nel bombardamento di un edificio nel campo di Nuseirat e sulle 22 ferite mentre aspettavano un camion di aiuti umanitari.