TEL AVIV – Rifugiarsi sulle scale del suo palazzo insieme al suo fedele coniglio bianco per sfuggire a un bombardamento iraniano non era qualcosa che Etgar Keret aveva mai pensato di fare. Eppure lo scrittore che con “Correzione automatica” (uscito in Italia per Feltrinelli) è da mesi in testa alla classifica dei libri più venduti qui in Israele, è uno specialista di storie surreali. Assurde, ironiche, folli: come le giornate che si è appena messo alle spalle. «È tutto pazzesco», dice Keret mentre dal tavolino di un caffè contempla la città che si risveglia da dodici giorni di paura e, come se nulla fosse, ricostruisce la bolla che la rende un’isola nel cuore di Israele: surf e canottiere, spritz e fumo, musica e colori. Tel Aviv, per Dna, si tiene lontana dai coloni e dalle loro idee messianiche, dalle violenze della West Bank, dai massacri di Gaza.
Keret, comincio dalla domanda da cui siamo sempre partiti in questi mesi nelle sue conversazioni con Repubblica. Ancora una volta: …
TEL AVIV – Rifugiarsi sulle scale del suo palazzo insieme al suo fedele coniglio bianco per sfuggire a un bombardamento iraniano non era qualcosa che Etgar Keret aveva mai pensato di fare. Eppure lo scrittore che con “Correzione automatica” (uscito in Italia per Feltrinelli) è da mesi in testa alla classifica dei libri più venduti qui in Israele, è uno specialista di storie surreali. Assurde, ironiche, folli: come le giornate che si è appena messo alle spalle. «È tutto pazzesco», dice Keret mentre dal tavolino di un caffè contempla la città che si risveglia da dodici giorni di paura e, come se nulla fosse, ricostruisce la bolla che la rende un’isola nel cuore di Israele: surf e canottiere, spritz e fumo, musica e colori. Tel Aviv, per Dna, si tiene lontana dai coloni e dalle loro idee messianiche, dalle violenze della West Bank, dai massacri di Gaza.
Keret, comincio dalla domanda da cui siamo sempre partiti in questi mesi nelle sue conversazioni con Repubblica. Ancora una volta: come sta Israele?
«Se devo scegliere una parola, le direi che siamo esausti. Lei pensa all’Iran, ma il film da incubo in cui viviamo è ben più lungo dell’ultima crisi, e anche di quella iniziata il 7 ottobre 2023. Prima c’è stato il Covid: il tempo di riprendere fiato e ci siamo ritrovati in piazza, picchiati dalla polizia perché protestavamo contro un governo che voleva prendersi tutto il potere. Poi il 7 ottobre, e da lì i colpi di scena che hanno tenuto tutti con il fiato sospeso nel nostro film, puntata dopo puntata, si sono moltiplicati: prima l’attacco alla Striscia, poi dovevamo assolutamente prendere Rafah, poi tutto dipendeva dal corridoio Philadelphi, poi invece dal corridoio Netzarim. Ogni giorno ci siamo svegliati e ci siamo chiesti: e ora che succede? Nelle ultime settimane, nella trama sono entrati i morti per i missili iraniani e le migliaia di persone rimaste senza casa. Ma la domanda cruciale è sempre la stessa: quando finisce il film?».
Ecco, appunto: quando finisce? Israele è in guerra da venti mesi, non vi siete stancati? Perché nelle strade a protestare contro la guerra non è che ci siano tante persone…
«Quale guerra? L’Iran non è il conflitto con i palestinesi, sono due cose molto diverse. Da decenni, dietro a ogni israeliano morto per terrorismo, c’è stato l’Iran: dietro a Hezbollah, dietro a Hamas. Parliamo di un Paese che non ha mai fatto mistero di volerci distruggere e che stava costruendo una bomba atomica. Questa era davvero una minaccia esistenziale e lo sanno tutti: per questo non ci sono state proteste. Netanyahu ha colto l’opportunità dell’uscita di scena di Hezbollah per colpire: è una storia completamente diversa da Gaza».
Ci sta dicendo qualcosa di buono su Netanyahu? Sarebbe la prima volta in questi mesi…
«Sono d’accordo con l’attacco al programma nucleare, non con il resto: gli attacchi ai simboli del regime sono costati la morte di molti civili e non erano necessari. Questo a un livello micro. A livello macro, abbiamo riportato indietro il programma nucleare iraniano e posso solo sperare che avremo effetti positivi anche su Gaza. L’Iran e Israele si sono comportati come due bambini capricciosi e si sono finalmente fermati solo quando un adulto gli ha urlato contro con tono spaventoso. Ecco, speriamo che una tattica simile porti a novità anche a Gaza».
Come? I punti su cui è bloccato il negoziato sono gli stessi da mesi: le armi di Hamas, la fine dei combattimenti…
«Ha ragione. La guerra non si è chiusa finora per motivi prettamente politici: i rappresentanti dei coloni nel governo non accetterebbero perché loro vogliono tornare a Gaza. Ma oggi Netanyahu è più forte, può fare un accordo, lasciarli uscire dal governo e andare a elezioni anticipate. Ho speranza che questo accada presto. Il problema di Netanyahu non è mai stato solo lui, ma i collaboratori e gli alleati di cui si è circondato. È stata la sua scelta di far entrare l’estrema destra al governo a portarci al punto dove siamo oggi: ora è possibile rompere questo nodo gordiano».
Qual è la soluzione giusta per Gaza secondo lei?
«Non spetta a me dirlo. Ma posso dirle la domanda che milioni di israeliani si stanno facendo e che la morte di sette soldati martedì ha reso più urgente. Che stiamo facendo a Gaza? È tempo di mettere un po’ di cervello nel rispondere a questa domanda».
Forse è anche un po’ tardi….lei è appena tornato da New York, non serve che sia io a dirle che c’è una parte di mondo che oggi non capisce più questo Paese e la sua gente.
«Le racconto una storia. A New York ho preso un Uber e il tassista mi ha chiesto di dove fossi: quando ho detto che sono israeliano mi ha risposto: “Bello. Voi siete quelli bravi ad ammazzare la gente”. Fai una cena, se vuoi qualcuno che canti inviti un irlandese, qualcuno che porti una buona pasta e chiami un italiano, qualcuno bravo ad ammazzare la gente…ci siamo noi. Troppo semplificato, non crede? Viviamo in un mondo di narrazioni semplificate: quando parli con qualcuno all’estero, c’è sempre l’urgenza di definirsi pro-Palestina o pro-Israele e nessuno è disposto ad ascoltare o dialogare. Nessuno mette in discussione ciò che il suo lato ha fatto e l’altro subito: è facile per i palestinesi farlo ora, sono morte migliaia di persone per mano di Israele. Ma anche noi abbiamo le nostre cose da recriminare, potremmo parlare del terrorismo per esempio. Non sto dicendo chi ha ragione, ma solo che chiudersi nella rabbia e non guardare mai alle sfaccettature non è un bene. Ma sa cosa le dico? Che visto che non siamo capaci a parlare, forse per fare la pace in Medio oriente serve qualcuno che manchi di empatia, di principi morali, di ideologia: qualcuno che sgridi i due litiganti e li tratti come bambini capricciosi dell’asilo: “Si fa così e basta”. Non serve che io aggiunga altro, vero?».