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L’Iran teme un nuovo attacco all’impianto nucleare di Isfahan. Mistero sui danni

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Report contrastanti. Cnn: il Pentagono dice che lì non sono state usate le bunker buster. Il Nyt: distrutte attrezzature.
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La guerra è finita, ma la pace rischia di non durare. Lo ripetono in queste ore i funzionari dell’Aiea e i diplomatici che per anni hanno negoziato sul nucleare iraniano come Enrique Mora: senza un accordo politico, il conflitto con Israele e gli Stati Uniti potrebbe riaccendersi. Per tornare al tavolo, gli americani hanno bisogno di sapere di quali carte dispongono, ma gli effetti dell’operazione militare non sono ancora affatto chiari.

Teheran ha fatto la prima mossa: nel mirino ci sono l’agenzia atomica dell’Onu e il suo direttore, Rafael Grossi. Ieri il vicepresidente del Parlamento iraniano, Hamid Reza Haji Babaei, ha confermato che l’alto funzionario non potrà più visitare gli impianti nucleari iraniani e che la cooperazione con l’Aiea è sospesa, vuol dire niente telecamere né ispettori nei siti. Gli iraniani sono convinti che Grossi abbia fatto il “doppio gioco”, passando informazioni riservate agli israeliani e portando al consiglio dei governatori dell’Aiea un rapporto c…

La guerra è finita, ma la pace rischia di non durare. Lo ripetono in queste ore i funzionari dell’Aiea e i diplomatici che per anni hanno negoziato sul nucleare iraniano come Enrique Mora: senza un accordo politico, il conflitto con Israele e gli Stati Uniti potrebbe riaccendersi. Per tornare al tavolo, gli americani hanno bisogno di sapere di quali carte dispongono, ma gli effetti dell’operazione militare non sono ancora affatto chiari.

Teheran ha fatto la prima mossa: nel mirino ci sono l’agenzia atomica dell’Onu e il suo direttore, Rafael Grossi. Ieri il vicepresidente del Parlamento iraniano, Hamid Reza Haji Babaei, ha confermato che l’alto funzionario non potrà più visitare gli impianti nucleari iraniani e che la cooperazione con l’Aiea è sospesa, vuol dire niente telecamere né ispettori nei siti. Gli iraniani sono convinti che Grossi abbia fatto il “doppio gioco”, passando informazioni riservate agli israeliani e portando al consiglio dei governatori dell’Aiea un rapporto che è servito ad “armare” la mozione di censura con cui l’agenzia dichiarava inadempiente Teheran sui suoi obblighi nucleari, meno di 48 prima dell’attacco israeliano.

L’Aiea fuori dai giochi pone un enorme problema a Washington, che dovrà affidarsi all’intelligence per avere un quadro chiaro dello stato del nucleare iraniano e dunque sapere che richieste avanzare in un eventuale, futuro negoziato. Ma il guaio è che nemmeno l’intelligence americana ha ancora una valutazione certa degli effetti della guerra, a cominciare dal destino delle scorte di uranio arricchito accumulate dall’Iran. Funzionari dell’amministrazione Usa hanno dichiarato nei giorni scorsi che non erano state spostate prima dei raid, l’Aiea dice invece che potrebbero essere state rimosse, e lo stesso vicepresidente JD Vance ha detto che quel materiale sarebbe stato oggetto di trattative con Teheran. Ieri tuttavia il presidente Trump è tornato a ripetere che il programma nucleare iraniano è stato «obliterato» e che l’Iran non ha avuto il tempo e il modo di trasferire l’uranio: sarebbe stato «molto, molto pesante» e allo stesso tempo «molto pericoloso: Nessuno pensava che avremmo inseguito quel sito, perché tutti dicevano che fosse impenetrabile». Si riferiva a Fordow, che è stato colpito con le bombe bunker buster. Ma gli occhi dell’intelligence sono puntati anche su altri siti come quello di Isfahan.

Il 19 giugno, a guerra già iniziata, fu proprio Grossi a indicare quel sito come la possibile sede di un nuovo impianto di arricchimento che l’Iran aveva dichiarato di voler aprire in risposta alla mozione dell’Aiea. «Sta preparando il terreno per un nuovo attacco contro il nostro patrimonio culturale», scrive il quotidiano Teheran Times, denunciando la presunta macchinazione ai danni di una delle più antiche e belle città iraniane.

Di cosa sia accaduto al sito di Isfahan si sa poco. La Cnn riferisce le parole che il capo degli Stati maggiori riuniti, il generale Dan Caine, avrebbe detto durante un briefing con i senatori americani, ovvero che l’esercito statunitense non ha utilizzato bombe anti-bunker nel raid su Isfahan perché l’impianto è così profondo che non sarebbero state efficaci. Gli americani, dice l’emittente, ritengono che le «strutture sotterranee di Isfahan ospitino quasi il 60% delle riserve di uranio arricchito dell’Iran, di cui l’Iran avrebbe bisogno per produrre un’arma nucleare». Si tratta ancora di congetture, che non si fondano su elementi certi e sono in parte in contraddizione con quello che scrive invece il New York Times, ovvero che gli attacchi aerei hanno distrutto le attrezzature di Isfahan che servivano per “metallizzazione”, la conversione dell’uranio arricchito in metallo, passaggio fondamentale per la costruzione della bomba. Se fosse confermato, significherebbe un danno profondo a qualsiasi aspirazione di militarizzare il programma nucleare.

In questa nebbia, un ruolo cruciale potrebbe giocarlo l’Aiea, l’unica in grado di arrivare a una valutazione finale e credibile dei danni. Ma gli occhi del mondo sul nucleare iraniano ora sono chiusi, e Grossi a Teheran è persona non grata.

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