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Ucraina, Fesenko “Mosca bombarda le città perché fa più fatica ad avanzare”

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L’intervista all’analista ucraino: “Cercano di distruggere le strutture energetiche, in particolare le raffinerie, sperando di indebolire le retrovie e attenuare la resistenza. Ma sbagliano”
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I russi avanzano verso Sumy, la città è sotto tiro dell’artiglieria e il Wsj rinnova l’allarme per i soldati alle porte. Eppure il comandante delle forze armate ucraine, Sirsky, rassicura tutti definendo la situazione «stabilizzata». «Ha perfettamente ragione», dice il politologo Volodymyr Fesenko, direttore del centro studi “Penta”, molto vicino alle più alte istituzioni ucraine.

Non è preoccupato?

«Che l’artiglieria russa arrivi alle porte di Sumy non significa che i russi abbiano raggiunto le periferie. Il punto più vicino in cui si trovano è a 20 km da Sumy, che è a 30 km dal confine. Sirsky dice la verità. La situazione è stabilizzata. La scorsa settimana i russi non sono riusciti a avanzare nemmeno di un km. Per questo hanno cambiato tattica e bombardano con artiglieria, droni e bombe guidate».

Anche Zaporizhzhia è a tiro: l’avanzata russa ha successo?

«Non ci sono attacchi attivi, anche prima era sotto tiro dei sistemi “Mlrs” a lunga gittata. La distanza dal fronte è tra 2…

I russi avanzano verso Sumy, la città è sotto tiro dell’artiglieria e il Wsj rinnova l’allarme per i soldati alle porte. Eppure il comandante delle forze armate ucraine, Sirsky, rassicura tutti definendo la situazione «stabilizzata». «Ha perfettamente ragione», dice il politologo Volodymyr Fesenko, direttore del centro studi “Penta”, molto vicino alle più alte istituzioni ucraine.

Non è preoccupato?

«Che l’artiglieria russa arrivi alle porte di Sumy non significa che i russi abbiano raggiunto le periferie. Il punto più vicino in cui si trovano è a 20 km da Sumy, che è a 30 km dal confine. Sirsky dice la verità. La situazione è stabilizzata. La scorsa settimana i russi non sono riusciti a avanzare nemmeno di un km. Per questo hanno cambiato tattica e bombardano con artiglieria, droni e bombe guidate».

Anche Zaporizhzhia è a tiro: l’avanzata russa ha successo?

«Non ci sono attacchi attivi, anche prima era sotto tiro dei sistemi “Mlrs” a lunga gittata. La distanza dal fronte è tra 23 e 30 chilometri, ed è così dall’anno scorso».

Perché Mosca sferra attacchi sempre più massicci con droni e missili? Che obiettivi ha?

«Distruggere le infrastrutture economiche ed energetiche, in particolare le raffinerie. Il Cremlino spera che indebolire le retrovie attenui la resistenza al fronte. Punta a logorare la difesa aerea e aumentare le vittime colpendo città e obiettivi civili. Conta che ciò demoralizzi gli ucraini agevolando l’accettazione di una pace alle condizioni russe. È un calcolo errato. La guerra dura da oltre tre anni e non piega gli ucraini».

Non sarà una risposta alla “Operazione Ragnatela”?

«Gli attacchi aerei massicci sono iniziati a metà maggio, 15 giorni prima. Sono una componente dell’escalation iniziata a maggio».

La priorità sono i Patriot o contenere l’avanzata al fronte?

«Entrambi. I Patriot vengono utilizzati contro missili balistici e da crociera, la minaccia più grave. All’Ucraina mancano per coprire tutte le grandi città e gli obiettivi strategici; ma manca anche una scorta di missili per questi sistemi. E per stabilizzare il fronte servono più soldati, droni e munizioni, proiettili d’artiglieria e più sistemi di guerra elettronica».

Kiev può fermare i russi anche con un sostegno Usa limitato?

«Non dipendiamo in modo critico dalle armi Usa, a parte difesa aerea e satelliti. Il principale mezzo di attacco al fronte sono i droni, al 90% prodotti in Ucraina. Non riusciamo ancora a fermare l’avanzata ma riusciamo a contenerla e rallentarla. La scorsa settimana sono avanzati per 94 km quadrati, il minimo nelle ultime sei settimane».

Kiev esce dalla Convenzione sulle mine anti uomo: non le chiedo giudizi etici, ma è almeno efficace?

«Dal 2014 Mosca le usa e l’Ucraina è in situazione diseguale e ingiusta. L’aggressione ha già spinto una serie di Stati ad adottare una decisione politica congiunta sull’uscita dalla Convenzione, non siamo i primi. E se questa decisione è stata presa significa che in condizioni di guerra ha senso».

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