Gergely Karácsony è ancora frastornato dalla felicità, ha davanti agli occhi il gigantesco fiume di persone che ha attraversato Budapest sabato. Il Pride, secondo il sindaco della capitale ungherese, «è stato una celebrazione di libertà e gioia». In quest’intervista con Repubblica, l’eterno rivale di Viktor Orbán esclude una candidatura alle elezioni del 2026. Ma fa appello alla Ue perché le città siano meglio tutelate da regimi che «non ci fanno arrivare i soldi europei». La parata di sabato è stato un segnale inequivocabile, da parte degli ungheresi: «Qualunque cosa faccia Orbán per trascinarci verso Mosca, Budapest resta fermamente ancorata all’Europa».
È soddisfatto del Pride?
«Pensavo che dormendoci su, a freddo, avrei capito meglio cos’è successo. Non è così. Sono ancora travolto. Continuano a venirmi in mente i tanti momenti di gioia, di commozione che ho vissuto, i sorrisi, gli abbracci, le strette di mano. Dovessi riassumere il senso della giornata in un’immagine sarebbe que…
Gergely Karácsony è ancora frastornato dalla felicità, ha davanti agli occhi il gigantesco fiume di persone che ha attraversato Budapest sabato. Il Pride, secondo il sindaco della capitale ungherese, «è stato una celebrazione di libertà e gioia». In quest’intervista con Repubblica, l’eterno rivale di Viktor Orbán esclude una candidatura alle elezioni del 2026. Ma fa appello alla Ue perché le città siano meglio tutelate da regimi che «non ci fanno arrivare i soldi europei». La parata di sabato è stato un segnale inequivocabile, da parte degli ungheresi: «Qualunque cosa faccia Orbán per trascinarci verso Mosca, Budapest resta fermamente ancorata all’Europa».
È soddisfatto del Pride?
«Pensavo che dormendoci su, a freddo, avrei capito meglio cos’è successo. Non è così. Sono ancora travolto. Continuano a venirmi in mente i tanti momenti di gioia, di commozione che ho vissuto, i sorrisi, gli abbracci, le strette di mano. Dovessi riassumere il senso della giornata in un’immagine sarebbe questa: Ferenc Koszeg — uno degli eroi della resistenza ungherese, un sopravvissuto all’Olocausto in primissima linea durante la rivoluzione antisovietica del 1956 e più tardi un membro fondatore del Comitato ungherese di Helsinki – ha partecipato alla marcia nonostante la schiena malandata, appoggiandosi al bastone. È stata una celebrazione di libertà e gioia, una sensazione liberatoria di impegno per una causa in cui credo, che so essere giusta, a prescindere dal potere o dalla politica».
Budapest ha risposto in massa a una marcia in difesa dei diritti.
«Sono incredibilmente orgoglioso di questa città: ancora una volta ha dimostrato che non rinuncia alla libertà e alla solidarietà. Sono onorato di esserne il sindaco».
Perché Orbán non l’ha repressa, come aveva minacciato di fare?
«Forse avrebbe voluto, certo non ha potuto. Quando diventa lampante che al di fuori di questi regimi c’è una vita – ed è una vita più libera e più felice – questi sistemi non sanno come gestirlo. Quando un potere che si basa sulla divisione e sull’incitamento all’odio si ritrova dinanzi all’unità, alla solidarietà, alla forza dell’amore, crolla».
Quale segnale è stato mandato a Orbán? Un avviso di sfratto?
«Il segnale è: non hai nessun potere su di noi. Poi, se il tempo di questo governo è scaduto lo vedremo tra dieci mesi (quando ci saranno le elezioni parlamentari, ndr). Ciò che è chiarissimo è che le politiche di divisione, di odio, la continua ricerca di un capro espiatorio non hanno più una maggioranza nel Paese, e di certo non a Budapest».
Il bando del Pride viola alcune leggi fondamentali della Ue, i 200mila di Budapest lo hanno ricordato a tutti. Ora cosa dovrebbe fare la Commissione europea?
«Quel giorno, Budapest è stata la capitale dell’Europa. Innumerevoli politici europei si sono schierati dalla nostra parte – persino la presidente della Commissione. Hanno capito che se a delle persone possono essere strappate le loro libertà fondamentali in uno Stato membro dell’Unione, nessun cittadino europeo sarà mai al sicuro. Le istituzioni di Bruxelles hanno gli strumenti per agire. Ed è arrivato il tempo che le usino per distinguere i governi dai loro cittadini. L’Ungheria non può essere identificata con il suo regime – e la capitale certamente non gli assomiglia neanche lontanamente. Purtroppo Budapest soffre enormi svantaggi perché, per colpa delle scelte di Orbán, i fondi europei non riescono ad arrivare alla nostra città. Ma la parata ha dimostrato che, qualunque cosa faccia Orbán per trascinarci verso Mosca, Budapest resta fermamente ancorata all’Europa. Quindi è essenziale che l’Europa trovi il modo di sostenere le sue città – nonostante i governi nazionali. Ed è vitale che si rafforzi l’idea che l’Europa non è un club di governi ma di nazioni, non un’unione di multinazionali ma di persone».
Il Pride è stato un successo politico. Anche per lei che era stato persino minacciato con un anno di carcere dal ministro della Giustizia. L’anno prossimo si candiderà contro Orbán?
«La cosa più esaltante per un politico è difendere dei valori senza alcun calcolo politico. Non sono particolarmente interessato alle conseguenze politiche, quello che conta sono i sorrisi e gli abbracci di sabato. Una cosa, però, è certa. Non correrò in alcun modo per le parlamentari dell’anno prossimo. Il mio lavoro è qui, in questa città meravigliosa e libera».